29 maggio 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Maggio 29, 2026
- Human Rights Watch denuncia mercenari colombiani nella guerra in Sudan.
- In Sudafrica cresce la tensione contro migranti e stranieri.
- Due donne sfidano il Botswana sui matrimoni omosessuali.
- Perchè la vittoria dell’Arsenal accende le piazze africane?
“Non è la nostra diversità a dividerci; non è la nostra etnia, religione o cultura a dividerci. Dal momento che abbiamo conquistato la libertà, può esserci una sola divisione tra noi: tra coloro che amano la democrazia e coloro che non la amano.”
Le parole di Nelson Mandela per raccontare l’Africa di oggi, e il mondo che la incontra, ci scontra, la divide, e intorno all’Africa si divide. Parole che valgono per il Sudafrica di oggi, come per gli Stati Uniti, l’Europa o il Golfo. E che ci portano in Sudan, perché un nuovo rapporto di Human Rights Watch conferma la presenza di mercenari colombiani arrivati dagli Emirati Arabi Uniti a combattere una guerra di cui non si scorge una possibile fine. In spregio a ogni legge, a dividere il Sudan con il sangue non ci sono soltanto gli africani. Poi, andremo in Sudafrica, dove è lo straniero a fare paura, lo straniero che porta via lavoro, ricchezza, ma dove torna, anche, e prepotente, il mito di un “genocidio bianco” alimentato dalla legittimazione americana.
Diversa, invece, è la forma di divisione e discriminazione che due donne combattono in Botswana per cambiare la legge sul matrimonio, due donne che sfidano le convenzioni sociali e difendono la Costituzione. A superare barriere e divisioni, infine, ci pensano il calcio e la musica.
Oggi, 29 maggio 2026
Sudan
Ottantatré pagine che aprono un ulteriore capitolo nella guerra del Sudan. Le ha scritte l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch. In Sudan, a combattere, ci sono mercenari colombiani. Sarebbero stati assunti da una società con sede negli Emirati e transitati per le basi militari emiratine prima di essere dispiegati in Africa, in questa guerra che si protrae ormai da tre anni.
Combattono con i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido, guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemetti, ed eredi delle milizie Janjaweed, i “diavoli a cavallo”, famigerati autori di atrocità durante il conflitto del Darfur nel 2003.
Un nuovo rapporto di Human Rights Watch racconta come dal 2024 la società di sicurezza Global Security Services Group di Abu Dhabi abbia ingaggiato centinaia di mercenari colombiani. Un’ulteriore prova, spiega HRW, del ruolo che gli Emirati Arabi stanno giocando in questa guerra tra le RSF e le forze armate sudanesi del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, che è diventata la più drammatica crisi umanitaria del pianeta.
La presenza dei mercenari è stata documentata a El Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, nell’ottobre del 2025, quando le RSF hanno preso il controllo della città.
“Il reclutamento di contractor militari privati colombiani si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come gli Emirati Arabi Uniti forniscano supporto militare alle Forze di Supporto Rapido, responsabili di ripetute atrocità in Sudan”, ha dichiarato Mausi Segun, direttore esecutivo della Divisione Africa di Human Rights Watch. “I governi dovrebbero chiedere pubblicamente agli Emirati Arabi Uniti di interrompere la fornitura di armi, equipaggiamento, personale e altro supporto militare alle Forze di Supporto Rapido”, ha detto.
Il ruolo degli Emirati sembra chiarissimo, confermato dalle interviste ai contractor, che mostrano come gli uomini, benché reclutati da una società privata, transitassero però attraverso basi militari, come quella di Ghiyathi. E poi ci sono video e armi. “È stato scoperto che i colombiani erano in possesso di proiettili da 81 mm di fabbricazione bulgara, che, secondo quanto riportato dall’emittente francese France 24, sarebbero stati sottratti alle scorte delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti. Si tratta di uno dei tre tipi di equipaggiamento militare finiti nelle mani delle RSF in violazione degli accordi di utilizzo finale, secondo le ricerche di Human Rights Watch, Amnesty International e France 24”, scrive HRW.
Nell’assedio di El Fasher sono stati commessi abusi, crimini, violenze di ogni genere, stupri, esecuzioni sommarie, e la popolazione è stata portata alla fame. Testimoni raccontano di stranieri bianchi sui luoghi dei massacri, colombiani che avrebbero anche addestrato reclute, compresi bambini.
Global Security Services Group sarebbe stata fondata nel 2016 da Ahmed Mohammed al-Humairi, segretario generale della corte presidenziale degli Emirati Arabi Uniti, che ha poi trasferito le sue quote a un socio.
“Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre negato di fornire supporto militare alle Forze di Supporto Rapido (RSF), affermando che l’assistenza fornita è di natura umanitaria. Tuttavia, le autorità statali emiratine dovrebbero essere pienamente consapevoli delle attività che si svolgono sul territorio emiratino, e in particolare sulle proprietà governative e sulle basi militari. Gli Emirati Arabi Uniti sono uno Stato autoritario fortemente centralizzato”, scrive HRW.
Sudafrica e Ghana
Sono tornati a casa, ad Accra, trecento ghanesi rimpatriati dal Sudafrica. All’aeroporto, ad attenderli, il ministro degli Esteri Samuel Okudzeto Ablakwa.
Sarebbero circa 800 i cittadini del Ghana che hanno chiesto di tornare a casa perché non si sentono più al sicuro dopo una serie di proteste e violenze contro gli stranieri nel Paese.
Le loro voci le raccoglie Africa News. Un uomo racconta del suo salone di bellezza, allestito in un container, svaligiato e saccheggiato: “Ho provato a vendere il mio salone, ma non ho trovato acquirenti. Me ne sono andato e sono scappato, perché se hai una vita, hai tutto. Così ho perso il mio salone”, scrive Africa News.
Guerra tra poveri, in un Paese, il Sudafrica, che nonostante sia una delle economie più fiorenti del continente e meta di una migrazione che lo fa destinazione d’arrivo anche di una rischiosa rotta verso il Sud, è un Paese dove la disoccupazione supera il 30 per cento e che ospita 2,4 milioni di migranti, circa il 4 per cento della popolazione.
È sugli stranieri che si scaglia la violenza di chi vive condizioni di profondo disagio. “Un ultimatum lanciato da un gruppo di cittadini sudafricani, che chiede l’espulsione dei migranti irregolari entro il 30 giugno, ha suscitato timori di ulteriori violenze contro gli immigrati”, racconta Africa News. In tanti, provenienti dalla Somalia, dal Ruanda, dalla Repubblica Democratica del Congo, hanno chiesto aiuto e protezione nella città di Durban. Sostengono, scrive ancora Africa News, “che gli abitanti del luogo andavano di porta in porta intimando loro di andarsene entro quella data”.
Tensioni fortissime, che hanno riaperto antiche ferite, e reso evidente la distanza che separa la retorica di un’Africa tutta unita dalla verità di un’ondata xenofoba che l’attraversa.
E hanno fatto scalpore, a febbraio di quest’anno, le parole di un re.
“Dobbiamo sederci e discuterne, perché anche se il padre di mio nipote è un ‘kwerekwere’, il ‘kwerekwere’ se ne deve andare, resterà solo il bambino”, ha detto Misuzulu kaZwelithini, re Zulu del Sudafrica, come racconta la BBC. “Kwerekwere” è una parola offensiva per riferirsi ai migranti africani. “La xenofobia e la rabbia nei confronti dei migranti rimangono una questione politica fondamentale, con alcuni che credono che gli stranieri rubino posti di lavoro e beneficino dei servizi pubblici destinati ai sudafricani”, scrive la testata britannica.
È un tema che i partiti di opposizione stanno strumentalizzando per consolidare la propria base, come nel caso di uMkhonto weSizwe (MK), il partito dell’ex presidente Jacob Zuma, che chiede l’espulsione dei migranti irregolari.
Un’ondata razzista che ha portato alla nascita di gruppi di vigilantes anti-immigrati, come Operation Dudula e March on March. “Dudula”, spiega la BBC, “significa ‘rimuovere qualcosa con la forza’ in lingua zulu”. Poco dopo il discorso del re, hanno lanciato una campagna violenta, assaltando una scuola elementare nella città di Durban, “sostenendo che il 90% degli alunni fosse figlio di immigrati”.
Sudafrica e Stati Uniti
Gli Stati Uniti aprono le porte ad altri 10 mila sudafricani. Gli viene concesso lo status di rifugiati. Rifugiati, sì, ma tutti dalla pelle bianca. Si definiscono “afrikaner”, che l’amministrazione Trump sostiene siano perseguitati. Il limite massimo de rifugiati ammessi è stato innalzato perché, secondo il Presidente, c’è un’emergenza, un “aumento dell’incitamento alla violenza a sfondo razziale”, di cui Trump accusa il governo sudafricano.
