Ordine internazionale in crisi

Scritto da in data Settembre 18, 2026

Le grandi potenze discutono di ordine mondiale, ma chi vive sotto le bombe vorrebbe sapere quando potrà tornare a casa.

La crisi dell’ordine internazionale comincia anche qui: quando una regola perde forza, qualcuno conquista libertà di azione e qualcun altro perde protezione. Un paese può diventare una concessione da strappare, una popolazione il prezzo accettabile di un accordo.

In un’analisi su Foreign Policy, Hal Brands, professore emerito di affari globali presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies, descrive il rischio di un mondo governato sempre più dalla forza. La promessa seguita alla Guerra fredda, sostiene, si è consumata: commercio, istituzioni e supremazia americana non hanno addomesticato la competizione fra Stati. La sua conclusione è severa: bisogna imparare a proteggersi in un ambiente più ostile.

Ma prima di accettare che questo sia il futuro, bisogna interrogare il passato. Quanto era universale quell’ordine? Chi poteva violarlo? E chi pagava quando accadeva?

La promessa dell’ordine mondiale

Nella ricostruzione di Brands, dopo la fine dell’Unione Sovietica il sistema di cooperazione costruito dall’Occidente poteva estendersi al resto del mondo. Mercati aperti, controversie risolte nelle istituzioni, prosperità condivisa: l’integrazione avrebbe reso troppo costosa la rottura. Cina e Russia avrebbero trovato più conveniente partecipare che rovesciare il tavolo.

Era una promessa rassicurante, sostenuta però da qualcosa di assai meno astratto delle buone intenzioni: la potenza degli Stati Uniti. Washington garantiva alleanze e contribuiva a stabilire le condizioni della cooperazione. Il progetto ambiva all’universalità, ma dipendeva in misura decisiva dalle scelte di un solo paese.

Per Brands, la crescita cinese e la politica russa hanno smentito l’aspettativa che l’integrazione producesse moderazione. Intanto, negli Stati Uniti, guerre logoranti, crisi finanziaria e competizione con Pechino alimentavano la percezione di un sistema troppo oneroso per il suo principale sostenitore.

È questa la frattura descritta dall’autore: il garante comincia a considerare le proprie responsabilità un cattivo affare, mentre i rivali vedono nei vincoli un ostacolo alle loro ambizioni. Per i paesi meno forti, lo spazio della scelta si restringe. Una sfera d’influenza può sembrare sicurezza dalla capitale che la pretende; da quella destinata a subirla, assomiglia alla perdita del proprio futuro.

Le regole violate anche da chi le difendeva

Raccontare questa crisi richiede di attraversare le responsabilità americane. Brands stesso riconosce che Washington ha applicato selettivamente le norme che promuoveva. L’Iraq resta una ferita dentro qualsiasi narrazione dell’Occidente come garante imparziale.

Nel settembre 2004, l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan giudicò la guerra contraria alla Carta dell’Onu, come ricordano i resoconti ufficiali delle sue dichiarazioni. Il deterioramento delle regole aveva dunque responsabilità anche all’interno del sistema che dichiarava di proteggerle.

Quando una potenza invoca un principio contro un avversario e lo ridimensiona per sé, consuma la credibilità delle proprie richieste. Le responsabilità, però, non si cancellano a vicenda: l’invasione russa dell’Ucraina è stata condannata dall’Assemblea generale dell’Onu il 2 marzo 2022, con una risoluzione che chiedeva il ritiro delle forze russe.

La coerenza si misura quando riconoscere una violazione costa qualcosa: un rapporto diplomatico, un vantaggio commerciale, la comodità di sentirsi dalla parte giusta. Se vale soltanto contro i nemici, diventa un altro strumento della competizione.

Il diritto internazionale resta una protezione

La crisi della leadership americana e la validità del diritto internazionale sono questioni distinte. Confonderle significa consegnare le norme alla sorte della potenza che più spesso ha dichiarato di difenderle.

La Carta delle Nazioni Unite sancisce l’uguaglianza sovrana degli Stati e il divieto della minaccia o dell’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un paese. Quegli impegni vincolano anche chi dispone dei mezzi per violarli senza subirne subito le conseguenze.

Scrivere un principio non basta a farlo rispettare, ma un’aggressione non smette di esserlo perché l’aggressore è abbastanza potente.

Per chi è minacciato, questa distinzione conserva un valore concreto, permette di rivendicare un diritto. Se la cancelliamo, resta soltanto la possibilità di chiedere clemenza, aspettando che qualcuno decida se convenga concederla.

La ricetta di Brands: difendersi e diversificare

Nel seguito del suo saggio, Brands propone sette indicazioni per affrontare questa trasformazione. La prima è abbandonare la nostalgia: Trump, sostiene, accelera processi che lo precedono e che non finiranno necessariamente con la sua presidenza. Aspettare il prossimo inquilino della Casa Bianca non costituisce una strategia.

