26 giugno 2026 – Notiziario Africa

Scritto da in data Giugno 26, 2026

  • El Obeid sotto assedio, il Sudan teme nuovi massacri
  • Nigeria, le donne della pace sfidano la spirale della violenza
  • Congo-Belgio, la battaglia per riportare a casa i resti del colonialismo
  • Custodire la memoria: dalle biblioteche viventi agli antenati di Salif Keita
Questo e molto altro nel Notiziario Africa di Radio Bullets a cura di Elena L. Pasquini 

La nostra esperienza comune, in realtà, è l’opposto: il passato, lungi dallo scomparire o dal tacere, ha un modo ostinato e persistente di tornare e perseguitarci, a meno che non sia stato affrontato in modo adeguato. Se non guardiamo la bestia negli occhi, scopriamo che ha la strana abitudine di tornare per tenerci in ostaggio.

Così scrive Desmond Tutu, arcivescovo sudafricano, attivista e figura chiave nella lotta contro l’apartheid, nel libro del 1999, Non c’è futuro senza perdono.

Il presente dell’Africa è ancora, troppo spesso, perseguitato dal suo passato.

Sono ferite profondissime e indelebili quelle che un conflitto armato infligge ai corpi e alla memoria di un popolo, ferite capaci di tenere sempre vivo il dolore e alimentare sempre nuova violenza.

Il tempo non le sana, se non si tenta un’impossibile ricucitura. Indelebili come quelle inferte dalla dominazione coloniale o da una miseria che ancora abita troppe parti del continente.

È da qui che iniziamo oggi, dalle ferite indelebili. E dalla guerra. Dal Sudan, che teme nuovi massacri nella città sotto assedio di El Obeid, e dai corpi delle sue donne, vittime di una guerra che ha radici in un passato mai pacificato.

Poi, in Nigeria, scossa dalla violenza delle bande, ma dove le donne provano a riscrivere la memoria di chi ha conosciuto solo la violenza.

Quindi, vi racconteremo della battaglia della Repubblica democratica del Congo per riportare a casa i resti umani trafugati durante la dominazione coloniale belga e fare i conti con un passato di sofferenza la cui responsabilità pesa sul nostro Occidente.

Ma il passato non è solo ferite, è anche ciò che ci ha dato, le persone che abbiamo amato e la cui memoria vogliamo custodire, lo spirito di chi ci ha preceduto.

Per questo andremo in Zimbabwe per la storia di un gruppo di donne che sta cambiano il modo di prendersi cura dei defunti e dei vivi. Poi, in Sudafrica dove nella township di Alexandra si sta costruendo una biblioteca vivente. E infine la musica di Salif Keita, che rende omaggio agli antenati.

Oggi, 26 giugno 2026.

Sudan

La città di El Obeid, capitale del Kordofan settentrionale, è sotto assedio, circondata dai paramilitari delle Rapid Support Forces. El Obeid sa già cosa lo attende se i miliziani di Mohamed Hamdan Dagalo non si fermeranno.

L’orrore che ha stretto nella sua morsa la città di El Fasher, in Darfur, accerchiata per diciotto mesi prima di cadere, si agita ora come uno spettro su questo antico centro carovaniero, mercato fiorente dove un tempo si fermavano i commerci, facevano tappa i pellegrini diretti alla Mecca, si vendevano “gomma, penne di struzzo, avorio, bestiame e manufatti di cotone”, come raccontava nel 1935 la Treccani.

Città dove fiorì una delle più antiche culture neolitiche, che venne distrutta nel 1883, nella guerra contro il dominio inglese, e quindi ricostruita. El Obeid, ancora oggi strategica per la sua posizione geografica e per la sua terra ricca di petrolio, vive un’altra dolorosa pagina della sua storia.

La RSF stanno ammassando forze intorno alla città, nonostante gli appelli perché la violenza si fermi.  “Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha dichiarato nel fine settimana che 500.000 civili a el-Obeid rischiano di essere vittime di atrocità se le RSF (Forze di supporto rapido) dovessero attaccare la città, aggiungendo che 50 civili sono stati uccisi in attacchi di droni negli ultimi 10 giorni a el-Obeid e nel Kordofan settentrionale”, ricorda Al Jazeera.

“Esistono ormai segnali credibili di un’offensiva imminente. Questo è un momento critico e la comunità internazionale deve agire”, recita una dichiarazione congiunta di Regno Unito, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi e Norvegia.

Ad El-Obeid si sono rifugiate circa 200 mila persone che ora si sentono in trappola, terrorizzate dai droni che gli volano in testa. “Come sfollati, sentiamo di essere venuti qui solo per morire. Abbiamo paura”, ha detto una donna della città al programma Sudan Lifeline della BBC Arabic.