“Con la presente dichiaro che l’ammissione negli Stati Uniti di afrikaner provenienti dal Sudafrica, in risposta a questa emergenza, è giustificata dalle gravi preoccupazioni umanitarie ed è altrimenti nell’interesse nazionale”, ha affermato Trump. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, come riporta l’agenzia di stampa Associated Press, il programma per i rifugiati — che è un programma a sé stante rispetto al procedimento che concede l’asilo politico — ha già numeri sempre molto bassi e, concentrandosi ora su un solo gruppo di persone, lascia in condizioni “di abbandono e con poche alternative in tutto il mondo” chi fugge da guerre e conflitti.
In un comunicato, alcuni membri democratici del Congresso hanno dichiarato che “l’approccio vergognoso dell’amministrazione al reinsediamento dei rifugiati è organizzato in modo da dare priorità agli afrikaner bianchi e tradire tutti gli altri, compresi migliaia di alleati afghani che hanno rischiato la vita per la nostra nazione e migliaia di altri rifugiati approvati e verificati, abbandonati al loro destino”.
Quando nel 2025 il governo degli Stati Uniti decide di accogliere come rifugiati un gruppo di sudafricani ritenendo fosse in corso un “genocidio bianco”, con un provvedimento ufficiale viene conferita legittimità a livello globale alla condizione di vittima degli afrikaner, che era un mito politico marginale. Lo spiega Romantha Botha, in un articolo pubblicato dalla Fondazione Heinrich Böll. La realtà, racconta Botha, in Sudafrica è ben diversa.
Nel 1994 il regime di apartheid viene smantellato e, con esso, crollano “le fondamenta ideologiche della supremazia afrikaner”, scrive. Pressoché intatto, invece, resta il potere economico, ancora saldamente in mano alla minoranza bianca. La fine dell’apartheid segna l’inizio della narrazione degli afrikaner come minoranza culturalmente in pericolo, narrazione che “emerse progressivamente e si intensificò man mano che le politiche redistributive e le realtà demografiche diventavano più tangibili.
Un fattore importante che contribuì a questo fu l’amplificazione dei media degli omicidi nelle fattorie, non come crimini gravi che colpivano persone di tutte le etnie, ma per presentare gli afrikaner come bersagli in base alla loro razza”, spiega Botha, ex giornalista che ha lavorato nei media in lingua afrikaans. Racconta di un’attenzione sproporzionata dei media verso “i crimini con vittime bianche, mentre la violenza nelle comunità nere e meticce … rimaneva poco documentata”.
Un mito, il genocidio bianco, senza prove, che narra il potere politico perduto come l’effetto di una persecuzione, così come ogni tentativo di riforma per restituire equità, quale, per esempio, la riforma agraria, viene inteso come minaccia esistenziale a quella minoranza.
Narrazioni che nascondono dietro la discriminazione le responsabilità afrikaner nel regime dell’apartheid. Ora, dice Botha, questo mito è diventato politica, con la decisione degli Stati Uniti di ammettere rifugiati bianchi e con l’ascesa dell’estrema destra in tutto il mondo.
Una minoranza privilegiata che diventa vittima “è la strategia per sottrarsi alle proprie responsabilità, reinventare il privilegio e rivendicare una posizione morale superiore”, scrive Botha. Una strategia che nasconde, invece, dolorose verità storiche, come, per esempio, la disuguaglianza strutturale del Sudafrica, dove la ricchezza è ancora saldamente nelle mani di una minoranza, e che conduce a quella che Botha definisce inversione morale, quando le richieste di giustizia e risarcimento da parte delle vittime dell’apartheid vengono raccontate “come discriminazione nei confronti di un gruppo minoritario”.
Botswana
Bonolo Selelo e Tsholofelo Kumile hanno fatto causa al governo del Botswana. Sono due donne, insieme dal 2023, ma non possono sposarsi. Come in tante altre parti del mondo, il matrimonio tra persone dello stesso sesso in Botswana non è consentito. Sposarsi, però, significa godere di alcuni diritti, come quelli all’eredità, diritti economici, ma anche prendere decisioni in caso di malattia del coniuge. È per questi diritti, per la parità di trattamento, per l’uguaglianza tra tutti i cittadini, che Selelo e Kumile hanno portato il loro Paese in tribunale sostenendo che la legge sul matrimonio viola la Costituzione.
«Ne abbiamo parlato francamente», ha detto Selelo. «Gli ho detto… voglio che ci sposiamo, perché ti amo, ma c’è anche l’aspetto pratico», racconta a The Guardian. Il matrimonio, sostiene Selelo, è l’unica istituzione in grado di proteggere la persona amata.
Le udienze sono state fissate per il 14 e il 15 luglio.