La risposta suggerita agli alleati è rafforzare la propria capacità di difesa e costruire altre collaborazioni, preservando il rapporto con Washington. Dipendere soltanto dalla protezione americana espone al rischio dell’abbandono; rinunciarvi prima di avere alternative può creare una vulnerabilità ancora maggiore.

Brands dubita anche che una grande coalizione di medie potenze possa salvare l’ordine precedente: gli interessi sono troppo diversi e le risorse insufficienti. Preferisce gruppi più piccoli, capaci di cooperare su difesa, tecnologie e approvvigionamenti. Le alleanze potrebbero diventare più contrattuali, sostenute da scambi riconoscibili anziché dalla fiducia in valori condivisi.

È un tentativo di rendere gli Stati meno ricattabili. Lascia però una domanda aperta: quanto può durare la sicurezza comprata attraverso un accordo se il partner più forte può continuamente alzarne il prezzo?

Riarmo: chi paga la nuova sicurezza

Quando le garanzie sembrano meno affidabili, i governi cercano protezione negli arsenali. Il rapporto fra insicurezza e spesa militare è al centro anche dell’approfondimento di Radio Bullets nel podcast sul caos globale e la corsa al riarmo.

Per chi subisce un’aggressione, difendersi può essere una condizione di sopravvivenza. Una politica della sicurezza deve però spiegare anche quale pace intenda costruire.

Brands sostiene che molti paesi europei dovranno ridimensionare programmi di protezione sociale per raggiungere obiettivi militari ambiziosi. È una sua valutazione, non una necessità dimostrata per ogni bilancio nazionale. Trattarla come inevitabile sottrarrebbe alla discussione democratica le priorità fiscali, la distribuzione dei sacrifici e l’efficacia della spesa.

La sicurezza comprende la possibilità di difendersi, di curarsi, di studiare, di non precipitare nella povertà. Tenere insieme queste esigenze è una responsabilità politica. Lo ricorda anche il presidente di AOI Giovanni Lattanzi nell’intervento su Radio Bullets, «Senza società civile non c’è ricostruzione»: servono comunità, lavoro, organizzazioni locali e fiducia nelle istituzioni. Dovrebbero entrare nelle strategie prima che restino soltanto macerie da amministrare.

Un mondo più costoso, soprattutto per i fragili

Un’altra indicazione di Brands riguarda l’economia: accettare costi maggiori per ridurre la vulnerabilità. Diversificare i fornitori, cercare alternative alle rotte esposte, accumulare riserve alimentari ed energetiche. Anche i paesi poveri, sostiene, devono prepararsi alle interruzioni.

Ma prescrivere una maggiore capacità di resistenza non fornisce le risorse per costruirla. Chi dispone di denaro può comprare margini di sicurezza; chi ne ha meno deve decidere a quale altra necessità sottrarli.

Brands riconosce inoltre che la corsa alla forza potrebbe ritorcersi contro chi la incoraggia. Vicini sempre più armati e un’eventuale proliferazione nucleare potrebbero rendere meno sicure anche Russia e Cina. Sono scenari, non esiti già scritti, ma mostrano il paradosso: cercare sicurezza senza limiti può produrre un ambiente nel quale nessuno si sente sufficientemente protetto.

Amici e nemici, il doppio standard

La conclusione più problematica arriva con la settima indicazione. Nello scenario preferito da Brands, Washington adotterebbe una durezza selettiva: meno riguardi verso gli avversari autoritari, maggiore moderazione con gli alleati, così da conservare la collaborazione necessaria a competere.

L’obiettivo è preservare la potenza americana e la rete che la sostiene, ma come ricostruire la credibilità delle regole assumendo che amici e nemici debbano essere trattati secondo standard diversi? Distinguere le relazioni diplomatiche è normale, rendere selettivi i limiti all’uso del potere rischia di riprodurre la contraddizione che ha indebolito il sistema.

Lo stesso autore riconosce che la legittimità moltiplica l’influenza degli Stati Uniti: trattare tutti come soggetti da piegare consumerebbe le relazioni che li rendono forti. Persino in una lettura fondata sulla competizione, la fiducia conserva un valore che la coercizione non può sostituire.

È qui che l’analisi strategica incontra la responsabilità politica: definire un mondo senza regole può servire a descrivere un pericolo. Considerarlo inevitabile rischia di diventare una resa, soprattutto per chi non avrà mai abbastanza forza da imporre la propria versione della giustizia.

Non occorre rimpiangere le ipocrisie dell’ordine precedente. Occorre pretendere che i limiti valgano anche per gli alleati, che le responsabilità possano essere accertate, che i popoli coinvolti nei conflitti abbiano voce sul proprio futuro.

Perché alla fine la domanda riguarda chi potrà ancora dire di no. Un paese davanti alla pretesa di un vicino. Una comunità davanti alla propria espulsione. Una persona davanti a un potere che considera sacrificabile la sua vita.

E se quel no non vale più nulla, il nuovo ordine mondiale avrà già deciso chi può vivere al sicuro e chi deve chiedere il permesso.

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