“Siamo arrivati ​​qui e questo è diventato il nostro destino. Non possiamo mangiare. Non possiamo bere. Dove possiamo andare? Cosa facciamo da qui?”, racconta alla testata britannica.

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, intanto, documenta in tutto il Sudan un uso della violenza sessuale come arma di guerra sempre più frequente, in questo conflitto che va avanti da oltre tre anni tra le RSF e l’esercito sudanese, e che ha costretto 11 milioni di persone alla fuga.

La violenza è “senza precedenti in termini di portata, diffusione e brutalità”, spiegano i ricercatori, che hanno verificato almeno 546 episodi. “Almeno 838 vittime sono state colpite e tutte tranne 15, erano donne e ragazze, ma queste cifre rappresentano solo “la punta dell’iceberg””, scrive UN News. Violenza sessuale usata sistematicamente per terrorizzare e traumatizzare i civili.

“Questo è un crimine di guerra e, se commesso nell’ambito di un attacco diffuso o sistematico, un crimine contro l’umanità”, ha detto l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk. “Secondo il rapporto, in Darfur vi sono fondati motivi per ritenere che alcuni atti di violenza sessuale …  possano configurarsi come crimini contro l’umanità”, si legge ancora.

La maggior parte delle violenze è stata attribuita alle RSF o ai gruppi che gli sono alleati, ma anche alle Forze Armate sudanesi e altri attori.

Secondo il rapporto, almeno 13 vittime – donne, uomini e bambini – sono morte, per lo più a seguito di brutali stupri di gruppo, e la più giovane aveva nove anni.

Stupri e stupri di gruppo – che rappresentano un quarto degli episodi – schiavitù sessuale, matrimoni forzati, prostituzione forzata, torture sessuali e tratta di persone a scopo di violenza sessuale, sono i crimini di cui si macchia chi sta combattendo in Sudan.

Nigeria

Kawel è un piccolo villaggio rurale nel cuore della Nigeria, nello Stato di Plateau. Domenica un gruppo armato ha ucciso almeno 20 persone. Nel momento in cui scriviamo, nessuno ha rivendicato l’attacco. I resti delle vittime sono stati restituit alle loro famiglie per la sepoltura.

A marzo, un attacco nella comunità di Gari Ya Waye, sempre nello stato di Plateau, ha causato la morte di altre 20 persone. Competizione per le risorse, accesso all’acqua, alle terre coltivabili, bande armate e conflitti comunitari, la violenza in questa regione è da tempo strutturale. Acuita, dagli spostamenti di chi fugge da altre aree del Paese.

“Secondo le Nazioni Unite, l’insurrezione nel nord-est della Nigeria ha causato migliaia di morti e milioni di sfollamenti nel corso degli anni. Bande armate sono attive anche nelle regioni nord-occidentali e centro-settentrionali della Nigeria”, riporta Associated Press.

Escalation di violenza anche nello Stato di Zamfara. “Il 12 giugno, almeno 17 agricoltori sono stati uccisi e molti altri feriti mentre lavoravano nei campi a Goron Namaye

, nella zona di governo locale di Maradun”, racconta il Global Centre for Resposiblity to Protect”. Secondo le autorità locali, sarebbe stata opera di bande armate, i cui attacchi si sono fatti sempre più intensi. Alcuni giorni prima, l’8 giugno, 39 civili sono stati rapiti durante un incontro di riconciliazione nel vicino villaggio di Magamin Diddi dai banditi.

“Questi episodi si inseriscono in un quadro più ampio di violenza che da anni devasta le comunità di Zamfara e degli stati limitrofi. Il banditismo nel nord-ovest della Nigeria è emerso gradualmente da una combinazione di reti locali di furto di bestiame, tensioni di lunga data tra agricoltori e pastori e una debole presenza statale.

Nel tempo, questi gruppi sono diventati più organizzati e violenti, espandendosi in rapimenti a scopo di riscatto, estorsioni e attacchi ai villaggi, nell’ambito di una più ampia economia criminale. La povertà, la scarsa sicurezza e la facilità di accesso alle armi hanno ulteriormente radicato questi gruppi armati, che prendono sempre più di mira i civili”, scrive il Centro.

Ugualmente accade nel nord-est della Nigeria, attraversato non soltanto dalla violenza di matrice islamista, ma anche da quella perpetrata da gang e bande armate. Le comunità sono segnate dai conflitti, ma qui, come racconta un reportage di Al Jazeera, nella città di Maiduguri, nello Stato di Borno, le donne, insieme ad ex membri delle gang, stanno cercando di sanare antiche ferite per allontanare i giovani dalla violenza.

