29 settembre 2026 – Notiziario Mondo
Scritto da Barbara Schiavulli in data Settembre 29, 2026
- Introduzione: Naza, non chiamatela sorpresa.
- Iran e Stati Uniti: si tratta e si smentisce.
- Etiopia, il Tigray torna nell’incubo.
- Giulio Regeni, tre condanne e una giustizia ancora incompleta.
- Nepal, tra il fango e la neve si cercano i dispersi. Ucraina, dalle finestre in fiamme a un’altra notte di attacchi.
- Angela Gennaro in collegamento da Cuba
Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets. A cura di Barbara Schiavulli
Palestina e Israele
Che cosa sapeva Netanyahu prima del 7 ottobre? La domanda torna dopo il viaggio riservato di domenica negli Emirati. Secondo Associated Press, che cita una fonte anonima informata sull’incontro, il premier avrebbe chiesto al presidente Mohamed bin Zayed di smentire la ricostruzione di Haaretz: quella secondo cui lo aveva avvertito di un imminente attacco di Hamas.
L’aggiornamento è la smentita israeliana: l’ufficio di Netanyahu conferma l’incontro, ma nega quella richiesta. Per gli Emirati si è discusso delle relazioni bilaterali. Resta una questione che riguarda le vittime e le loro famiglie: quali avvertimenti arrivarono, e come furono gestiti?
Intanto, a Gaza, il bollettino sanitario di lunedì registra quattro morti e diciannove feriti nelle ventiquattr’ore. Il totale dichiarato dal ministero della Salute sale a 74.022 morti dall’ottobre 2023. Di questi, 1.421 sono stati uccisi dopo l’entrata in vigore della tregua dello scorso ottobre. Una tregua dovrebbe permettere di ricominciare a vivere. Qui si continua a contare chi non torna.
E nelle carceri? La Corte suprema israeliana denuncia l’inadempienza dello Stato: le visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, ordinate a giugno, restano bloccate. Le autorità dovranno rispondere entro l’11 ottobre sui provvedimenti adottati. Dietro questa scadenza ci sono persone delle quali occorre verificare salute e condizioni di detenzione.
Nel frattempo, secondo Drop Site, il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir ha diffuso un video in cui minaccia di morte il detenuto palestinese Hassan Salama. Un ministro dentro una cella, a intimidire un uomo sotto custodia dello Stato.
In Cisgiordania occupata, infine, comincia la raccolta delle olive. E cominciano gli attacchi al raccolto: l’agenzia palestinese WAFA riferisce furti e aggressioni dei coloni.
A Sebastia, un settantacinquenne sarebbe stato picchiato e ustionato con acqua bollente sulla propria terra. Anche raccogliere olive diventa pericoloso. E perdere il raccolto significa perdere reddito, autonomia, la possibilità di restare.
Libano
Nel sud del Libano, una potente esplosione israeliana ha scosso Mansouri, vicino a Tiro. I giornalisti dell’AFP hanno visto grandi colonne di fumo levarsi da una località già largamente distrutta. Lo riferisce l’agenzia francese.
L’esercito israeliano annuncia di aver concluso un’operazione durata settimane: sostiene di aver distrutto oltre seicento strutture di Hezbollah e otto tunnel. Sono dati e qualificazioni forniti dai militari israeliani.
Gli abitanti avevano già lasciato le proprie case dopo l’ordine di evacuazione israeliano. Le demolizioni continuano nonostante il cessate il fuoco.
Per chi aspetta di tornare, ogni esplosione significa anche questo: chiedersi se esista ancora una casa dove rientrare. Una tregua dovrebbe rendere possibile il ritorno, non lasciare altre macerie.
Iran
I mediatori fanno avanti e indietro. Trump dice di non aver offerto nulla. E l’Iran aspetta una risposta. Dopo sette mesi di guerra, anche capire a che punto sia la diplomazia richiede di distinguere gli incontri dagli annunci.
La novità è che i contatti di lunedì ci sono stati: funzionari americani e iraniani hanno parlato separatamente con i mediatori, conferma Reuters. Nessun faccia a faccia. Araghchi spera di ricevere la risposta americana entro oggi,e ha annunciato che rientrerà a Teheran senza aspettarla a New York.
