Navi Pillay, Nobel per la pace 2026
Scritto da Barbara Schiavulli in data Ottobre 9, 2026
Alcune persone passano la vita a raccogliere quello che il potere vorrebbe lasciare sotto le macerie: una testimonianza, una responsabilità, il nome di chi ha dato un ordine. Navi Pillay ha dedicato la propria a questo lavoro: ascoltare chi ha subito violenza e portare quella voce dove possa diventare una prova, una domanda alla quale rispondere, una possibilità di giustizia.
Il 9 ottobre, il Nobel per la pace 2026 è stato assegnato a Navanethem “Navi” Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale. Il Comitato norvegese ha sottolineato il suo contributo nel chiamare Stati e dirigenti a rispondere delle proprie azioni e nel dare speranza alle vittime.
La sua storia permette di leggere questo riconoscimento attraverso il motivo per cui servono le leggi, se davanti a chi è abbastanza potente smetteno di proteggere chi ne ha bisogno.
La bambina di Durban e le porte chiuse dell’apartheid
Pillay nasce il 23 settembre 1941 a Clairwood, a Durban, in una famiglia di origine indiana tamil. Suo padre è un autista di autobus. Cresce in condizioni modeste, in un Paese nel quale la discriminazione razziale diventerà, con l’apartheid, un sistema che organizza l’esistenza: dove abitare, quali scuole frequentare, quali opportunità avere.
Studia all’Università del Natal, sostenuta anche dalle donazioni della comunità indiana locale. Si laurea in legge nel 1965, molti anni dopo conseguirà un master e un dottorato a Harvard. Il profilo biografico dell’Università di Lovanio ricostruisce questo percorso, nel quale il talento individuale incontra una comunità disposta a investire nel suo futuro.
Nel 1967 apre il proprio studio legale nel Natal, prima donna a farlo nella provincia. Difende oppositori dell’apartheid, denuncia torture, contribuisce ad affermare diritti dei detenuti politici di Robben Island. Si occupa delle conseguenze dell’isolamento e delle garanzie nei procedimenti disciplinari. Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, ripercorrendone la carriera, ricorda che per anni le viene negato il passaporto.
La repressione è anche questo: restringere lo spazio di chi prova ad aprirne uno per gli altri.
In questa parte della sua vita c’è già una questione che tornerà in tutto il suo lavoro: la legge può essere usata per rendere ordinaria l’ingiustizia. Il fatto che una discriminazione sia scritta in un codice non la rende giusta, significa che qualcuno dovrà trovare la forza e gli strumenti per contestarla.
Il Ruanda e le donne che la giustizia doveva ascoltare
Nel 1995, dopo la fine dell’apartheid, Pillay viene nominata giudice ad interim dell’Alta corte sudafricana, prima donna non bianca a ricoprire quell’incarico. Nello stesso anno viene eletta al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che presiederà dal 1999 al 2003.
Qui partecipa a una decisione che cambia il modo in cui il diritto guarda alla violenza contro le donne. Nel 1998 il tribunale condanna Jean-Paul Akayesu, già sindaco del comune ruandese di Taba. È la prima condanna per genocidio pronunciata da un tribunale internazionale.
La sentenza riconosce inoltre che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire atti di genocidio quando vengono commessi con l’intento di distruggere un gruppo protetto.
Pillay è una dei giudici del collegio: quel risultato appartiene a un lavoro giudiziario collettivo, nel quale il suo contributo è fondamentale. Le donne tutsi violentate entrano nella ricostruzione del genocidio come vittime di una precisa forma di distruzione.
Nella documentazione delle Nazioni Unite sul caso Akayesu resta la sua affermazione dopo la sentenza: lo stupro non deve più essere considerato un trofeo di guerra. È una frase che contiene un cambiamento enorme, la violenza sessuale deve essere perseguita, chi la subisce deve trovare ascolto, chi la compie deve risponderne.
Nessuna sentenza restituisce il corpo di prima, la fiducia di prima, la vita di prima, può, però, impedire che al dolore si aggiunga la cancellazione. Può stabilire che quello che una donna ha raccontato riguarda la giustizia di tutti.