Secondo gli analisti questa violenza è frutto della guerra che da anni è l’unico orizzonte dei giovani, in questa regione dove è nata la ribellione di Boko Haram, dove i morti, in circa un decennio, sono stati più di 35 mila e due milioni gli sfollati.

Un lavoro lungo e paziente, quello delle donne di pace, che riscrive una memoria collettiva fatta solo di guerra, e di estenuanti cicli di vendette. Un lavoro che tenta di cambiare la mentalità di intere comunità.

“Per anni, bande giovanili conosciute localmente come “Marlians” hanno terrorizzato i quartieri di Maiduguri e della vicina Jere. Armati di coltelli, asce, machete e armi artigianali, gruppi rivali si contendevano il territorio, lasciando i residenti intrappolati tra paura e rappresaglie”, scrive Al Jazeera.

«Molti dicono che ci uniamo a queste bande a causa della disoccupazione, ma per me non è questa la causa principale», spiega alla testata qatariota, Ma’aji Abba, un ex membro di una gang di 27 anni, alcune settimane dopo la sua scarcerazione avvenuta a maggio. «Il problema è profondamente radicato nell’ambiente in cui siamo cresciuti. Quando cresci in un luogo dove le comunità si scontrano continuamente, è naturale unirsi alla lotta, anche se non si conoscono i motivi di questi scontri», spiega.

Cambiare la mentalità è la parola d’ordine delle donne, che operano attraverso gruppi di base e associazioni, come l’Associazione per lo sviluppo di Ajilari Cross, cos i suoi circoli di pace, e l’Associazione per lo sviluppo di Gomari.

“I membri delle gang, un tempo temuti, si sono ritirati dalla violenza”, afferma Bulama Babangida, un leader della comunità che sovrintende all’iniziativa ad Ajilari. “Abbiamo formato donne del posto che ora gestiscono programmi settimanali di sensibilizzazione alla pace la domenica per queste gang e collaborano con le forze di sicurezza statali per gestire le controversie prima che degenerino in tragedia”, riporta ad Al Jazeera.

Molte di queste donne, si legge ancora, lavorano nell’ombra, sono gli occhi e le orecchie che cercano di capire se sorgono nuove tensioni, informano i leader della comunità, fanno un’opera di controllo preventivo. Soprattutto le persone a confrontarsi sulla loro lunga storia di violenza e sulla sofferenza vissuta.

Repubblica Democratica del Congo

Teschi raccolti come trofei, come bottino di guerra, trafugati violando la sacralità delle tombe, persone strappate alla memoria e alla cura delle loro famiglie, alla pace della loro terra per essere studiate dall’antropologia razzista. Poi, abbandonati in un cassetto, in un deposito di un museo. La violenza coloniale è stata anche questo.

In Belgio, sono almeno 500, i resti di esseri umani portati via dalle colonie africane, conservati per la maggior parte all’Istituto di Scienze Naturali di Bruxelles, ma anche al Museo dell’Africa di Tervuren. Ora, la Repubblica democratica del Congo li vuole riportare a casa. Judith Suminwa Tuluka, prima ministra, ha inviato al suo omologo Bart De Wever una richiesta formale.

Tuluka ha scritto che quelle ossa “devono poter riposare con dignità nella loro terra d’origine e non possono essere considerati oggetti da collezione”.

Sono anni che attivisti e discendenti si battono perché quei resti tornino a casa, ma per molto tempo il Belgio è rimasto inerte. Poi, nel novembre del 2025, a un numero limitato di visitatori è stato concesso di vedere 260 teschi conservati all’Istituto reale di scienze naturali di Bruxelles.

Tra loro che c’era anche la politologa Nadia Nsayi: “Ancora non riesco a credere a quello che abbiamo visto lunedì …. Avrebbero conservato i teschi in scatole grigie anche se si fosse trattato delle loro madri, dei loro padri e dei loro figli?”, scrisse sulla sua pagina Facebook.

“La maggior parte dei teschi proveniva dalla colonia belga del Congo ed era stata inviata da un soldato, Fernand van de Ginste, attivo nel Congo meridionale negli anni ’30 e ’40. Li ottenne tramite la profanazione di tombe e li inviò al dipartimento di antropologia dell’AfricaMuseum.

La scienza all’epoca si preoccupava di misurare i crani per comprovare, in modo pseudoscientifico, la superiorità della razza bianca. Van de Ginste non fu certo il primo a farlo. Resti umani venivano inviati in Belgio fin dal 1870”, ha detto Maarten Couttenier, ricercatore dell’AfricaMuseum, a De Standaard.

