5 giugno 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Giugno 5, 2026

  • Pesca industriale e illegale: gli stock ittici dell’Africa occidentale sono in rapido collasso.
  • Nei fondali africani si moltiplicano i progetti estrattivi per petrolio e minerali critici, con forti rischi ambientali.
  • Atlantico, rotta delle Canarie: una delle più letali al mondo per i migranti.
  • Nelle Comore, i pescatori creano riserve marine per salvare la barriera corallina.

Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini 

C’è non si sa quale mistero in questo mare, i cui frangenti sommessi e maestosi sembrano parlare di qualche anima nascosta nelle sue profondità, come quelle leggendarie ondulazioni delle zolle erbose di Efeso sopra la tomba dell’evangelista San Giovanni. Ed è appropriato che sopra questi pascoli marini, queste acquee praterie e camposanti di tutt’e quattro i continenti, le onde si alzino e ricadano, e fluiscano e rifluiscano senza posa: perché qui milioni di fantasmi e ombre eterogenee, di sogni annegati, sonnambulismi e fantasticherie, tutto ciò che noi chiamiamo vita ed anima, giacciono sognanti, e continuano a sognare, rivoltandosi come dormienti nei loro letti; ed è solo la loro irrequietezza a tenere eternamente in movimento le onde.

È questo l’Oceano, il Pacifico, che Ismaele guarda nel Moby Dick di Herman Melville. Non è soltanto un fenomeno fisico quello che agita l’Oceano di Ismaele e del capitano Achab, e non lo è neppure oggi quello che agita gli Oceani che lambiscono le coste africane.

Sotto la superficie increspata, ciò che s’agita, troppo spesso, è la fame di un mondo che caccia per pura avidità. È negli oceani africani che andiamo oggi, a cercare ciò che li scuote, a raccontare di questa caccia mortale, che nulla ha di epico, e che abbiamo ingaggiato con ciò che invece dovremmo proteggere.

Lunedì è la giornata che il mondo dedica a queste immense distese d’acqua che producono il 50% dell’ossigeno che respiriamo e assorbono il 25% delle emissioni globali di anidride carbonica, e che imbrigliano quasi la totalità, il 90 per cento, del calore prodotto da tali emissioni.

“Sono la nostra prima linea di difesa contro il cambiamento climatico. Destabilizzarli significa scavarci la fossa da soli”, scrive Green Peace.

Vi racconteremo, oggi, di come stiamo distruggendone le sue preziose risorse ittiche e la sua biodiversità e di come stiamo minacciando gli ecosistemi per il nostro inesauribile bisogno di minerali. Ma vi racconteremo anche di chi muore in queste acque cercando di sfuggire alla guerra e alla miseria, e di un’altra guerra, quella all’Iran, che fa sentire i suoi effetti anche nelle acque africane dove in questi giorni iniziano il loro viaggio verso Sud, le megattere.

Poi, però, la storia dei pescatori delle Comore che salvano la barriera corallina, e la musica, che ci ricorda che il mare è lo stesso per tutti. E che ciò che accade lungo coste africane non è un problema dell’Africa, è un problema collettivo, globale.

Oggi, 5 giugno 2026

Insostenibile pesca

Le canoe colorate sulla spiaggia di Rufisque, poco lontano da Dakar, raccontano una cultura fiorita nell’equilibrio tra uomo e mare, che dal mare ha tratto la sua fonte di vita. I Lebou sono un popolo di pescatori tradizionali, per loro il pesce era il futuro. Ibrahima Mar è uno di loro. Il pesce, dice all’Agenzia di stampa Agence France Presse, è stato “portato via dal nostro cammino. Quindi, non c’è più speranza”.

Ibrahima è solo uno dei pescatori senegalesi che paga il prezzo della voracità del mondo. La pesca industriale sta decimando i banchi di pesce in tutta l’Africa, in particolare in quella occidentale.

Pesca a strascico, pesca illegale, navi straniere che si portano via la ricchezza del Senegal, e del continente, che stanno facendo scomparire pesci preziosi per l’economia locale e per la biodiversità del mare, come la sardinella e il sugarello.