“Combattere per amore”, non è la prima volta per il Botswana, ha detto Selelo a YTV Botswana. Nel 1948, Seretse Khama, futuro presidente del Botswana, e sua moglie Ruth, sfidarono le convenzioni sociali del tempo sposandosi. Lui erede al trono, lei londinese. Matrimonio misto, tabù nell’Inghilterra colonialista, scandalo nel Sudafrica dell’apartheid che stava vietando le unioni interraziali e scivolando in una sempre più dura politica di segregazione. Pressioni politiche, dal Sudafrica all’Inghilterra, che condurranno all’esilio di Khama, e pressioni familiari, lei verrà diseredata, lo zio di lui tenterà di far annullare il matrimonio. Insieme, invece, cambieranno il corso della storia.
Provano a farlo anche Selelo e Kumile che devono affrontare non soltanto una battaglia legale, ma una battaglia culturale, contro altre convenzioni sociali, in un Paese dove le organizzazioni tradizionali e religiose promettono battaglia. A marzo, alcune si sono presentate davanti al tribunale con cartelli dai messaggi chiari: “Salviamo il Botswana”, “Il Botswana è una nazione cristiana”.
Vogliono costituirsi parte del processo, contrastare l’uguaglianza matrimoniale. Tra loro, la Dingwetsi Association, “un gruppo di donne tradizionali che promuove il matrimonio eterosessuale … Grace Silver l’ha fondata nel 2015, preoccupata per gli alti tassi di divorzio e di disgregazione familiare”, racconta The Guardian. Secondo Silver, i membri sono circa 2.000.
A marzo, quando si è tenuta un’udienza del caso di Selelo e Kumile, alcune di loro si sono presentate davanti al tribunale indossando gli abiti tradizionali, turbanti e coperte scozzesi blu, bianche e nere, simboli del loro status di donne sposate. “Questa è la nostra cultura. Dobbiamo proteggerla”, ha affermato Silver, come riporta la testata britannica. Con lei, scrive ancora The Guardian, c’era Moshe Morebodi, della Botswana House of Prayer and Transformation, che ha detto: “I diritti umani delle persone omosessuali sono una sottocategoria di una setta satanica”.
Il Botswana ha depenalizzato l’omosessualità nel 2019, sentenza confermata dalla Corte d’Appello nel 2021, mentre sono circa 30 i Paesi del continente che criminalizzano ancora le relazioni tra persone dello stesso sesso. Le relazioni omosessuali sono state legalizzate nel 2012 da Lesotho, Mozambico, Seychelles, Angola, Mauritius e Namibia. Uganda e Senegal, invece, hanno recentemente inasprito le loro leggi, aumentando le pene detentive, criminalizzando quella che definiscono “promozione” dell’omosessualità. L’unico Paese dove è consentito sposarsi è il Sudafrica, dal 2006.
“Siamo solo due persone che dicono: ‘Lasciateci vivere le nostre vite, lasciateci sposare'”, ha detto Selelo a YTV Botswana.
L’Arsenal e l’Africa
Hanno riempito le strade, dal Kenya, all’Etiopia, alla Nigeria, un’onda rossa ha attraversato l’Africa per una vittoria di calcio. Peccato che la squadra in questione non sia una squadra africana, ma l’Arsenal, club londinese che dopo 22 anni è tornato a vincere la Premier League.
La storia del legame tra i Gunners e l’Africa non è soltanto la storia di una squadra di calcio e del suo tifo, racconta ciò che lo sport può e spesso è: “Nel corso della storia e in tutti i continenti, lo sport è riuscito in ciò che costituzioni, quadri normativi e discorsi politici spesso faticano a fare: unire le persone. Ha favorito un senso di appartenenza al di là delle divisioni razziali, di classe, generazionali e geografiche”, scrive su The Daily Maverick, Bonolo Mokgale, politologa, attivista sudafricana per la democrazia e i diritti umani.
Per l’Arsenal non è stato così sin dall’inizio. Nella stagione 1992/93 la tribuna North Bank dello stadio Highbury è coperta da un enorme murales che raffigura il pubblico seduto sugli spalti. La tribuna è vuota, lo stadio è in ristrutturazione perché dopo la strage di Hillsborough del 1989 ora devono esserci posti numerati. Il primo giorno, Kevin Campbell, attaccante nato da una famiglia di origine giamaicana, fece notare che quei volti erano tutti bianchi. “Mr. Dein. Where are my brothers?”. Dove sono i miei fratelli? Chiese Campbell al vicepresidente David Dein. Alla seconda partita di campionato, i volti non erano più tutti bianchi.
L’Arsenal è la squadra che ha il più largo supporto tra la popolazione africana, afro-caraibica e afrodiscendente, al punto da rappresentare un elemento identitario del club.
