8 giugno 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Giugno 8, 2026

  • Israele colpisce l’Iran dopo che Teheran aveva risposto ai missili israeliani su Beirut.
  • Nigeria: liberate 360 persone rapite da Boko Haram.
  • Armenia al voto: tra Mosca e Occidente.
  • Il capo del Pentagono afferma che l’Europa rischia di essere “invasa” da ideologie pericolose.
  • Bolivia: via libera all’esercito contro le proteste.
  • Perù: Fujimori in testa in un paese diviso tra paura e sfiducia.
  • Terremoto 7.8 colpisce le Filippine.
  • Giappone: scuole chiuse per un orso in città.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets a cura di Barbara Schiavulli 

Libano, Iran, Israele e USA

A pochi giorni dall’accordo di cessate il fuoco raggiunto a Washington tra Israele e Libano, il Medio Oriente sembra nuovamente sull’orlo di una guerra regionale. Quella che avrebbe dovuto essere una fase di de-escalation si sta trasformando in una nuova spirale di attacchi, rappresaglie e minacce che coinvolge ormai Libano, Israele, Iran, Gaza e indirettamente anche gli Stati Uniti.

Domenica l’aviazione israeliana ha colpito la periferia sud di Beirut,  Dahiyeh, storica roccaforte di Hezbollah. Secondo le autorità libanesi almeno due persone sono morte e undici sono rimaste ferite quando un edificio residenziale è stato centrato dai bombardamenti.

Israele sostiene di aver preso di mira centri di comando del movimento sciita in risposta al lancio di razzi verso il nord del Paese. Hezbollah, tuttavia, non ha rivendicato alcun attacco.

I bombardamenti non si sono limitati alla capitale. Nel sud del Libano gli attacchi israeliani proseguono quasi quotidianamente. Sabato un raid ha colpito un veicolo militare uccidendo tre membri dell’esercito libanese, tra cui il generale di brigata Wissam Sabra.

Un secondo attacco nella località di Saksakiyah ha provocato almeno sei morti e quattro feriti. Il presidente libanese Joseph Aoun ha definito l’uccisione dei militari una “flagrante violazione” della sovranità nazionale e del diritto internazionale, accusando Israele di compromettere ogni tentativo di raggiungere una pace duratura.

La crisi libanese resta il principale ostacolo nei negoziati tra Washington e Teheran. L’Iran continua infatti a sostenere che qualsiasi accordo sul nucleare e sulla fine della guerra regionale debba necessariamente includere anche la cessazione delle ostilità in Libano. Per questo i raid su Beirut hanno provocato una reazione immediata da parte della leadership iraniana.

Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che le basi americane e gli interessi statunitensi nella regione potrebbero diventare “obiettivi legittimi” se Washington continuerà a dare copertura politica alle operazioni israeliane.

La tensione è ulteriormente aumentata nella notte tra domenica e lunedì, quando Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale. Esplosioni sono state segnalate nelle aree di Teheran, Isfahan, Karaj e Tabriz.

Le autorità iraniane hanno immediatamente chiuso lo spazio aereo della capitale e sospeso tutte le operazioni all’aeroporto internazionale Imam Khomeini. I Pasdaran sostengono che Israele abbia utilizzato missili balistici lanciati da aerei per colpire infrastrutture militari.

Questi attacchi sono arrivati poche ore dopo il lancio di missili iraniani contro Israele e nonostante le pressioni esercitate da Donald Trump su Benjamin Netanyahu.

Secondo fonti statunitensi, il presidente americano avrebbe telefonato personalmente al premier israeliano chiedendogli di evitare una risposta immediata perché i negoziati con Teheran sarebbero vicini a una svolta. Trump continua infatti a sostenere che un accordo sia “molto vicino” e, in un’intervista al Financial Times, ha ribadito che “è lui a dettare le condizioni” e non Netanyahu.

Ma gli eventi sul terreno raccontano una realtà diversa. Lo stesso Trump ha ammesso di essere irritato dalle continue operazioni israeliane in Libano e ha dichiarato pubblicamente di non essere stato informato in anticipo dei bombardamenti su Beirut. Nonostante questo, Israele ha proseguito le proprie operazioni sia in Libano sia contro l’Iran.

Nel frattempo Israele si prepara al peggio. Il Ministero della Salute ha ordinato il massimo livello di allerta in tutti gli ospedali e centri medici del Paese. Sono stati attivati i piani di emergenza, rinviati interventi chirurgici non urgenti e predisposti posti letto aggiuntivi nelle terapie intensive.