“Se si approfondisce un po’ la questione della proprietà effettiva delle imbarcazioni, si scopre che appartengono a nazionalità spagnole, italiane, francesi, cinesi e turche, tra le altre”, ha dichiarato all’AFP Bassirou Diarra, responsabile per il Senegal della Environmental Justice Foundation (EJF), che in un rapporto del 2025 indica che il 57 percento degli stock ittici sfruttati in Senegal è prossimo ad esaurirsi. “Non solo c’è carenza di pesce per il mercato senegalese, e quindi per la sicurezza alimentare, ma il denaro che dovrebbe rientrare in valuta per l’economia nazionale non sta tornando”, ha affermato Diarra, come riporta Africa News.

Con la fine della pesca tradizionale, muore anche tutto un indotto, dai venditori di ghiaccio a chi trasforma il pesce. Alcuni pescatori, per la disperazione, destinano le loro barche ad un altro commercio, quello di esseri umani lungo la rotta che conduce alle Canarie.

È di questi giorni, invece, la notizia che la Sierra Leone ha iniziato a costruire il nuovo porto dei pescherecci, porto peschereccio bioindustriale Julius Maada presso il villaggio di Black Johnson. La Sierra Leone vuole gestire la pesca da sola, anche se il porto è stato costruito con i capitali cinesi di China Aid. Di quella Cina che ha la più grande flotta di pesca illegale al mondo.

Erano cinesi le navi di cui ha raccontato The Guardian a febbraio, in un’inchiesta condotta insieme alla piattaforma di giornalismo investigativo ambientale, DeSmog. Navi cinesi che pescano nell’arcipelago protetto delle Bijagós, a largo della Guinea-Bissau, 88 isole dove l’unica pesca consentita è quella piccola, tradizionale. Le chiamano le “Galapagos dell’Africa occidentale”, per la ricchezza di specie in via d’estinzione. “Molte di queste creature in quest’area dipendono dalla sardinella, un piccolo pesce oleoso”, scrive The Guardian. Ne hanno bisogno gli animali preziosi delle isole, come i suoi pescatori, che di pesca vivono.

La testata britannica racconta della nave Hua Xin 17, 125 metri, più lunga di un campo di calcio. E della Tian Yi He 6, ormeggiate per centinaia di giorni in mare. E delle navi turche inchiodate da video mentre trasbordavano pesce su quei giganti, che sono fabbriche galleggianti, e che trasformano illegalmente “centinaia di migliaia di tonnellate di sardine appena pescate in farina di pesce e olio”.

Navi che provano a rendersi invisibili, che spengono i segnali del sistema di identificazione, che depredano, “per nutrire gli animali invece che le popolazioni dell’Africa occidentale, con le conseguenze che ricadono più duramente sui piccoli pescatori e sulle comunità costiere che non hanno alternative”, ha detto a The Guardian, Aliou Ba, attivista di Greenpeace.

“Nel 2020, fino a 144.000 tonnellate di piccoli pesci pelagici provenienti dall’Africa occidentale sono state utilizzate per produrre mangimi per l’allevamento di salmoni in Norvegia. Lo stesso volume di pesce avrebbe potuto fornire a un numero di persone compreso tra 2,5 e 4 milioni nella regione una scorta annuale di pesce sufficiente a soddisfare il loro fabbisogno nutrizionale”, ha scritto Sonia Kwami, attivista del Ghana, su The Cable. Il paradiso dei bracconieri, chiama Sonia la sua Africa occidentale.

Quella farina e quell’olio di pesce che finiscono negli allevamenti che producono il pesce dei nostri superemercati, “possono entrare nel mercato dell’UE senza documentazione sulla specie o sulla sua origine”, ha detto a The Guardina Vera Coelho, direttrice esecutiva dell’organizzazione no-profit Oceana in Europa.

Anche a largo del Sudafrica, a febbraio sono state intercettate quattro navi cinesi, con i segnali spenti, ma sorprese a pescare illegalmente nelle acque territoriali.