Ma nella notte è arrivata una smentita di Trump. Axios aveva riferito, citando funzionari americani, della disponibilità a concedere sollievo dalle sanzioni e accesso ai fondi iraniani congelati in cambio di concessioni sul nucleare. Il presidente ha risposto: «Non ho offerto loro niente». Perciò quelle concessioni economiche non possono essere presentate come un’offerta americana confermata.
Il nodo è anche chi debba fare il primo passo. Teheran chiede la fine delle ostilità, lo sblocco dei fondi, la rimozione delle sanzioni petrolifere e del blocco dei porti.
In cambio riaprirebbe Hormuz e riprenderebbe i colloqui nucleari. Washington vuole impegni concreti sul nucleare dentro l’accordo. Un funzionario americano parla alla CNN di discussioni costruttive, ma ammette che manca un’intesa sulla sequenza degli impegni.
Nel frattempo, Hormuz non è completamente chiuso: i dati Kpler riportati da Reuters indicano una ripresa dei transiti. Ripresa, però, non significa navigazione tornata alla normalità.
E poi c’è quello che non entra nei comunicati diplomatici. Il Financial Times, ripreso da Drop Site, racconta di ingredienti farmaceutici trasportati dall’India sull’aereo del presidente iraniano e di farmacie senza medicinali comuni.
Si discute dell’ordine delle concessioni. Per chi aspetta una cura, la priorità è molto meno complicata: trovare il farmaco prima che sia troppo tardi.
Yemen
In Yemen, anche andare al mercato può costare la vita. Domenica, un attacco a Mawiya, nella provincia di Taiz, ha provocato sette morti e quaranta feriti, bambini compresi: è il bilancio del ministero della Salute controllato dagli Houthi, riportato da Reuters.
Gli Houthi accusano l’Arabia Saudita. Il governo yemenita, sostenuto da Riad, sostiene invece che siano state le proprie forze a colpire un accampamento e mezzi militari. Due versioni diverse: la responsabilità dell’attacco resta da chiarire.
Intanto, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, dal 19 al 26 settembre sono morte 164 persone e altre 645 sono rimaste ferite. I morti registrati dal 6 agosto sono 838. Al 24 settembre, gli sfollati erano oltre centottantamila.
Ma fuggire dalle bombe non basta. Sulla costa occidentale, quattro famiglie appena sfollate su dieci prendono l’acqua da pozzi non protetti o da fonti superficiali.
Ad Aden sono stati segnalati allarmi per il colera in due insediamenti di sfollati. E negli ospedali, sopraffatti dai feriti, si riduce anche l’assistenza alle donne in gravidanza e ai neonati. Si sopravvive a un bombardamento, poi si rischia di non trovare acqua sicura o un posto dove partorire.
La guerra minaccia anche Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso, lungo la rotta verso Suez. Gli Houthi hanno rafforzato la loro posizione nell’area.
Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione europea, chiede più navi per Aspides, la missione navale europea che protegge i mercantili.
Proteggere le rotte è necessario. Ma chi vive lungo quelle rotte ha altrettanto diritto alla sicurezza.
Iraq
Le ultime truppe statunitensi dovrebbero lasciare l’Iraq entro il 30 settembre. Ma nel Kurdistan iracheno cresce la paura di quello che succederà dopo.
Il premier regionale Masrour Barzani avverte: senza difese antiaeree adeguate, restiamo esposti agli attacchi.
Secondo il suo ufficio, da fine febbraio la regione ha subito oltre mille attacchi con droni, razzi e missili provenienti dall’Iran e da milizie in Iraq. Un bilancio attribuito alle autorità curde.
Il governo regionale sostiene di non poter acquistare autonomamente le difese necessarie: deve passare da Baghdad, riferisce Kurdistan Chronicle.
Per chi vive sotto quella minaccia, il punto è molto concreto: quando i soldati americani partiranno, chi proteggerà il cielo?
Etiopia
In Etiopia, la guerra torna a minacciare una popolazione che non si è ancora ripresa dalla precedente.
Le forze filogovernative annunciano la conquista di Alamata, nel Tigray. Due fonti diplomatiche citate da Reuters confermano la caduta della città: uno snodo per cibo, carburante e truppe, sulla strada verso il capoluogo Mekelle.