I diritti delle donne non possono aspettare
Questo impegno precede il Ruanda. Nel 1992 Pillay fonda Equality Now insieme alle avvocate Jessica Neuwirth e Feryal Gharahi. L’organizzazione nasce per portare l’uguaglianza delle donne al centro della tutela dei diritti umani e per contrastare le discriminazioni inscritte nelle leggi.
La violenza domestica, le mutilazioni genitali, i matrimoni precoci non possono essere lasciati fuori dalla protezione giuridica invocando la consuetudine. Il lavoro di Equality Now nasce proprio dalla contestazione di questa esclusione.
Nel percorso di Pillay, il diritto riguarda dunque anche quello che accade lontano dal fronte, dentro una casa, in una famiglia, nella vita di una bambina alla quale altri pretendono di assegnare un destino. La violenza non deve diventare internazionale per meritare attenzione.
È una parte essenziale della sua storia perché la pace riguarda anche la possibilità di vivere senza che il proprio corpo diventi proprietà di qualcun altro.
L’universalità, anche quando disturba
Dal 2003 al 2008 Pillay è giudice della Corte penale internazionale. Dal 2008 al 2014 ricopre l’incarico di Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Le sue posizioni mostrano cosa significhi prendere sul serio l’universalità dei diritti. In un intervento a Bruxelles nel 2012, contesta l’idea che la tutela delle persone LGBT possa essere rinviata perché una società non sarebbe ancora pronta.
Ricorda che anche nel Sudafrica uscito dall’apartheid l’opinione pubblica poteva non essere pronta all’uguaglianza o all’abolizione della pena di morte. Ai politici chiede di assumersi una responsabilità, invece di usare il pregiudizio come alibi per l’immobilismo.
Nella stessa occasione insiste sul legame tra libertà civili, diritti sociali ed economici, e rifiuta che i diritti umani vengano sacrificati a obiettivi immediati come il controllo delle migrazioni.
È un criterio esigente. Il consenso non può stabilire quanta dignità spetti a una minoranza e un diritto che dipende dalla popolarità di chi lo rivendica, è una protezione già compromessa.
Gaza, chiamare i crimini con il loro nome
Nel luglio 2021 Pillay viene nominata presidente della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele. Ne fanno parte anche gli esperti di diritti umani Miloon Kothari e Chris Sidoti. Il mandato comprende le violazioni e le cause profonde del conflitto, incluse discriminazione e repressione.
Il 16 settembre 2025 la commissione conclude che Israele ha commesso genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.
L’analisi considera condotte e dichiarazioni dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025 e individua quattro delle cinque categorie di atti previste dalla Convenzione sul genocidio: uccisioni; gravi lesioni fisiche o mentali; imposizione di condizioni di vita volte alla distruzione del gruppo, totale o parziale; misure destinate a impedire le nascite.
La conclusione riguarda anche l’intento di distruggere il gruppo palestinese a Gaza, ricostruito attraverso le dichiarazioni dei dirigenti e la condotta delle operazioni. Israele respinge il rapporto.
Il rapporto integrale permette di verificarne argomentazioni, perimetro e conclusioni. La precisione serve a capire chi ha accertato cosa e con quali strumenti.
Per Pillay, Gaza riporta al centro la responsabilità di chi sa. Nel presentare il rapporto, richiama gli Stati al dovere di utilizzare i mezzi ragionevolmente disponibili per fermare il genocidio. Un richiamo che investe anche chi fornisce sostegno e protezione diplomatica.
È il nodo affrontato su Radio Bullets in “Gaza, la fase finale del genocidio”: gli allarmi devono produrre decisioni. Altrimenti restano parole che arrivano ai vivi senza riuscire a proteggerli.
Anche i crimini di Hamas devono avere giustizia
Il lavoro della commissione non esclude le vittime israeliane. Nel giugno 2024 presenta i risultati di due indagini parallele: sugli attacchi di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi del 7 e 8 ottobre e sulle operazioni israeliane a Gaza.
Attribuisce crimini di guerra a Hamas e ad altri gruppi armati palestinesi e crimini di guerra e contro l’umanità alle autorità israeliane. Pillay ribadisce che Israele ha diritto a proteggere i propri cittadini, rispettando il diritto internazionale, e che anche i gruppi armati palestinesi devono rispettarlo.