Le autorità sanitarie parlano apertamente di preparazione a possibili scenari di guerra su larga scala.

Anche Gaza subisce le conseguenze dell’escalation. Israele ha annunciato la chiusura di tutti i valichi di accesso alla Striscia, compresi Kerem Shalom e Rafah, sospendendo l’ingresso di aiuti umanitari.

Una decisione motivata con ragioni di sicurezza dopo l’ultimo attacco missilistico iraniano. Le organizzazioni umanitarie palestinesi e internazionali denunciano però che la misura rischia di aggravare ulteriormente una crisi già drammatica per oltre due milioni di persone.

A rendere ancora più esplosivo il clima sono arrivate le dichiarazioni del ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, che in un messaggio pubblicato sui social ha scritto: “Stanotte Teheran deve bruciare”. Parole che riflettono il livello di radicalizzazione raggiunto all’interno del governo israeliano e che alimentano i timori di una nuova escalation.

Dopo cento giorni di guerra regionale, la tregua appare sempre più una formula diplomatica che una realtà sul terreno. Le trattative tra Stati Uniti e Iran continuano, ma ogni bombardamento, ogni minaccia e ogni nuova rappresaglia rendono più fragile la prospettiva di una pace.

E mentre Washington parla di accordi imminenti, il Medio Oriente sembra muoversi nella direzione opposta: verso un conflitto sempre più ampio e sempre più difficile da contenere.

Iran

La già fragile trattativa tra Stati Uniti e Iran rischia di complicarsi ulteriormente dopo i nuovi bombardamenti israeliani su Beirut e sul sud del Libano. Teheran considera la fine delle operazioni militari israeliane in Libano una condizione essenziale per qualsiasi accordo che possa portare alla conclusione della guerra regionale iniziata nei mesi scorsi.

Domenica il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha lanciato un duro avvertimento, sostenendo che il sostegno americano alle operazioni israeliane trasformerebbe basi e interessi statunitensi in Medio Oriente in “obiettivi legittimi”. Una minaccia che alimenta i timori di una nuova escalation regionale.

Dietro le tensioni c’è anche il braccio di ferro sul programma nucleare iraniano. In un’intervista all’emittente NBC, Donald Trump ha escluso che gli Stati Uniti possano restituire nell’immediato i miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero, una delle richieste avanzate da Teheran durante i negoziati.

“Se l’Iran si comporterà bene, ne parleremo più avanti”, ha dichiarato il presidente americano.

Trump ha inoltre ribadito che Washington conosce l’ubicazione delle scorte di uranio arricchito iraniano e ha affermato che, in caso di accordo, il materiale verrebbe rimosso e distrutto sotto supervisione americana. In caso contrario, ha lasciato intendere che l’opzione militare resta sul tavolo.

Nelle scorse settimane lo stesso Trump aveva ammesso di aver avuto uno scontro telefonico molto duro con Benjamin Netanyahu, irritato dalla decisione israeliana di continuare le operazioni in Libano nonostante le pressioni americane per una tregua. Ma gli ultimi raid dimostrano che, almeno per ora, Israele non sembra intenzionato a fermarsi.

E così, mentre Washington parla di pace imminente e Teheran continua a negoziare, sul terreno le bombe continuano a cadere. Una contraddizione che rende sempre più difficile immaginare una vera de-escalation nella regione.

Palestina e Israele

Mentre al Cairo riprendono i colloqui tra le fazioni palestinesi e i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia per salvare il cessate il fuoco e avviare la seconda fase dell’accordo, a Gaza continuano gli attacchi israeliani.

Domenica un raid ha colpito una postazione di polizia gestita da Hamas vicino a un grande campo di sfollati a Khan Younis, nel sud della Striscia. Almeno cinque persone sono state uccise e sedici ferite.

Poche ore dopo un altro attacco contro un veicolo a Gaza City ha provocato quattro morti e quattro feriti. L’esercito israeliano non ha commentato immediatamente gli episodi.

Nonostante il cessate il fuoco in vigore dall’ottobre scorso, secondo il Ministero della Salute di Gaza oltre 960 palestinesi sono stati uccisi e più di tremila feriti dalle operazioni israeliane.

Israele accusa Hamas di continuare a rappresentare una minaccia e considera inaccettabile che i circa diecimila agenti della polizia controllata dal movimento islamista possano avere un ruolo nella futura amministrazione della Striscia.