“Da decenni le navi cinesi operano illegalmente nelle acque africane e, secondo l’Indice di rischio per la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN), la flotta peschereccia d’altura di Pechino, la più grande al mondo, è la principale responsabile della pesca illegale. A causa principalmente della pesca eccessiva e illegale praticata dalla Cina, l’Africa occidentale subisce perdite stimate fino a 9,4 miliardi di dollari all’anno … Tra il 2015 e il 2021, Kenya, Madagascar, Mozambico, Sudafrica e Tanzania hanno perso fino a 142,8 milioni di dollari all’anno a causa della pesca illegale di gamberi e tonni, secondo il World Wildlife Fund. Altre specie pescate in queste acque includono almeno 56 specie di squali e razze e una varietà di pesci di barriera”, scrive il magazine di Africa Defence Forum.

Pescherecci che vanno a caccia di abalone, mollusco amato in Cina, o praticano la pesca a strascico che distrugge gli ecosistemi. Pesca illegale che anche in Sudafrica sta distruggendo lo stock di sardine, che non è solo un problema per la sicurezza alimentare ma anche per la biodiversità. Senza pesce, anche le popolazioni di pinguini che vivono sulle sue coste si stanno decimando: oggi rimangono solo 10 mila esemplari, erano milioni all’inizio del Novecento.

Scramble for Oceans

 A largo della Namibia, il mare nasconde ciò di cui il mondo ha disperata fame: petrolio, fosfati, minerali critici. Una compagnia olandese, la Stamper, ha da poco visto rinnovata la sua licenza di esplorazione petrolifera offshore, mentre nei bacini di Orange, Walvis e Lüderitz estraggono idrocarburi colossi del calibro di BP, Petrobras, TotalEnergies.

A sud-ovest della baia di Walvis, invece, la Namibian Marine Phosphate, joint venture con la partecipazione di una società dell’Oman, potrebbe essere la prima compagnia a trasformare il fondale oceanico in una miniera di fosfati su scala industriale con il progetto Sandpiper. Altri Paesi hanno bloccato progetti simili per l’impatto su ecosistemi fragilissimi come quelli marini dell’estrazione di questo minerale utilizzato per la produzione di fertilizzanti.

Il progetto attende ancora il via libera del governo di Windhoek, ma tra resistenze e temporanei stop, continua ad essere lo spettro che agita acque dove si vive di pesca.

“L’estrazione di fosfati marini ha molti effetti collaterali potenzialmente catastrofici”, scrive Ocean Conservation Namibia. “Il processo di estrazione prevede il dragaggio del fondale marino, con la conseguente formazione di pennacchi di sedimenti che possono estendersi su vaste aree e compromettere la qualità dell’acqua. Questi pennacchi possono soffocare la vita marina, bloccare la luce solare e alterare il funzionamento degli ecosistemi. Gli scarichi possono causare l’acidificazione degli oceani e altre conseguenze a lungo termine”, spiega l’organizzazione ambientalista. L’industria della pesca in Namibia è fortemente contraria all’estrazione dei fosfati a causa del rilascio di metalli pesanti che renderebbero il pesce non più sicuro per i consumatori.

Tutte le più grandi compagnie del mondo continuano a cercare oro nero lungo le coste africane e molti altri stanno valutando la possibilità di cercare nel fondo degli oceani minerali rari, come cobalto, nichel e manganese.

L’estrazione mineraria in acque profonde è un’industria recente, di fronte alla quale, scrive Green Peace, l’Africa non può rimanere un osservatore passivo. “Richiede macchinari enormi, capaci di scavare nei fondali marini a profondità di diverse migliaia di metri. …. Gli impatti potrebbero essere irreversibili: distruzione degli habitat, estinzione di specie, sconvolgimento del clima e delle catene alimentari oceaniche”, scrive Green Peace, che chiede ai Paesi africani di assumere una posizione ferma contro questa nuova frontiera dell’industria mineraria. “L’Africa non può permettersi di rimanere a guardare questo dibattito. Deve … impegnarsi a proteggere un bene comune globale vitale per il futuro di tutta l’umanità. Non fare nulla significa accettare l’irreversibile. Prendere posizione significa difendere la vita”, scrive Green Peace, che a fine maggio ha compiuto una protesta record, portando a 2315 metri di profondità messaggi che chiedono una moratoria globale al deep-mining.

E l’attività mineraria in acque profonde sarà uno dei temi chiave della conferenza “Our Ocean”, che si terrà dal 16 al 18 giugno 2026, per la prima volta in Africa, in Kenya, e riunirà rappresentanti governativi e delle organizzazioni della società civile. Un evento cruciale, dove la posta in gioco è alta, secondo James Alix Michel, ex presidente delle Seychelles.