Difendere i civili richiede questa coerenza. La memoria di un massacro non autorizza la punizione di una popolazione. La rivendicazione della libertà non autorizza l’uccisione di civili e la presa di ostaggi.
Ne abbiamo scritto in “7 ottobre, tre anni dopo: Gaza e il potere senza giustizia”. Ogni vittima ha diritto alla verità senza dover prima superare un esame di appartenenza.
Pillay ha lasciato la presidenza della commissione nel 2025; nel novembre di quell’anno l’ONU ha annunciato la nomina del giurista indiano Srinivasan Muralidhar come suo successore.
Nel suo ultimo intervento all’Assemblea generale, il 28 ottobre, aveva denunciato il fallimento del sistema multilaterale nel prevenire il genocidio e chiesto giustizia, sostegno all’autodeterminazione palestinese e un percorso di verità e riconciliazione.
Trump e una giustizia che pretende di giudicare gli alleati
Impossibile non pensare al significato politico del Nobel a Pillay e alle future repliche di Trump. Il 7 ottobre il presidente americano aveva nuovamente sostenuto di meritare il premio. Ma ridurre questa scelta a una ferita al suo orgoglio farebbe perdere la questione più importante: il rapporto tra il potere americano e una giustizia internazionale che pretende di indagare anche sui suoi alleati.
Il 6 febbraio 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo per imporre sanzioni contro la Corte penale internazionale. Il testo prende esplicitamente di mira le iniziative riguardanti gli Stati Uniti e Israele e i mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Prevede blocchi di beni e restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti; nell’allegato indica il procuratore Karim Khan.
Washington contesta la giurisdizione della Corte su cittadini di Paesi che non aderiscono allo Statuto di Roma. Nel procedimento palestinese, i giudici hanno invece fondato la propria competenza sulla giurisdizione territoriale della Palestina. I mandati emessi nel novembre 2024 non sono condanne definitive: riguardano accuse da accertare attraverso il procedimento giudiziario.
Le sanzioni sono state poi estese ad altri magistrati e funzionari. Nel dicembre 2025 la presidenza dell’Assemblea degli Stati parte ha denunciato nuove misure contro due giudici d’appello, aggiuntive a quelle già rivolte a nove funzionari eletti della Corte.
L’ostilità, dunque, è documentata da atti di governo. La Corte colpita è la Corte penale internazionale, della quale Pillay è stata giudice: va distinta dalla Corte internazionale di giustizia, che si occupa delle controversie tra Stati, e dalla commissione ONU che ha indagato su Gaza.
Una reazione di Trump alla vittoria di Pillay, al momento della stesura di questo articolo non ha ancora attraversato l’etere. Il contrasto politico è, però, leggibile: il Nobel riconosce una vita dedicata a chiedere conto degli abusi, mentre l’amministrazione americana ha colpito chi esercita quella funzione giudiziaria nei confronti di persone che Washington vuole proteggere.
È qui che questo premio incontra un nervo scoperto. Accettare la giustizia internazionale significa accettare la possibilità che un’indagine riguardi anche un alleato. Che un incarico di governo non renda una persona irraggiungibile. Che le vittime non debbano misurare le proprie speranze sulla forza diplomatica di chi accusano.
La questione riguarda chi può essere chiamato a rispondere delle proprie azioni e chi pretende di decidere, da solo, di esserne esente.
Una medaglia non basta a proteggere le vittime
Il Nobel non rende infallibile Navi Pillay. Le sue valutazioni possono essere discusse e i rapporti esaminati criticamente. Il riconoscimento non sostituisce le prove, così come una contestazione politica non può cancellarle.
Ma la sua storia mostra quanto lavoro occorra per dare una conseguenza alla parola “diritti”. Le avvocate che difendono i detenuti, le donne che testimoniano, gli investigatori che ricostruiscono una catena di responsabilità, i giudici che devono decidere: è attraverso queste persone che una promessa diventa, qualche volta, protezione.
A Gaza, come in ogni luogo in cui i civili vengono lasciati senza difesa, il valore di questa promessa si misura nelle vite che riesce a salvare.
Una medaglia non apre un valico e non restituisce un figlio, può però ricordare ai governi una domanda alla quale nessuna cerimonia o coscienza, dovrebbe permettere di sfuggire: adesso che avete ascoltato, che cosa farete?