È proprio questo uno dei nodi principali del negoziato. Hamas chiede che le sue strutture civili e di sicurezza vengano integrate in una nuova forza di polizia, mentre Israele pretende il completo disarmo del movimento e la sua esclusione da qualsiasi futuro assetto politico.

Nel frattempo la situazione umanitaria resta drammatica. Le forze israeliane continuano a controllare oltre metà della Striscia e quasi due milioni di persone vivono concentrate in una stretta fascia costiera tra tende improvvisate e edifici danneggiati.

A rendere ancora più pesante il clima, in Cisgiordania l’esercito israeliano ha aperto un’indagine sulla morte di un bambino palestinese di appena sette mesi, ucciso durante un’operazione militare vicino a Hebron.

Secondo la famiglia, il piccolo si trovava in auto con i genitori quando i soldati hanno aperto il fuoco. L’esercito sostiene invece che un veicolo si stesse dirigendo verso i militari in modo sospetto. Spoiler, ai soldati israeliani non succederà nulla.

ISRAELE: Una persona è stata uccisa e altre cinque ferite in un attacco armato avvenuto domenica in diverse località del centro di Israele.

Secondo la polizia, l’aggressore, un cittadino arabo-israeliano, ha aperto il fuoco da un’auto contro più obiettivi prima di essere ucciso dalle forze di sicurezza al termine di un inseguimento. Un secondo sospettato è stato arrestato con l’accusa di aver collaborato all’attacco.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito l’episodio un “attacco terroristico”, mentre il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha chiesto che la pena di morte per terrorismo venga applicata anche ai cittadini arabo-israeliani.

Dopo l’attacco, l’esercito ha rafforzato le misure di sicurezza e chiuso diversi checkpoint attorno alle città palestinesi di Tulkarem e Qalqilya, in Cisgiordania.

Nigeria

L’esercito nigeriano ha annunciato la liberazione di 360 persone sequestrate da Boko Haram nello Stato di Borno, nel nord-est del Paese. L’operazione si è svolta nelle montagne Mandara, una delle storiche roccaforti del gruppo jihadista al confine con il Camerun.

Tra i liberati ci sono numerosi bambini e civili rapiti in diverse comunità della regione. Due neonati, però, sono morti per sfinimento durante l’evacuazione, dopo mesi di prigionia e un difficile trasferimento attraverso le zone montuose.

Le autorità parlano di un duro colpo per Boko Haram, ma la crisi della sicurezza in Nigeria resta tutt’altro che risolta. Nel nord del Paese continuano ad agire sia Boko Haram sia la sua fazione affiliata allo Stato Islamico, l’ISWAP, responsabili di attacchi, rapimenti e violenze che da oltre quindici anni hanno causato migliaia di morti e milioni di sfollati.

Nonostante le promesse del presidente Bola Tinubu e i recenti successi militari, per molte comunità del nord-est la guerra contro i gruppi armati continua a essere una realtà quotidiana.

Mediterraneo

Ancora morti nel Mediterraneo centrale. Dieci corpi sono stati recuperati nelle acque al largo di Malta dopo il ribaltamento di un’imbarcazione partita dalla Libia con circa sessanta persone a bordo.

Secondo le prime informazioni, almeno 48 migranti sono stati salvati grazie all’intervento di un peschereccio e della Guardia Costiera italiana, impegnata nelle operazioni coordinate dalle autorità maltesi. Le ricerche dei dispersi proseguono.

Con questa tragedia, il numero delle vittime lungo la rotta del Mediterraneo centrale sale ad almeno 830 dall’inizio dell’anno. Intanto continuano gli sbarchi in Italia: nelle ultime ore sono arrivati migranti soccorsi dalle navi umanitarie Open Arms e Louise Michel, molti dei quali raccontano di essere sopravvissuti a detenzioni, torture e violenze subite in Libia.

Europa e USA

Durante le commemorazioni per l’82° anniversario dello sbarco in Normandia, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha paragonato i flussi migratori verso l’Europa a una sorta di “invasione”, suscitando nuove polemiche.

Parlando nel cimitero americano di Colleville-sur-Mer, affacciato su Omaha Beach, Hegseth ha affermato che oggi alcune coste europee sarebbero “assaltate da ideologie pericolose”, riferendosi agli arrivi di migranti in Paesi come Italia, Grecia, Spagna e Bulgaria.