“Le promesse e gli impegni assunti in quell’occasione contribuiranno a decidere se l’oceano diventerà una fonte di giustizia e resilienza o se aggraverà le disuguaglianze esistenti”, scrive Michel su Inter Press Service. “Miliardi di dollari sono stati promessi per aree marine protette, sorveglianza, ricerca e progetti comunitari. Eppure, per molte comunità del Sud del mondo, la realtà in mare è spesso cambiata molto meno della retorica sulla terraferma”, aggiunge Michel.

Gli oceani continuano ad essere sfruttati dalla pesca intensiva, sono colpiti dal cambiamento climatico e dall’inquinamento, minacciati dall’espansione delle attività minerarie: “Negli ultimi anni, un’ampia coalizione di Stati, scienziati, gruppi della società civile e movimenti giovanili ha chiesto una sospensione precauzionale o una moratoria sull’estrazione mineraria commerciale in acque profonde nell’area … Per molti nel Sud del mondo, si tratta anche di una questione di giustizia: il mondo non può ripetere, nelle profondità marine, un modello estrattivo che ha lasciato comunità inquinate ed emarginate sulla terraferma”, conclude Michel.

L’Oceano dei migranti

 “Durante il mio viaggio, sono quasi morto mentre attraversavo l’oceano. Il mare era agitato e la piroga avrebbe potuto capovolgersi da un momento all’altro. Due persone sono morte nel tentativo di compiere il viaggio. Ho temuto per la mia vita in ogni istante. Non c’erano abbastanza giubbotti di salvataggio e molte persone non sapevano nuotare. Ho visto persone cadere in acqua senza essere soccorse”. Sono le parole di un uomo che ha deciso di prendere il mare per raggiungere le isole Canarie. Ha 29 anni, lascia il suo paese, la Guinea, salpa dalle coste del Senegal e percorre la rotta più rischiosa, che per molti è letale, che per troppi segna la fine del viaggio, non l’inizio di un nuovo capitolo. È questo l’altro Oceano, quello che si fa tomba, cimitero di vite e speranze. La sua voce è raccolta nell’ultimo rapporto del Mixed Migration Centre, pubblicato a fine maggio.

Chi arriva alle Canarie sa cosa rischia. Il 29 per cento fugge dalla violenza, il 28 per cento da chi calpesta i diritti fondamentali dell’uomo. “I pericoli del viaggio sono ampiamente noti: tuttavia, in assenza di percorsi legali e di prospettive future concrete, questi rischi vengono soppesati rispetto alla certezza di subire danni nel proprio paese d’origine, rendendo gli spostamenti ad alto rischio una necessità percepita piuttosto che una decisione avventata”, scrivono i ricercatori. Nel 2025, secondo l’ONG Caminando Fronteras, più di 3.000 persone sono morte lungo la rotta oceanica, scrive l’agenzia di stampa Reuters.

Ed è alle isole Canarie, dove giungono i sopravvissuti del mare, che culminerà la visita di Papa Leone in Spagna, che inizia domani. Il Papa vuole stare “spalla a spalla” con i migranti, ha affermato Caya Suárez Ortega, direttore di Caritas Canarie, riporta Reuters. “La prima cosa che i migranti mi hanno detto quando sono stati invitati (agli incontri papali) … è stata la loro immensa gratitudine per il fatto che lui si sarebbe schierato al loro fianco”, ha aggiunto Suárez. Il Papa, prosegue Reuters, arriva in Spagna proprio mentre il governo di Pedro Sánchez ha avviato un programma che “consentirà a circa 500.000 immigrati di richiedere un permesso di soggiorno”.

I migranti che giungono alle Canarie partono per lo più dal Marocco, ma anche dalla Mauritania e dal Senegal, e in numero minore dal Gambia, dalla Guinea-Bissau e dalla Guinea, spiega il rapporto del Mixed Migration Centre. Più a sud è la partenza, più lungo e pericoloso il viaggio. Il 40 per cento dei migranti, almeno in un tratto del percorso, si avvale di un trafficante, ma c’è un 16 per cento, soprattutto tra le comunità di pescatori, che si auto-organizza il viaggio. “La traversata atlantica rimane la più pericolosa, con la maggioranza (64%) che teme la morte durante la traversata marittima; tuttavia, gli intervistati hanno percepito rischi anche in altre località, tra cui l’Algeria, citata frequentemente da coloro che hanno transitato nel Paese”, scrivono i ricercatori.

