Afghanistan: i prossimi cinque anni dei talebani
Scritto da Barbara Schiavulli in data Agosto 20, 2026
I talebani in Afghanistan hanno celebrato cinque anni al potere parlando di vittoria, indipendenza e sicurezza. Nel salone della Loya Jirga di Kabul c’erano i vertici dell’Emirato e le bandiere bianche, non c’erano donne. E non è difficile capire che un governo che esclude metà della popolazione dalle proprie celebrazioni sta già dicendo quale futuro immagina.
Sono riusciti a restare al potere, questo è evidente, ma cosa resterà dell’Afghanistan tra altri cinque anni? Foreign Policy parte da una tesi scomoda: il movimento è stato finora sorprendentemente stabile, ma potrebbe avere davanti tempi più difficili.
Noi ci chiediamo, però, stabile per chi? Per chi governa o per chi deve sopravvivere? Anche una prigione può essere stabile, se le porte restano chiuse, ma nessuno la chiamerebbe pace.
Il regime è stabile,il Paese no
Negare quello che i talebani hanno ottenuto sarebbe un errore: hanno consolidato il controllo territoriale e amministrativo, non affrontano oggi un’opposizione capace di minacciarne realmente il potere, raccolgono imposte con maggiore efficacia e hanno quasi eliminato la coltivazione del papavero da oppio.
Anche l’ONU riconosce che, in superficie, il sistema appare stabile, ma avverte che quell’equilibrio nasconde una tensione decisiva: l’intransigenza ideologica contro le esigenze pragmatiche necessarie a tenere in piedi un Paese che accumula rischi economici, sociali e politici.
Il potere è diventato più compatto mentre la società diventava più fragile. I talebani non hanno costruito consenso, ma obbedienza; non hanno aperto lo spazio politico, lo hanno svuotato. E la durata di un regime non prova la sua capacità di governare, dimostra soltanto che sa conservarsi. Uno Stato si misura dalla possibilità di studiare, lavorare, curarsi, dissentire. Se il governo resta e tutto il resto si restringe, non è stabilità: è un Paese tenuto fermo mentre il futuro gli scivola via.
La pace misurata contando le bombe
Molti afghani dicono che oggi alcune strade sono più sicure. Questa esperienza va ascoltata: per chi ha seppellito familiari per decenni, la riduzione dei combattimenti non è un dettaglio.
Ma la sicurezza non può essere misurata soltanto contando le bombe che non esplodono. L’ISIS-K conserva capacità operative e continua a rappresentare una minaccia, soprattutto, il rapporto con il Pakistan, un tempo retrovia e sostenitore decisivo dei talebani, è diventato uno dei principali fattori di instabilità regionale.
Islamabad accusa Kabul di offrire spazio ai militanti del Tehrik-e Taliban Pakistan; le autorità afghane respingono l’accusa. Nel 2026 lo scontro ha prodotto incursioni, bombardamenti, vittime civili, oltre centomila sfollati nelle regioni orientali e sudorientali e la chiusura di passaggi di frontiera essenziali per il commercio e gli aiuti.
Il confine non è una linea astratta: è il camion di medicine che non passa, la frutta che marcisce, il prezzo della farina che sale. I governi si scambiano accuse e i civili pagano il conto. Un Paese non è in pace se ha smesso di combattere al proprio interno ma rischia la guerra lungo i suoi confini.
Un’economia che cresce senza far vivere
Anche i numeri economici cambiano significato quando si guarda dietro la superficie. L’economia cresce in termini assoluti, le entrate interne sono migliorate e la moneta tiene, ma la popolazione aumenta più rapidamente della ricchezza.
Secondo il monitoraggio della Banca Mondiale di giugno 2026, il reddito pro capite è diminuito del 5,6 per cento, l’inflazione annua era al 7,6 per cento e il disavanzo commerciale mensile ha raggiunto 984 milioni di dollari.
C’è un dato che racconta le priorità meglio dei discorsi: il 46,4 per cento della spesa pubblica va alla sicurezza, appena il 2 per cento alla salute. Si possono riscuotere meglio le tasse e lasciare una clinica senza farmaci, presentare un bilancio in ordine mentre una famiglia vende l’ultimo oggetto di valore per comprare il pane.
Nel 2026, 21,9 milioni di persone — circa il 45 per cento della popolazione — hanno bisogno di assistenza umanitaria, ma l’appello ONU da 1,7 miliardi di dollari era finanziato, a metà agosto, soltanto per un quarto.