È una battuta d’arresto per le forze tigrine, dopo l’offensiva della settimana scorsa. Gli scontri coinvolgono anche Amhara e Afar e fanno vacillare l’accordo di pace firmato a Pretoria nel 2022.
L’esercito accusa Eritrea, esercito sudanese ed Egitto di sostenere gli avversari. Asmara e i militari sudanesi smentiscono.
Intanto, nel Tigray, telefoni e internet restano interrotti. Per le famiglie significa anche non poter sapere se i propri cari sono al sicuro. Una città conquistata può diventare un successo nei comunicati militari. Per chi ci vive, la domanda è un’altra: dovremo fuggire ancora?
Sudafrica e Zimbabwe
Sudafrica e Zimbabwe discutono una diga da cinquecento milioni di dollari per portare acqua alle industrie del Limpopo, nel nord sudafricano.
Secondo Bloomberg, l’impianto di Thuli-Moswa sorgerebbe in Zimbabwe e potrebbe rifornire la zona economica speciale di Musina-Makhado, destinata anche alla lavorazione dei metalli.
Ma il cantiere è ancora lontano: i governi stanno discutendo uno studio congiunto di fattibilità. Nessuna data per l’avvio. Se approvato, il progetto richiederebbe diciotto mesi di preparazione e circa tre anni di lavori.
Siccità, domanda industriale e rischi climatici rendono l’acqua sempre più strategica. E la domanda da tenere aperta è concreta: quali benefici arriveranno anche alle comunità che vivono intorno al progetto?
Italia
Dieci anni di carcere, dopo oltre dieci anni di attesa. La Corte d’assise di Roma ha condannato in primo grado tre ufficiali della sicurezza egiziana per il sequestro di Giulio Regeni. Assolto il quarto imputato, il generale Tariq Sabir.
Ma c’è un punto decisivo: cade l’accusa di omicidio contestata al maggiore Sharif, per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo. Questa sentenza, dunque, non condanna nessuno per l’uccisione di Giulio.
Aveva ventotto anni, studiava i sindacati indipendenti egiziani. Scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio, con i segni delle torture.
Gli imputati non si sono mai presentati in aula e restano irreperibili.
L’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini, dice che la fiducia nella giustizia è stata ben riposta. Serviranno le motivazioni per comprendere tutte le decisioni.
Intanto, una cosa va ricordata: arrivare a una sentenza non dovrebbe richiedere a una famiglia dieci anni di lotta.
Francia
In Francia, l’estrema destra conquista un nuovo spazio istituzionale. Dopo il voto di domenica, il Rassemblement national di Marine Le Pen e i suoi alleati arrivano ad almeno quattordici senatori: abbastanza per formare, per la prima volta, un gruppo parlamentare. Ne bastano dieci.
Cosa cambia? Più risorse, più tempo per intervenire e più strumenti per incidere sui lavori del Senato. Un megafono in più verso le presidenziali del 2027.
Le Pen celebra un risultato superiore alle aspettative, riferisce Reuters. Ma attenzione: queste sono elezioni indirette, votano soprattutto rappresentanti locali.
Il dato racconta quindi anche il radicamento dell’estrema destra nei territori. Destra tradizionale e centro restano dominanti nell’aula. Il cambiamento, però, è concreto: l’avanzata si misura anche in amministratori, seggi e potere quotidiano nelle istituzioni.
Ungheria
Il Parlamento ungherese ha revocato l’immunità al primo ministro Péter Magyar: centotrentanove voti favorevoli, nessun contrario. Ora la procura può procedere nell’indagine per un presunto furto, riferisce Meduza.
Il caso risale al giugno 2024. Secondo l’accusa, dopo una lite in un locale di Budapest, Magyar avrebbe sottratto il telefono a un uomo che lo filmava, gettandolo poi nel Danubio.
È stato lo stesso premier a chiedere ai deputati del suo partito di votare per la revoca. Nega di aver commesso un reato e denuncia una vicenda politicamente motivata.
Il voto non stabilisce la sua colpevolezza: permette agli investigatori di accertare i fatti. Anche quando la persona coinvolta guida il governo.