I resti sono in larga maggioranza congolesi, ma vengono anche dal Ruanda e dal Burundi.

Il Belgio ha deciso che dovranno essere rimpatriati. “È in fase di preparazione una bozza di legge che dovrebbe essere presentata al governo nell’autunno del 2026. “Si tratta di una questione delicata. È necessario elaborare con attenzione e meticolosità un quadro di riferimento per rispondere alle legittime richieste di risarcimento”, ha dichiarato un portavoce del governo, come riporta Camer, testata della diaspora camerunense in Belgio.

Negli ultimi decenni, le richieste di rimpatrio si sono intensificate in tutto il mondo. In Belgio, il progetto di ricerca HOME (Human Remains Origin(s) Multidisciplinary Evaluation project), tra il 2019 e il 2022, ha inventariato le collezioni di resti umani conservate nelle istituzioni belghe.

Un’indagine condotta dal progetto, ha dimostrato che nel mondo ci sono almeno 30.000 individui umani i cui resti sono conservati in 56 collezioni (musei, università e collezioni private).

“La stragrande maggioranza di questi resti umani proviene da collezioni storiche e preistoriche belghe”, scrive l’Istituto di scienze naturali, che prosegue: “I resti umani non possono essere considerati “oggetti” e il rimpatrio delle spoglie ancestrali può contribuire a promuovere la guarigione e la riconciliazione tra i paesi e all’interno delle comunità”. L’Istituto spiega che negli ultimi decenni sono state presentate diverse richieste formali e informali per il rimpatrio dei resti.

A lungo, non sono state prese in considerazione adducendo la mancanza di un quadro giuridico adeguato. Ad oggi, l’unico rimpatrio di resti umani in RDC, è stato la restituzione del dente di Patrice Lumumba, ex primo ministro assassinato nel 1961 con la complicità del Belgio, il suo corpo sciolto nell’acido.

Zimbabwe

L’addio alle persone amate è il più difficile e doloroso dei passaggi. C’è una cura che si deve ai corpi di chi se ne va, ed una a quella di chi resta. In Zimbabwe, dove i funerali sono segnati da cerimonie solenni, sono tempo di condivisione di memoria, di cibo e di musica, atti comunitari, le associazioni funebri stanno diventando uno strumento cruciale di sostegno per le famiglie, sia emotivo ma anche economico. E al centro di questa silenziosa rivoluzione, ci sono le donne.

Fare un funerale in Zimbabwe è molto costoso, non tutti possono permettersi di organizzarlo come vorrebbe la tradizione e desidera il cuore. A Kasu, un quartiere alla periferia di Harare, un gruppo di donne ha deciso di fondare la Società Funebre Kuchemana, che ssgnifica “piangere l’un l’altro”.

“L’idea di seppellire i nostri familiari e amici ci è venuta perché ci siamo resi conto che la maggior parte di noi non proviene da famiglie privilegiate e che i nostri funerali non erano dignitosi e decorosi”, ha detto la segretaria dell’associazione, Nyadzisayi Mirisawu, riporta Africa News. “Da allora abbiamo smesso di concentrarci solo sul lutto e sulla sepoltura reciproca e abbiamo sviluppato un’iniziativa di risparmio e di contributi per la spesa alimentare.”

Quando Melisa Kasu ha perso sua madre all’improvviso, è stata l’associazione funebre ad occuparsi di tutto, a portare le pentole, la farina di mais, il cibo, ad accendere il fuoco per cucinare, si legge ancora. Ci si associa in vita, si paga una quota ogni anno e poi si ottiene il sostengo quando sopraggiunge un lutto.

Sono società di mutuo soccorso, alcune delle quali hanno iniziato ad offrire un’ampia gamma di servizi a chi è in difficoltà, che vanno da piani di risparmio, all’assistenza alimentare, all’aiuto nello sviluppo di piccole imprese.

Kuchemana, racconta l’agenzia Associated press, è un gruppo di una  40 membri, che con 3 dollari al mese riceve “generi alimentari, aiuto in cucina e un indennizzo di 150 dollari in contanti alla morte di una persona cara”. E poi versano contributi in fondo di risparmio collettivo, e possono prendere soldi a prestito.

«Desideravamo dignità nella morte. Ora ci impegniamo per ottenerla anche in vita», ha dichiarato Nyadzisayi Mirisawu, all’Associated Press. «Non vogliamo che i nostri membri soffrano in vita».

