Libertà per Nico, Leonarda e gli altri
Scritto da Barbara Schiavulli in data Giugno 21, 2026
Da oltre tre settimane, in una struttura carceraria isolata e non civile gestita dal Ministero dell’Interno libico, nota localmente come «black site», due italiani resistono a una detenzione che le organizzazioni umanitarie definiscono «arbitraria» e “illegittima”, mentre il governo italiano segue la vicenda «minuto per minuto» senza che sia ancora stata formalizzata alcuna accusa.
La sparizione nel deserto
Il 24 maggio 2026, nei pressi di un checkpoint a Sirte, nella Libia centrale, dieci attivisti del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla spariscono dai radar. Vengono caricati con la forza su furgoni senza contrassegni e fatti scomparire.
Tra loro ci sono due italiani: Domenico Centrone, documentarista di 33 anni originario di Molfetta e docente a contratto all’Università di Bari, e Leonarda «Dina» Alberizia, insegnante in pensione di 67 anni, originaria di Asti e Foggia.
Insieme ad altri otto partecipanti internazionali — tra cui il volontario tunisino Mehdi Bouzguenda, arrestato il 19 maggio mentre rientrava nel proprio Paese — stavano tentando di raggiungere la Striscia di Gaza via terra per rompere il blocco israeliano e portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, stremata da anni di guerra, fame e devastazione.
Il convoglio, denominato «land convoy», avrebbe dovuto raggiungere Gaza passando dal valico di Rafah, non arriverà mai. Verrà fermato in territorio libico. Oltre a Centrone e Alberizia, altri otto partecipanti internazionali risultano ancora trattenuti dalle autorità e dalle milizie locali in circostanze che restano poco chiare e profondamente allarmanti.

Da Sirte a Bengasi: trattati come clandestini
Pochi giorni dopo il fermo, i due italiani vengono trasferiti a Bengasi, nella Libia orientale controllata dalle forze di Khalifa Haftar.
Secondo le informazioni raccolte dalla stampa italiana, vengono rinchiusi insieme agli altri attivisti in una struttura di detenzione della zona, dove le autorità contestano loro l’ingresso senza autorizzazione e la mancanza di speciali permessi di sicurezza.
L’accusa sarebbe quella di «ingresso illegale» nel Paese, configurando l’ipotesi di ingresso clandestino. Una contestazione che gli organizzatori respingono sostenendo che tutti i partecipanti erano in possesso di visti validi ed erano entrati legalmente in Libia.
Dentro il “black site”
Gli undici attivisti vengono rinchiusi in quella che le organizzazioni descrivono come una struttura carceraria isolata e non civile, gestita dal Ministero dell’Interno libico e conosciuta localmente come “black site”.
Un luogo dove il mondo esterno scompare.
I detenuti restano completamente isolati, senza contatti con le famiglie e senza accesso a una difesa legale indipendente. Secondo le denunce della Global Sumud Flotilla, le autorità fornirebbero informazioni contraddittorie, promettendo ripetutamente un rilascio imminente per poi rinviarlo, in una strategia che avrebbe l’obiettivo di logorare psicologicamente i detenuti.
Il console generale d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo, è riuscito a visitare i due connazionali il 27 maggio. Da allora, però, l’isolamento della struttura ha impedito contatti regolari. Una nuova richiesta di visita consolare è stata formalmente presentata.
Senza accuse, senza avvocati, senza giudice
Per oltre diciotto giorni non viene formalizzata alcuna accusa. Per nove giorni, riferisce l’avvocata Enrica Rigo alla Camera, i due italiani non vedono neppure un giudice.
La situazione appare ancora più inquietante quando, una settimana fa, due legali incaricate della difesa si recano nel centro di detenzione dove avrebbero dovuto trovarsi Centrone e Alberizia. Non li trovano.
“Il luogo di detenzione non è noto”, denuncia Rigo. “Tecnicamente siamo vicini alla sparizione forzata”.
Il 2 giugno i due italiani compaiono davanti al procuratore di Bengasi, che dispone il proseguimento della custodia cautelare. Il 9 giugno l’udienza viene annullata senza preavviso e la detenzione prorogata di altri trenta giorni.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ammette che “ancora non c’è un’accusa formalizzata” e definisce il caso «complicato» anche per la presenza di cittadini di altre nazionalità tra i detenuti.
Lo sciopero della fame
Da 96 ore i volontari detenuti si rifiutano di mangiare. È una protesta estrema contro quella che definiscono una detenzione illegittima, contro il mancato accesso all’assistenza legale, contro il prolungamento della custodia cautelare e contro i maltrattamenti denunciati all’interno della struttura.
Secondo la Global Sumud Flotilla, le condizioni di salute stanno peggiorando rapidamente. Alcuni attivisti sarebbero svenuti.
Eppure, denuncia l’organizzazione, le autorità libiche continuano a negare qualsiasi monitoraggio medico indipendente. Nessun team sanitario esterno è stato autorizzato a visitarli.
A occuparsi dei detenuti sono gli stessi medici presenti nella delegazione, costretti a monitorare e assistere i compagni pur trovandosi anch’essi in condizioni di estrema debolezza.
