Ceuta, il filo spinato non ferma chi cerca un futuro

Scritto da in data Luglio 31, 2026

È un fiume, una marea di disperazione e speranza, quella che si è riversata su Ceuta, enclave spagnola in terra d’Africa, lingua di roccia fortificata protesa nel Mediterraneo.

Secondo le autorità spagnole sono 49 mila le persone che hanno superato le recinzioni, che hanno raggiunto questo pezzo d’Europa a nuoto, percorrendo sentieri, sfidando la repressione, lasciando inermi le forze dell’ordine. Sono morti in diciotto, secondo El Pais, in quella che sulle nostre coste è stata subito raccontata come un’“invasione”, un assalto, una minaccia.

Ma l’esplosione di Ceuta è molte cose salvo che un’invasione. Se mai, assomiglia di più a una ‘liberazione”, dal giogo della diseguaglianza.

Non è un’invasione perché Ceuta è Europa solo per la geografia disegnata su una carta. È Africa, ed è ciò che resta del nostro passato coloniale.

Non è un’invasione, ma un’emergenza umanitaria, perché quelle persone che hanno superato il confine a mani nude e a piedi nudi, al massimo vestiti di ciabatte, non rappresentano altro se non lo 0,01 percento degli abitanti dell’area Schengen. È un monito, invece, a cambiare il modo con cui l’Occidente costruisce le sue relazioni con l’Africa, quelle con la sua gente, e con il suo potere. E va letta allargando lo sguardo, alle condizioni di vita di chi abita dall’altra parte e alla storia dei rapporti tra Spagna e Marocco, tra Europa e Nord Africa.

La cronaca

La cronaca la raccontano le immagini. Migliaia di persone che aggirano le barriere, che nuotano, poi che corrono, gioiscono. “I marocchini hanno dato vita a una massiccia manifestazione di migliaia di persone che entravano bagnate e vittoriose, come se stessero festeggiando una vittoria ai Mondiali. Si abbracciavano, chiedevano vestiti puliti per asciugare i cellulari e gridavano di gioia. Altri, con bambini in braccio, hanno proseguito per la loro strada, forse alla ricerca di un centro di accoglienza”, scrive El Pais. La maggior parte uomini, ma anche donne e bambini, dal Marocco per lo più, ma anche dall’Africa subsahariana, che aspettano, si ammassano, intorno a quei confini, da sempre. E che ieri hanno deciso di superarli. Dicono siano state voci, circolate sui social, a susurrare che  sarebbe stato più facile passare dall’altra parte.

Ciò che è certo è solo il dopo. Un migrante ha raccontato all’agenzia di stampa Reuters di essere stato travolto da una calca durante un tentativo di attraversamento. “Temevo per la mia vita”, ha detto, descrivendo scene caotiche di persone che si spingevano e si calpestavano a vicenda.

Nella notte, scontri, auto incendiate, l’uso vano della forza. “La situazione è di assoluto caos”, ha dichiarato all’Associated Press Rachid Sbihi, capo dell’associazione che rappresenta gli agenti della Guardia Civil spagnola incaricati del controllo del confine a Ceuta. “Non è possibile fornire cifre precise, ma sono migliaia i migranti che attraversano il confine”, ha aggiunto, affermando che la frontiera è “completamente collassata”.

Al collasso anche la capacità di Ceuta di prendersi cura di chi arriva, non c’è più posto, si dorme in strada, non ci sono bagni, né acqua, né cibo. “L’enorme numero di persone ha reso impossibile organizzare le procedure di accoglienza. Con i piedi e le ginocchia sanguinanti per aver sbattuto contro le rocce, i ragazzi, per lo più giovani uomini, continuano il loro cammino, a piedi nudi”, scrive ancora El Pais. Folle allo sbando, che pure gridano di speranza.

Il governo Sánchez sembra escludere lo stato di emergenza nazionale, ma invia l’esercito a sostenere la Guardia Civil sopraffatta dall’afflusso di persone.