Quando le navi vengono fermate, raccontano i testimoni intervistati dal Mixed Migration Centre, la polizia accusa due o tre persone di essere gli scafisti, o di avere legami con le organizzazioni criminali: “Spesso le prove sono scarse o addirittura inesistenti”, dicono. “Le persone in carcere si trovano ad affrontare una situazione in cui gli avvocati dicono loro: «L’innocenza non è un’opzione. Devi decidere di dichiararti colpevole volontariamente e scontare tre anni di carcere, oppure verrai condannato come colpevole e dovrai affrontare una pena di otto anni di reclusione.»”, aggiungono.

Il Sudafrica e le balene

Algoa Bay è una baia sulle coste del Sudafrica nell’Oceano Indiano. Nel 1488 fu l’ultimo approdo del viaggio che condusse Bartolomeo Diaz a doppiare il Capo di Buona Speranza. È da qui, invece, che ogni anno parte la migrazione dei piccoli di megattere verso sud, ed è qui, nella baia della forma di un mezzo cuore, che in inverno le balene francesi e spagnole si accoppiano e mettono al mondo i loro cuccioli. Dal 2021 è diventata Area di tutela delle balene, un santuario.

Sabato e domenica, ad Algoa Bay, il Whale Festival torna a celebrare i grandi cetacei e a interrogarsi sulla conservazione degli oceani, sulle scienze del mare e a diffondere la cultura che fiorisce lungo le sue coste. L’evento, che segna l’inizio del viaggio delle megattere, cade in un tempo che vede le balene – di cui le acque del Sudafrica ospitano circa 40 specie diverse – di nuovo minacciate, non più dalla caccia, e non soltanto dal cambiamento climatico che scalda l’acqua degli oceani, ma anche dalla guerra. O meglio: la guerra è oggi il principale fattore di rischio.

Nel golfo di Hormuz le restrizioni al passaggio delle navi stanno crescendo così come il traffico di petrolio militare vicino alle coste del Sudafrica, che già aveva visto un incremento nel 2023 per via del Mar Rosso. Dal 2023 a oggi, il traffico è quasi raddoppiato. Uno studio, presentato alla Commissione Baleneria Internazionale (IWC), indica che con l’aumento del traffico è cresciuto in modo sostanziale anche il rischio per le balene di essere colpite dalle navi.

“Sono stati diffusi video di persone e bordo di navi mercantili che attraversano zone con un’alta concentrazione di megattere”, ha dichiarato all’agenzia di stampa AFP il ricercatore Wes Vermeulen dell’Università di Pretoria, come riportato al Jazeera. “Ovviamente, il loro post sui social media diceva tutto: ‘Wow, guardate quante belle balene vediamo’”, ha detto Vermeulen. “Mi si è fermato il cuore: stiamo investendo un paio di balene.”

Secondo Chris Johnson, responsabile della protezione delle balene del WWF, scrive Al Jazeera, “le balene non sanno ancora come adattarsi alla presenza delle navi. È una sfida enorme che si sta evolvendo molto rapidamente”.

La protezione delle balene sarà al centro del Festival di questo fine settimana, che vedrà alternarsi esperti marini, ambientalisti, storici ed enti dedicati alla conservazione e alla conoscenza dei mari. “Il Algoa Bay Whale Festival è qui di un semplice evento: è un’opportunità per la comunità di entrare in contatto con l’oceano, celebrare il nostro patrimonio naturale e ispirare la conservazione per le generazioni future”, hanno affermato gli organizzatori.

Comore, i pescatori che salvano la barriera corallina

 Tre isole vulcaniche nell’Oceano Indiano, tra il Mozambico e il Madagascar, le Comore, circondate dalla barriera corallina, merletto prezioso e fragile, pullulante di vita, la varia, che la pesca troppo intensa, l’inquinamento, il cambiamento climatico rischiano di mutare in scheletri vuoti. Per proteggere quella barriera così preziosa, i pescatori delle Comore che del mare vivono hanno deciso di delimitare oltre 85 ettari e smettere di pescarvi.