Il capo del Pentagono ha invitato le capitali europee a contrastare quella che ha definito una minaccia crescente, accusando l’Occidente di essersi adagiato nella convinzione che pace e libertà siano garantite. Secondo Hegseth, la lezione del D-Day resta valida ancora oggi: sicurezza, forza militare e alleanze solide.

Le dichiarazioni arrivano mentre l’amministrazione Trump continua a chiedere agli alleati della NATO di aumentare le spese per la difesa e di adottare politiche migratorie più restrittive.

Spagna

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha partecipato al Primavera Sound di Barcellona, festival che negli ultimi anni ha espresso apertamente sostegno alla causa palestinese.

Prima del concerto dei Gorillaz è intervenuto l’attivista palestinese Arab Barghouti, accolto dal pubblico con cori di “Free Palestine”. Sánchez ha poi condiviso il suo discorso sui social, ringraziando chi continua a far sentire la propria voce.

La presenza del premier conferma la posizione della Spagna, tra i Paesi europei più critici verso la guerra israeliana a Gaza e più attivi nel sostegno ai diritti dei palestinesi.

Restiamo in Spagna, la grave siccità che ha colpito la Catalogna negli ultimi mesi ha fatto riaffiorare dalle acque i resti di una chiesa medievale rimasta sommersa per decenni.

Secondo le prime stime, l’edificio avrebbe circa mille anni e faceva parte di un antico villaggio che prosperò nel Medioevo prima di essere sommerso durante la costruzione di una diga ai tempi della dittatura di Francisco Franco.

La scoperta ha attirato l’interesse degli archeologi, che stanno documentando il sito e ricostruendo la storia della comunità scomparsa. Gli esperti sottolineano come siccità sempre più frequenti e cambiamenti climatici stiano riportando alla luce luoghi e testimonianze del passato rimasti nascosti sott’acqua per generazioni.

Kosovo

Il partito del primo ministro Albin Kurti ha ottenuto la maggioranza relativa nelle elezioni anticipate in Kosovo, raccogliendo circa il 43% dei voti. Un risultato che conferma la sua leadership politica, ma che non basta per governare da solo.

Il Paese, alla terza elezione in poco più di un anno, resta impantanato in una profonda crisi istituzionale. I principali partiti di opposizione hanno ottenuto risultati sufficienti a impedire una maggioranza autonoma, rendendo inevitabili difficili negoziati per formare un nuovo governo.

L’affluenza si è fermata sotto il 37%, segnale della crescente sfiducia dei cittadini verso una classe politica percepita come incapace di superare i continui stalli parlamentari.

Tra inflazione, emigrazione giovanile e paralisi istituzionale, molti osservatori ritengono che il voto difficilmente riuscirà a risolvere la più grave crisi politica attraversata dal Kosovo dalla dichiarazione d’indipendenza del 2008.

Regno Unito

Il presidente Volodymyr Zelenskyy è arrivato ieri nel Regno Unito per una serie di incontri di alto livello con i leader europei, incentrati sulla cooperazione in materia di sicurezza e sul coordinamento diplomatico in merito alla guerra in Ucraina, secondo quanto riportato da UATV English, citando i profili social di Zelenskyy.

Secondo quanto affermato dal presidente, la visita prevede colloqui bilaterali con il Primo Ministro britannico Keir Starmer, nonché un incontro nel formato E3+Ucraina con il Presidente francese Emmanuel Macron e il Cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Armenia

L’ Armenia sembra aver scelto la sua direzione. Con oltre il 50% delle schede scrutinato, il partito Contratto Civile del primo ministro Nikol Pashinyan è in netto vantaggio con poco più del 51% dei voti, un risultato che, se confermato, gli consentirebbe di mantenere il controllo del Parlamento e proseguire la sua politica di progressivo avvicinamento all’Occidente.

Alle sue spalle si trova il blocco Armenia Forte dell’imprenditore Samvel Karapetyan, fermo attorno al 23%, mentre l’ex presidente Robert Kocharyan, storico sostenitore dei rapporti privilegiati con Mosca, raccoglie meno del 10%. L’affluenza si è attestata vicino al 59%, segnale della forte mobilitazione attorno a un voto percepito da molti come decisivo per il destino del Paese.

Per la prima volta dall’indipendenza, infatti, la questione centrale della campagna elettorale non è stata l’economia o la politica interna, ma la collocazione geopolitica dell’Armenia.