Sharon Chilunjika, docente di scienze sociali presso la Midlands State University dello Zimbabwe, ha detto ad AP, che i funerali rappresentano “uno dei fattori più sottovalutati o meno riconosciuti che contribuiscono alla povertà familiare” in Africa.

Sudafrica

È una biblioteca vivente, la biblioteca della township di Alexandra, in Sudafrica. Le voci e le storie di chi la abita non andranno perse. Dimenticate dai libri, sono voci e storie di un pezzo di Johannesburg lasciato ai margini, destinate però oggi a farsi memoria collettiva grazie ad un archivio digitale curato dall’Alex Storytellers Hub.

Nelson Mandela, che ad Alexandra aveva aveva affittato una baracca, definiva il quartiere, a 12 chilometri a Nord Est di Johannesburg, come esaltante e precario”. La chiamavano anche la “città oscura”, perché per 50 anni l’elettricità non l’aveva raggiunta.

La sua storia e la sua memoria sono rimaste a lungo pressoché sconosciute e raramente raccontate.

L’obiettivo di Alex Storytellers Hub è affiancare ai residenti “di Alex un narratore/artista professionista locale”, affinché possano raccontare le loro storie e creare “archivi all’interno di una comunità in cui le ripercussioni dell’apartheid si intrecciano con la realtà più recente della disoccupazione e della povertà”, scrivono gli organizzatori. Allo stesso, per gli artisti e narratori, la costruzione dell’archivio è anche momento di formazione e crescita.

“Questo progetto contribuisce a documentare le modalità con cui i residenti di Alex si impegnano in un processo di riappropriazione archivistica delle proprie esperienze di vita nel periodo post-apartheid”, aggiungono gli organizzatori.

Quest’anno, con il programma Imbawula, Alex Storytellers Hub, vuole raccogliere circa 85 storie – che saranno accessibili online nel 2027 a scuole, biblioteche locali, istituzioni culturali e centri comunitari – e allo stesso tempo creare uno spazio sicuro per la narrazione e la guarigione delle troppe ferite che abitano ancora la memoria di Alexandra

Refilwe Pieterse, la fondatrice, sostiene “che gli abitanti di Alexandra vivano in un mondo in cui le biblioteche pubbliche, pur essendo ben fornite, spesso tacciono sulle verità delle comunità emarginate … che i libri non trasmettono più la verità al popolo, che le pagine si impolverano mentre le esperienze vissute restano inascoltate”, scrive il sudafricano The Citizen.

I narratori di Alexandra devono diventare, ne è convinta Refilwe, biblioteche viventi.

“Dagli anziani ai giovani, dai musicisti ai commercianti del mercato, questa iniziativa dà voce a coloro che sono rimasti a lungo ai margini e li porta alla luce”, ha detto Refilwe. E prova a restituire giustizia per il silenzio a cui sono state condannate.

Con Imbawula, saranno raccolte non solo le storie del quartiere, ma anche circa 30 profili di attivisti e 10.000 fotografie, che diventeranno materiale su cui costruire percorsi espositivi.

Invito all’ascolto. M’Bemba di Salif Keita

M’Bemba significa “i miei antenati” nella lingua malinké. La voce è quella di Salif Keita, leggenda della musica africana, la “voce d’oro dell’Africa”. Lui, di stirpe reale, discendete dei fondatori dell’impero del Mali, canta questo brano, registrato nel 2005 nella sua terra, e rende omaggio alla storia della sua famiglia.

“Neri coromay, ah néri coromay, aah kori tougnabè .Né ra mè ko n’gara kèlou ko kon’ka n’gara ya kè ,Ko sabou lé ya”, domanda Sali.  “Ho sentito parlare delle vostre storie e delle vostre narrazioni, tramandate da griot e storici.

Comprendo che, in quanto discendente reale, mi sproniate a eccellere e a essere straordinario nel percorso che ho scelto, onorando l’eredità di grandezza insita nel nostro lignaggio”, recita la traduzione di AlaSan Ceesary, su The Standard, quotidiano del Gambia.

Keita ringrazia chi lo ha preceduto, i griot, musicisti, storici, cantastorie che custodiscono la memoria. Ringrazia i sui avi, i loro sacrifici, le loro offerte, si scaglia contro l’avidità e il male, celebra il patrimonio antico della sua gente, ne ripercorre la storia, l’epica, la poesia. Ci insegna che non c’è futuro senza memoria.

Con le sue parole, chiudiamo oggi il nostro notiziario, vi ringraziamo per essere stati con noi e vi aspettiamo lunedì con le notizie che frantumano il silenzio.

Foto di copertina Atlas Green su Unsplash

Musica: King David/Ponds5

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