Ridurre gli aiuti non indebolisce necessariamente il regime: indebolisce chi non ha il potere di cambiarlo. Lo raccontano le organizzazioni ancora presenti, come abbiamo spiegato parlando dell’emergenza umanitaria e della resistenza delle donne.
Dal 2023 quasi 5,9 milioni di afghani sono rientrati dall’Iran e dal Pakistan, spesso espulsi o spinti a partire, facendo crescere la popolazione di oltre il 10 per cento.
Fino a 2,8 milioni potrebbero tornare nel 2026, in comunità senza case, lavoro e servizi sufficienti. Li chiamiamo “rimpatriati”, come se tornassero a casa, ma molti sono nati all’estero o vi hanno trascorso quasi tutta la vita. Quando non è volontario, sicuro e dignitoso, il rimpatrio è un’altra forma di esilio.
La metà del Paese trasformata in un divieto
Nessun discorso sul futuro può trattare le donne come un capitolo da aggiungere alla fine. L’esclusione femminile è anche una politica economica suicida, una crisi sanitaria programmata, la demolizione delle competenze di cui il Paese avrà bisogno.
Secondo l’ONU, 3,8 milioni di ragazze tra i 7 e i 18 anni non frequentano la scuola, tra loro oltre 2,6 milioni di adolescenti. Ogni anno altre 250 mila vengono escluse dall’istruzione secondaria; entro il 2030, il Paese potrebbe perdere più di 25 mila professioniste nell’istruzione e nella sanità.
Significa meno insegnanti, mediche e ostetriche, quindi più malattie non diagnosticate, gravidanze senza assistenza e morti evitabili.
In questi cinque anni abbiamo raccontato l’architettura con cui i talebani tentano di cancellare le donne, ma c’è un punto che continua a sfuggire: non stanno cancellando soltanto il presente delle afghane, stanno ipotecando il futuro di tutti.
Un Paese che proibisce a una bambina di diventare medico non punisce soltanto lei, condanna il paziente che un giorno non troverà nessuno a curarlo. Chiudere una scuola femminile oggi significa aprire un vuoto che durerà decenni.
Più della metà degli afghani ha meno di 25 anni. Senza studio, lavoro e partecipazione, questa generazione viene spinta verso la fuga, l’alienazione e, in alcuni casi, diventa più vulnerabile al reclutamento estremista. Non perché la povertà produca automaticamente terrorismo, ma perché togliere ogni strada dignitosa lascia più spazio a chi offre appartenenza, denaro e un nemico da odiare.
La normalizzazione che non pronuncia il proprio nome
Intanto il mondo si abitua. La Russia ha riconosciuto il governo talebano; altri Paesi ricevono delegazioni e discutono di commercio, sicurezza e rimpatri. Il dialogo è necessario: isolare l’Afghanistan significherebbe abbandonare ancora gli afghani. Ma dialogare senza condizioni, mentre i diritti scompaiono dal tavolo, non è pragmatismo, è assuefazione o malafede.
Per l’ONU impegnarsi diplomaticamente non significa approvare il regime, ma la distinzione deve produrre conseguenze: aiuti alla popolazione, fondi alle organizzazioni delle donne, protezione dalle deportazioni e condizioni politiche chiare sull’istruzione femminile, la libertà dei media e i gruppi armati, altrimenti restano soltanto frasi rituali nei comunicati.
I prossimi cinque anni
I talebani potrebbero restare al potere a lungo: hanno le armi, il territorio, gli apparati e un’opposizione frammentata. Ci chiediamo quanto possa durare un Paese nel quale quasi una persona su due dipende dagli aiuti, milioni di giovani non vedono un futuro e metà della popolazione è esclusa dalla vita pubblica.
La stabilità dei talebani potrebbe essere l’instabilità dell’Afghanistan: un potere abbastanza forte da impedire il cambiamento e troppo ideologico per costruire quello che dovrebbe venire dopo. Meno bombe non bastano se resta la paura, né una moneta stabile se le famiglie diventano più povere. E un governo che dura non basta, se deve negare alla propria gente il diritto di vivere pienamente.
Tra cinque anni potremmo ripetere gli stessi numeri, soltanto più grandi: più ragazze senza scuola, più mediche che non esistono, più giovani partiti. Oppure possiamo smettere di confondere l’assenza di immagini spettacolari con l’assenza di una tragedia.
L’Afghanistan non è scomparso perché non occupa più le prime pagine, siamo noi che abbiamo smesso di guardarlo. E forse la domanda non è se i talebani riusciranno a sopravvivere ai prossimi cinque anni, è se noi riusciremo ancora a chiamare stabilità quello che, per milioni di afghani, somiglia ogni giorno di più a una vita senza futuro.
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