Dopo la sconfitta nel Nagorno-Karabakh e la riconquista della regione da parte dell’Azerbaigian nel 2023, una parte crescente della popolazione ha iniziato a mettere in discussione l’affidabilità della Russia come garante della sicurezza nazionale.

Da allora Pashinyan ha avviato un graduale allontanamento da Mosca, aderendo alla Corte Penale Internazionale, sospendendo la partecipazione all’alleanza militare guidata dal Cremlino e aprendo ufficialmente alla prospettiva di un futuro ingresso nell’Unione Europea.

La Russia resta però il principale partner commerciale del Paese e mantiene una presenza militare sul territorio armeno. Nelle settimane precedenti al voto il Cremlino aveva avvertito Erevan delle possibili conseguenze economiche di una svolta europea, mentre Bruxelles e Washington hanno intensificato sostegno politico e investimenti.

Se i risultati parziali saranno confermati, il voto rappresenterà non solo una vittoria personale per Pashinyan, ma anche il segnale più chiaro finora che l’Armenia sta tentando di uscire dall’orbita russa per avvicinarsi all’Europa e agli Stati Uniti. Una scelta che potrebbe ridisegnare gli equilibri geopolitici del Caucaso meridionale nei prossimi anni.

Russia e Ucraina

L’Ucraina accusa la Russia di aver colpito con un drone una struttura per lo stoccaggio del combustibile nucleare esausto nei pressi di Chernobyl. Secondo il presidente Volodymyr Zelensky, l’attacco ha danneggiato un edificio utilizzato per la gestione del materiale radioattivo, provocando un incendio poi spento senza conseguenze per la popolazione.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha confermato i danni alla struttura, precisando però che non è stato registrato alcun aumento dei livelli di radiazione. Mosca non ha commentato le accuse.

Intanto Regno Unito, Francia e Germania hanno rinnovato l’appello a Vladimir Putin affinché accetti un cessate il fuoco immediato, aprendo negoziati per una pace duratura. Il Cremlino, però, continua a respingere le condizioni avanzate da Kiev e dai suoi alleati europei.

Stati Uniti

Momenti di panico domenica sera alla Penn Station di New York, uno dei principali snodi ferroviari degli Stati Uniti, dove un uomo armato di coltello ha ferito almeno cinque persone in un attacco apparentemente casuale.

Una delle vittime è in gravi condizioni, mentre le altre hanno riportato ferite di diversa entità. Il sospettato è stato arrestato poco dopo dalla polizia ferroviaria.

Secondo le prime ricostruzioni, l’aggressione è avvenuta nell’area dei treni pendolari, provocando scene di fuga e caos tra i viaggiatori. Le autorità non hanno ancora chiarito il movente dell’attacco, ma riferiscono che il sospettato avrebbe problemi di salute mentale. L’inchiesta è in corso

Colombia

Sarà un duello tra il candidato conservatore Abelardo De La Espriella e il candidato di sinistra Ivan Cepeda a decidere il prossimo presidente della Colombia il 21 giugno.

De La Espriella, avvocato e volto della destra nazionalista, ha ottenuto il 43,7% dei voti al primo turno contro il 40,9% di Cepeda, alleato dell’attuale presidente Gustavo Petro. Inizialmente Cepeda aveva contestato il risultato denunciando possibili irregolarità elettorali, ma ha poi riconosciuto ufficialmente l’esito del voto.

La campagna si concentra soprattutto su sicurezza, economia e lotta alle disuguaglianze. De La Espriella promette una linea dura contro criminalità, narcotraffico e gruppi armati, mentre Cepeda punta sul rafforzamento dei programmi sociali e sul dialogo per ridurre la violenza.

Con l’elettorato sempre più polarizzato e un’affluenza ferma al 58%, il ballottaggio si annuncia come uno dei più incerti degli ultimi anni.

Perù

Il Perù attende il risultato definitivo di un ballottaggio presidenziale che potrebbe segnare una nuova svolta politica per il Paese. Con circa il 13% delle schede scrutinato, la candidata conservatrice Keiko Fujimori è in vantaggio con il 52,5% dei voti contro il 47,5% del candidato della sinistra Roberto Sánchez. Anche gli exit poll indicano una corsa estremamente serrata, con un margine di poco superiore all’uno per cento.

La figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, morto nel 2024 dopo essere stato condannato per violazioni dei diritti umani, ha costruito la sua campagna sulla sicurezza e sulla lotta alla criminalità organizzata.