Regno Unito
Sono stati rilasciati sotto strette condizioni i cinque britannici arrestati domenica vicino alla base di Fairford, utilizzata dai bombardieri americani nella guerra contro l’Iran. Restano tutti indagati.
Hanno tra ventitré e venticinque anni e vivono a Londra. La polizia li aveva fermati dopo la segnalazione di tre furgoni sospetti, ipotizzando reati legati agli esplosivi e alla preparazione di un attentato.
Secondo l’agenzia PA, non sarebbero stati trovati esplosivi utilizzabili. Gli investigatori valutano diverse piste, compreso un possibile coinvolgimento straniero, ma non hanno stabilito chi ci sia dietro. L’Iran nega qualsiasi responsabilità.
Intanto, gli abitanti evacuati da ottantacinque case possono rientrare. Lo racconta The Independent.
L’allarme è stato concreto, l’indagine resta aperta. Ma tra un sospetto e una responsabilità dimostrata c’è un passaggio indispensabile: le prove.
Russia e Ucraina
A Kyiv si cerca scampo dalle finestre. È pieno giorno, le persone sono al lavoro, quando un drone russo colpisce l’Accademia nazionale delle Scienze. Le fiamme invadono parte dell’edificio, i soccorritori alzano le scale per raggiungere chi è rimasto intrappolato.
I morti nell’Accademia sono saliti a due. Il bilancio degli attacchi di lunedì sulla capitale è di ventisei feriti, tra cui tre bambini, secondo il sindaco Vitali Klitschko. Colpito anche un centro medico.
Poi è arrivata un’altra notte di esplosioni. Nelle prime ore di oggi, martedì, l’aeronautica ucraina ha segnalato missili balistici diretti verso Kyiv.
Detriti sono caduti nel cortile di un palazzo residenziale; in un’altra zona è scoppiato un incendio. Il nuovo attacco segue una giornata che, nel bilancio comunicato da Zelensky, ha provocato almeno nove morti e oltre ottanta feriti in tutto il paese. Sono i numeri di lunedì, non comprendono eventuali vittime della notte.
La Russia sta impiegando droni a reazione più veloci, difficili da intercettare. Zelensky dice che nuovi sistemi di contrasto sono in fase di sperimentazione, ma servono ancora miglioramenti prima di poterli utilizzare su larga scala.
Nel frattempo vengono colpiti uffici, aziende, strutture sanitarie. E per chi ci vive, la distanza dal fronte non garantisce più nemmeno una giornata di lavoro al sicuro.
A Mosca, intanto, Putin firma un altro decreto per ampliare le forze armate. Secondo Meduza, autorizza quindicimilacinquecento posti aggiuntivi, portando l’organico complessivo a circa due milioni e quattrocentoquarantaduemila persone, civili compresi. Di queste, un milione e cinquecentocinquantamila sono militari.
È il quarto aumento in sette mesi. Attenzione: parliamo di posti autorizzati, non di soldati già reclutati o schierati in Ucraina. Il decreto, da solo, non prova una nuova mobilitazione. Dice però quale struttura il Cremlino vuole finanziare e mantenere: una macchina militare ancora più grande. Mentre a Kyiv si cercano persone sotto le macerie.
Stati Uniti
Negli Stati Uniti, le guerre a Gaza e in Iran entrano nella campagna elettorale. E mettono a nudo qualche contraddizione.
Nel Maine, il democratico Troy Jackson sfida la senatrice repubblicana Susan Collins. Secondo Drop Site, i consulenti gli chiedono di smorzare i toni su Israele. Lui, sabato, ribadisce: a Gaza si sta commettendo un genocidio e non sosterrà altri aiuti a Israele.
Collins, intanto, deve rispondere all’inchiesta di ProPublica su presunti scambi tra finanziamenti elettorali e contratti militari. Accuse che respinge.
In Iowa, la repubblicana Ashley Hinson chiede la fine immediata della guerra in Iran, ma rifiuta un nuovo voto per limitare i poteri di guerra di Trump. Lo documenta Radio Iowa. Insomma: fermare la guerra, purché non tocchi al Congresso fermare il presidente.