La reazione in Europa

Immediata la reazione in Europa e le accuse al governo spagnolo, che con la recente decisione di regolarizzare circa 500.000 immigrati irregolari – a cui si aggiunge una sentenza della Corte Suprema che renderebbe più difficile l’immediato respingimento dei migranti alla frontiera – avrebbe scatenato l’ondata migratoria, secondo le opposizioni interne ed esterne, che in un attimo cavalcano l’emergenza. Tensioni diplomatiche con l’Italia, con il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che che sotiene che le scelte di Sánchez incentivino il traffico di esseri umani, e la Spagna che convoca l’ambasciatore italiano. Giorgia Meloni su Instagram, come davanti a uno scenario di guerra: “Stiamo convocando gli organi competenti e, a seguito di questi incontri, siamo pronti a intervenire con misure straordinarie per difendere le frontiere e la sicurezza dei cittadini, compresa la sospensione dell’area Schengen con la Spagna”.

Difesa, sicurezza, confini da proteggere da quello 0,01 percento senza niente in mano, se non abiti fradici e stracci, che viola una frontiera in un minuscolo territorio di 18,5 km quadrati, lontano dalle nostre coste quasi duemila chilometri. Frontiera tracciata da una storia di conquista e che nessuno ha mai voluto mettere in discussione. Non ci sarebbe stata nessuna ‘invasione”, se quel pezzo di terra, come l’altra enclave, Melilla, fosse tornato all’Africa negli anni della decolonizzazione.

Il peso della Storia

Ceuta era Africa, poi nel Quattrocento venne conquistata dai portoghesi, uno dei primi avamposti dell’espansione marittima di Lisbona. Passò, quindi, alla Spagna, con l’Unione Iberica, l’unione delle due corone, e vi restò dopo che il Portogallo riacquistò l’indipendenza nel 1640. Il Marocco la rivendica, per Rabat Ceuta e Melilla sono “città occupate”. Per la Spagna, invece, Ceuta ha un valore strategico, a guardia dello stretto di Gibilterra, e simbolico: la considera un pezzo del suo territorio per secolare eredità, abitato dagli spagnolo. Per il Marocco, però, mettere in discussione lo status quo potrebbe avere costi diplomatici molto alti, data la dipendenza dalla cooperazione con l’Europa. Rabat non arriva mai allo scontro aperto, usa, però, l’enclave come strumento di pressione. Per esempio, allentando i controlli alla frontiera. È successo nel 2021, quando nel mezzo di una crisi diplomatica tra Madrid e Rabat, migliaia di persone entrarono nell’enclave in pochi giorni proprio per la decisione del Marocco di lasciare le maglie larghe sul  quel confine confine.

Neppure l’Onu considera Ceuta un territorio da decolonizzare, non è nella lista dei “Non-Self-Governing Territories”.

Il peso delle diseguaglianze

Una recinzione di 8 km la separa oggi dal continente a cui appartiene. Costruita dalla Spagna negi anni Novanta, è composta da due barriere parallele con in cima il filo spinato. Sei metri d’altezza, sensori, videosorveglianza, luci che abbagliano. Da una parte il Marocco e le rotte migratorie provenienti dal Nord Africa e dall’Africa subsahariana, dall’altra l’Europa, la crisi che si consuma a Ceuta è il picco di un’emergenza strutturale. Oltre il filo spinato e nella gioia di chi è riuscito a superare il confine, c’è un Paese, il Marocco, dove s’esasperano dinamiche globali: disoccupazione giovanile, disuguaglianze, cambiamenti climatici, crisi dei servizi pubblici, repressione politica.

Alla fine di settembre in Marocco, la Gen-Z è scesa in piazza. Chiedvano scuole migliori, assistenza sanitaria, la fine della corruzione, mentre il Paese investe miliardi di dollari per ospitare la Coppa del Mondo di Calcio nel 2030. Quelle porteste sono state represse con la forza, migliaia gli arresti, vittime. Nel 2022, la spesa pubblica marocchina per l’assistenza sanitaria era  2,3% del PIL , metà della popolazione non ha copertura santiaria, nel 2022, “meno del  20% degli adolescenti ha raggiunto le competenze minime di lettura e matematica, e i tassi di alfabetizzazione degli adulti e dei giovani  si attestavano al 77% nello stesso anno”, scriveva l’organizzazione per i diritti umani di Human Rights Watch. 

È questo il Paese dall’atra parte del confine di Ceuta, un Paese che cresce, ma dove la ricchezza non viene redistribuita. E non c’è muro, non c’è filo spinato che abbia mai fermato chi sa di non avere più un futuro.

Foto di copertina creata con AI

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