Tutto è iniziato con l’associazione di pescatori Malezi Mema, che in comoriano significa “prendersi cura dei propri figli”, con una decina di ettari, nel 2021. Sono pescatori delle comunità di Dzindri, Salamani e Vassy, nell’isola di Anjouan, dove la barriera corallina è presente nell’80 percento della costa. Ora, le zone dove vige il divieto permanente di pesca sono diventate molto più grandi e coinvolgono altre tre comunità, quelle di Kowé, Maweni e Moya.

“Fin dall’inizio, furono gli stessi pescatori di Vassy a proporre la chiusura dell’area, consapevoli della diminuzione delle risorse e del degrado della barriera corallina. Insieme, definirono le regole di gestione, garantirono il monitoraggio della riserva e sensibilizzarono i giovani sull’importanza della sua conservazione. I risultati furono immediati. Nel 2023, Ansoiya Mohamed, presidente di Malezi Mema, testimoniò: “Da quando abbiamo istituito la riserva permanente, le specie ittiche che erano scomparse stanno iniziando a tornare. Pesci come il labride a tre code (“kafwadji”) sono tornati e i pescatori li stanno catturando”, scrive l’ONG Dahari che supporta i pescatori il programma con il quale vengono coinvolte direttamente le comunità locali nella gestione delle aree proibite alla pesca.

“Questo metodo è davvero efficace: aumenta la quantità di pesce, riporta in vita alcune specie che erano scomparse e ne attrae persino di nuove. Ho capito che questa è una vera opportunità per noi e che dobbiamo assolutamente sostenere questa iniziativa”, racconta Chaanbati Ousseni, presidente dell’associazione dei pescatori di Maweni, a Dahari. Una scelta non facile, quella dei pescatori che di pesca vivono di smettere. “La pesca rappresenta una fonte di sostentamento vitale per la maggior parte delle famiglie, pertanto garantire benefici economici è fondamentale per assicurare il continuo sostegno dei residenti alle chiusure”, scrive Mongabay, testata che si occupa di tematiche ambientali.

La chiave sta nello scegliere il luogo giusto dove stabilire l’area protetta e spiegare perché è importante consentire alla barriera di rigenerarsi: “Malezi Mema si è affidata agli anziani del villaggio, che potevano ricordare raccolti più abbondanti, descrivere il declino delle fortune della pesca della comunità e convincere i residenti che le misure di protezione sarebbero state a loro vantaggio”, si legge ancora. Ora, sono le comunità a monitorare le zone e a proteggerle dal bracconaggio.

Invito all’ascolto. Almany, da  Ocean Blues: From Africa to Hawaii di Djeli Moussa Diawara & Bob Brozman

 Kora africana, blues e Hawaiian slide guitar. È l’acqua, che non conosce confini, ad unire la musica dell’Africa occidentale e delle Hawaii. Musica delle migrazioni, quella di Djeli Moussa Diawara, maestro di kora, compositore, cantante cresciuto in una famiglia di griot, i poeti, i cantastorie della Guinea. Con lui, Bob Brozman, chitarrista scomparso nel 2013. Ocean Blues: From Africa to Hawaii racconta di territori solo all’apparenza lontanissimi, perché nulla di lontano c’è in questo mondo, dove tutto circola, la guerra, i veleni che inquinano il mare, ma anche i suoni e i popoli. “

Diawara e Brozman, che si sono incontrati per la prima volta nel 1999 a un festival musicale sull’isola di Réunion”, raccontava un articolo del Miami New Times, un’isola in un altro oceano, “vogliono solo fare musica insieme”. Insieme, due strumenti a corda così diversi, due continenti, due oceani, un solo mare. L’album è del 2000, e quella che ascoltiamo insieme è Almany, terza traccia di un lavoro che ci ricorda che viviamo tutti grazie alle stesse acque.

È così che ci salutiamo oggi.

Vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie dal mondo.

Foto di copertina  Stefano Intintoli su Unsplash

Musica King David – Ponds 5

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