E mentre si cercano le parole giuste per gli elettori, famiglie, agricoltori e camionisti fanno i conti con il caro carburante. Le conseguenze della guerra non aspettano novembre.
L’FBI ha inserito Goldy Brar, al secolo Satinderjeet Singh, nella lista dei dieci latitanti più ricercati. Offre fino a un milione di dollari per informazioni che portino al suo arresto.
Secondo gli investigatori, sarebbe il capo nordamericano della rete criminale di Lawrence Bishnoi, accusata di omicidi mirati, estorsioni e traffico di droga e armi tra Stati Uniti e Canada. Lo spiega il comunicato dell’FBI.
Tra le accuse, aver ordinato l’assassinio dell’attivista sikh Hardeep Singh Nijjar, ucciso davanti a un tempio in Canada nel 2023. Contestazioni che dovranno essere provate in tribunale.
L’FBI lo considera armato e pericoloso e invita a non avvicinarlo: eventuali informazioni vanno segnalate alle autorità.
Quarantun anni in prigione, decenni nel braccio della morte. In Utah, Douglas Stewart Carter, settantun anni, è stato liberato su cauzione: nuove analisi del DNA lo escludono dalle tracce esaminate sulla scena dell’omicidio per cui era stato condannato. Due testimoni avevano ritrattato.
Lui denuncia una confessione estorta. Dovrà affrontare un nuovo processo, con un braccialetto elettronico. Non è stato assolto. Ma quarantun anni non glieli restituirà nessuna sentenza.
Pacifico
Un rientro tra le fiamme, poi l’oceano. Starship, il veicolo spaziale di SpaceX, ha raggiunto per la prima volta l’orbita terrestre, durante il quattordicesimo volo di prova, partito lunedì dal Texas.
A bordo nessun astronauta. Il veicolo ha rilasciato ventisei satelliti Starlink, ma un problema a un motore ha costretto ad accorciare la missione: circa tre ore anziché dieci, prima dell’ammaraggio controllato nel Pacifico.
Le immagini diffuse da Anadolu sono spettacolari. Il risultato va letto con altrettanta attenzione: raggiungere l’orbita è un passo importante, ma il programma previsto non è stato completato.
Per portare persone nello spazio, lo spettacolo non basta: serve affidabilità.
Myanmar
A mezzogiorno, mentre si vendeva e si comprava, sono arrivate le bombe. In Myanmar, un raid dell’aviazione militare ha colpito l’area del mercato di Kyauktaw, nello Stato occidentale del Rakhine: almeno trentatré morti e trentasei feriti.
Il bilancio arriva dall’Esercito dell’Arakan, il gruppo armato che controlla la zona, ed è confermato da un responsabile locale dei soccorsi. Tra le vittime, venditori, clienti e passanti. Si teme che i morti aumentino.
Era il principale mercato all’ingrosso della regione, racconta Al Jazeera. Un punto essenziale per i rifornimenti, in un territorio dove le restrizioni militari ai commerci hanno già aggravato la scarsità di cibo.
L’esercito non ha commentato questo attacco. Il paese è in guerra dal golpe del 2021, quando i militari rovesciarono il governo eletto.
Nel Rakhine, secondo le Nazioni Unite, gli sfollati sono quasi mezzo milione. Distruggere un mercato significa anche togliere lavoro, reddito e alimenti a chi sopravvive. La devastazione continua ben oltre l’esplosione.
Nepal
In Nepal, il maltempo colpisce dalle valli alle montagne. Alluvioni e frane hanno ucciso almeno ventisette persone, secondo l’autorità nazionale per la gestione dei disastri. Il bilancio è ancora provvisorio.
Sul monte Himlung, intanto, una valanga ha travolto il campo base: almeno quattro morti e dodici dispersi, secondo l’aggiornamento dell’Associated Press. Dieci persone sono state soccorse.
Al campo lavoravano guide e personale nepalese, impegnati a preparare l’arrivo delle spedizioni straniere. Il maltempo ha rallentato anche i soccorsi, racconta Al Jazeera.
Sono le persone che rendono possibili le scalate degli altri. Adesso, sotto la neve, si cercano loro. E per le famiglie ogni ora senza notizie pesa.
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