Tutto inizia a Islington, quartiere londinese che dopo la Seconda guerra mondiale ha una popolazione con una forte componente migrante e operaia, ed è un quartiere radicale nella lotta contro il razzismo. Nel 1971, all’Arsenal arriva Brendon Batson, terzino destro di origine caraibica. Il primo. Poi, Ian Wright, un ragazzo cresciuto in un quartiere popolare che diventa un idolo. Infine, arriva Arsène Wenger, allenatore francese, nel 1996, che inserisce in rosa un numero mai visto prima di giocatori africani, afrodiscendenti. Il primo giocatore africano dell’Arsenal lo porta proprio Wenger, ed è Christopher Wreh, originario della Liberia, cugino di George Weah, ex giocatore — lo ricordiamo al Milan — ed ex presidente della Liberia.
“Quando Wenger ingaggiò giocatori come Kanu, Lauren, Touré ed Éboué, il calcio inglese nutriva ancora diffidenza verso gli stranieri, soprattutto giocatori e allenatori provenienti da fuori Europa. I tifosi africani, che seguivano le partite via satellite, si riconoscevano nell’Arsenal di Wenger… i loro accenti e acconciature, lo stile e il calcio gioioso (pur sapendo, all’occorrenza, praticare anche un gioco fisico) contrastavano nettamente con le tattiche degli avversari di altre squadre”, scrive Africa Is a Country, riportando stralci dal libro “Black Arsenal” di Clive Chijioke Nwonka.
Non sono, però, solo i giocatori a fare il “Black Arsenal”, ma anche le scelte del club, come la decisione di far disegnare la maglia da trasferta della scorsa stagione dedicata alle star di colore al designer Foday Dumbuya, fondatore di Labrum London, nato a Freetown in Sierra Leone. “Il club è stato piuttosto esplicito nel riconoscere che esiste una base di consumatori che troverà una risonanza in qualcosa che rende omaggio alla cultura afro-caraibica”, ha detto Nwonka in un’intervista a The Guardian. “Quello che alcuni marchi fanno spesso è investire in ciò che immaginano essere la cultura nera, mentre Black Arsenal, credo, parte dalle persone nere … L’Arsenal ha inaugurato una rivoluzione razziale nella cultura calcistica britannica e globale”, aggiunge Nwonka.
In un mondo sempre più frammentato, momenti sportivi come il trionfo dell’Arsenal mostrano, secondo Mokgale, come la celebrazione condivisa, il senso di appartenenza e la lealtà, quella che fa restare fedeli a una squadra per 22 anni, possano favorire la coesione sociale.
Invito all’ascolto. Puro Mambo, Buraka Som Sistema
Dance della mescolanza, è la musica dei Buraka Som Sistema che tornano dopo dodici anni con un nuovo brano, Puro Mambo. E tornano sul palco, a Lisbona, l’11 luglio per il Nos Alive Festival. “Tornano non come un fenomeno nostalgico, ma come una presenza imprescindibile”, scrive Rolling Stone Africa. “Non si tratta di un’esibizione di apertura. È una dichiarazione”.
Portoghese e africana, né l’una né l’altra, una musica nuova, è la musica di questo gruppo nato a Lisbona nel 2006, che porta nel nome il riferimento a un quartiere periferico e operaio, Buraca, che diventa il luogo dell’incontro di culture diverse. La musica della diaspora, delle ex colonie portoghesi, Mozambico, Capo Verde, Angola, si trasforma, incontra l’Europa, inventa una nuova identità, che inizia con il kuduro, musica elettronica, danza frenetica, generata dalla sperimentazione musicale dell’Angola anni ’80. “Forgiato nell’energia di un paese che emergeva dalla guerra civile. Grezzo, percussivo e fisicamente impegnativo, il kuduro portava in sé uno spirito di resistenza e celebrazione che risuonava ovunque approdasse. Ricontestualizzando il kuduro all’interno di strutture elettroniche europee, Buraka Som Sistema lo ha trasformato in un linguaggio transnazionale, collegando Luanda a Lisbona e proiettando quel dialogo a livello globale. Non hanno addolcito il materiale di partenza per renderlo più accessibile”, spiega Rolling Stone.
È con l’invito a ballare la musica che ci ricorda il potere creativo che nasce quando culture diverse s’incontrano che chiudiamo, oggi, il nostro notiziario Africa.
Grazie per essere stati con noi, le notizie che frantumano il silenzio tornano lunedì.
Foto di copertina: Dominik Sostmann su Unsplash
Musica: King David – Ponds5
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