La richiesta della Flotilla è chiara: accesso immediato di osservatori medici indipendenti, accesso regolare dei rappresentanti consolari e rilascio immediato e incondizionato di tutti i volontari.
La diplomazia italiana: “Seguiamo minuto per minuto”
La Farnesina, l’Ambasciata italiana a Tripoli e il Consolato generale a Bengasi affermano di seguire il caso in stretto raccordo con le autorità locali.
Le famiglie vengono costantemente aggiornate sugli sviluppi diplomatici. Antonio Tajani ha assicurato che il governo sta seguendo la vicenda «minuto per minuto» e che si lavora per ottenere il rilascio dei due italiani il prima possibile.
«Lavoriamo affinché possano essere rilasciati e magari espulsi», ha dichiarato il ministro.
Secondo quanto riferito dalla Farnesina, i due connazionali sarebbero in condizioni generali stabili, pur rimanendo detenuti.
Gli altri italiani sono tornati. Loro no.
Gli altri sei componenti della delegazione italiana della carovana umanitaria sono stati rimpatriati il 27 maggio.
Domenico Centrone e Leonarda Alberizia restano invece a Bengasi.
La portavoce italiana della Flotilla, Maria Elena Delia, denuncia l’assenza di informazioni ufficiali sulle accuse e sui tempi di un’eventuale espulsione.
«Non vengono rispettate le procedure che dovrebbero garantire la comunicazione delle accuse e delle condizioni delle persone detenute», afferma.
Chi sono i “Sirte 10+1”
La Global Sumud Flotilla ha trasformato il loro caso in una mobilitazione internazionale. Li chiamano «Sirte 10+1»: i dieci volontari arrestati dopo il fermo del convoglio umanitario e l’undicesimo detenuto separatamente a Tripoli.
La missione faceva parte di un’iniziativa internazionale diretta verso Gaza attraverso il Nord Africa. Per gli organizzatori si trattava di una missione umanitaria coordinata con diverse realtà della società civile internazionale, per le autorità libiche, invece, di un ingresso non autorizzato in un’area sottoposta a stretto controllo militare.
«Sono medici, educatori, giornalisti e difensori dei diritti umani», ricorda la Global Sumud. «Sono persone che hanno scelto di portare solidarietà alla popolazione assediata di Gaza».
Una mobilitazione che attraversa il mondo
Per chiedere la liberazione dei detenuti sono stati organizzati scioperi della fame in tredici Paesi e manifestazioni in numerose città del mondo.
Anche in Italia si moltiplicano i presìdi di solidarietà. Maria Rosaria Centrone, sorella di Domenico, ha lanciato un appello semplice e diretto: «Nico e gli altri devono essere liberati. Sono persone innocenti».
Il confronto inevitabile con il caso Cecilia Sala
Il paragone può sembrare scomodo, ma continua ad accompagnare questa vicenda.
Quando la giornalista Cecilia Sala venne arrestata in Iran nel dicembre 2024, l’intera macchina dello Stato italiano si attivò immediatamente: vertici a Palazzo Chigi, interventi pubblici della presidente del Consiglio, iniziative diplomatiche ai massimi livelli.
Per Centrone e Alberizia il percorso appare diverso.
Da oltre tre settimane il dossier resta nelle mani della Farnesina. Giorgia Meloni non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche né convocato vertici dedicati.
Eppure, sottolineano i sostenitori della Flotilla, la situazione dei due italiani appare persino più opaca: una struttura isolata, nessuna accusa formale, nessun accesso regolare a un avvocato e un sistema di detenzione che opera fuori dai normali standard di trasparenza.
Dietro le sbarre di Haftar
A detenere i due italiani sono le autorità della Cirenaica guidata dal generale Khalifa Haftar. Secondo fonti libiche citate dalla stampa italiana, sul caso sarebbe intervenuto direttamente il figlio Saddam Haftar, vicecomandante delle forze armate della Libia orientale, imponendo una “chiusura totale” del dossier.
Sono le stesse autorità che continuano a contestare ai volontari l’ingresso illegale nel Paese.
Un caso che riguarda tutti
Il futuro di Domenico Centrone e Leonarda Alberizia resta sospeso.
La loro detenzione è stata prorogata ancora una volta. Le accuse non sono state formalizzate. Le famiglie aspettano notizie. Gli avvocati attendono risposte. I volontari continuano lo sciopero della fame.
Intanto due cittadini italiani restano rinchiusi in una struttura isolata di Bengasi, senza contatti regolari con i propri cari, senza una prospettiva chiara di rilascio, mentre la diplomazia lavora e il tempo continua a scorrere.
La loro vicenda non riguarda soltanto due persone. Interroga il valore della protezione consolare, il rapporto tra Stati e milizie che esercitano il potere sul territorio, e la sorte di chi sceglie di attraversare i confini per portare aiuti umanitari in una delle crisi più drammatiche del nostro tempo.
“Sono persone innocenti”, ripete Maria Rosaria Centrone ed è forse questa la frase che, più di tutte, pesa nel silenzio che avvolge Bengasi.
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