In un Paese dove omicidi ed estorsioni sono aumentati drasticamente negli ultimi anni, la promessa di una linea dura contro bande criminali e narcotraffico ha trovato ascolto soprattutto nelle aree urbane e nella capitale Lima.

Dall’altra parte Roberto Sánchez, deputato di sinistra e alleato dell’ex presidente Pedro Castillo, punta invece sulle profonde disuguaglianze sociali che dividono il Paese. Forte del sostegno delle regioni rurali e indigene, propone una nuova Costituzione, maggiori investimenti nelle aree più povere e una revisione delle concessioni minerarie.

Il voto arriva dopo anni di instabilità cronica. Negli ultimi dieci anni il Perù ha avuto otto presidenti, travolti da impeachment, dimissioni, proteste e scandali politici. Anche questa elezione si svolge in un clima di forte polarizzazione, alimentato dalle accuse di brogli e dalle tensioni emerse già durante il primo turno.

Qualunque sia il vincitore, dovrà fare i conti con un Congresso frammentato e con un Paese profondamente diviso tra la Lima urbana e benestante e le regioni interne che si sentono escluse dalla crescita economica. Una frattura che continua a segnare la politica peruviana e che nessuna elezione, finora, è riuscita davvero a sanare.

Bolivia

Il Parlamento boliviano ha approvato una legge che autorizza l’impiego dell’esercito per affrontare proteste e blocchi stradali che da settimane paralizzano il Paese.

Le manifestazioni sono alimentate dalla grave crisi economica e dal crescente malcontento contro il governo del presidente Rodrigo Paz. Negli ultimi giorni la polizia è già intervenuta più volte per sgomberare i blocchi che ostacolano i collegamenti con le principali città.

La nuova misura, ora attesa al vaglio dell’esecutivo, rischia di aumentare ulteriormente la tensione in un Paese già profondamente diviso.

Filippine

Un potente terremoto di magnitudo 7.8 ha colpito la provincia di Sarangani, nel sud delle Filippine, causando danni significativi alle infrastrutture e facendo scattare un’allerta tsunami per diverse aree costiere.

Le autorità stanno ancora valutando l’entità dei danni e al momento non hanno confermato vittime, ma i primi rapporti parlano di interruzioni dell’elettricità e delle comunicazioni, mentre sono in corso evacuazioni nelle zone più esposte.

Il Centro di allerta tsunami del Pacifico ha avvertito che onde fino a tre metri potrebbero colpire alcune aree delle Filippine, mentre effetti minori sono attesi anche in Malesia e Indonesia.

Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha ordinato l’attivazione immediata dei soccorsi, la verifica delle infrastrutture critiche e la sospensione delle lezioni nelle regioni interessate, invitando la popolazione a raggiungere le zone più elevate e a seguire le indicazioni delle autorità.

Corea del Nord

Il presidente cinese Xi Jinping è arrivato a Pyongyang per una visita ufficiale di due giorni, la prima in Corea del Nord dal 2019.

Xi incontrerà il leader nordcoreano Kim Jong Un in un momento di forti tensioni regionali e di crescente isolamento internazionale del regime nordcoreano, sottoposto a pesanti sanzioni per i suoi programmi nucleari e missilistici.

La Cina resta il principale alleato politico, diplomatico ed economico di Pyongyang e il viaggio del leader cinese viene interpretato come un segnale di sostegno a Kim Jong Un, mentre nella regione si intensificano le rivalità tra Cina, Stati Uniti e i loro alleati asiatici.

Giappone

La città giapponese di Utsunomiya, a circa cento chilometri da Tokyo, ha sospeso le lezioni in tutte le 94 scuole elementari e medie pubbliche dopo l’avvistamento di un orso nero asiatico in un quartiere residenziale.

L’animale è stato visto per la prima volta sabato sera vicino a un parco e, nonostante le ricerche, risulta ancora in libertà. L’ultimo avvistamento è avvenuto nelle vicinanze di una scuola media.

Gli incontri tra orsi e persone sono in aumento in tutto il Giappone. Secondo gli esperti, il cambiamento climatico, la riduzione delle fonti naturali di cibo e lo spopolamento delle aree rurali stanno spingendo sempre più animali a cercare cibo vicino ai centri abitati. Solo la scorsa settimana, nella città di Fukushima, un orso ha ferito quattro persone.

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