18 marzo 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Marzo 18, 2026

  • Libano: attacchi diffusi, vite interrotte.
  • Iran: ucciso il capo della sicurezza iraniana e non solo.
  • Palestina: il genocidio che non dimentichiamo.
  • Sudan: la guerra che blocca le cure.
  • Cuba: il buio di un’isola in crisi. Stati Uniti: si dimette il direttore del centro antiterrorismo sull’Iran.
  • Giappone: muore l’uomo che ha restituito un nome ai morti di Hiroshima.
  • Kenya: traffico di formiche, due persone indagate

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets, con Barbara Schiavulli in collegamento da Beirut

E cominciamo da dove ci troviamo, il Libano, che non è più un fronte secondario. Sono arrivata ieri e la prima cosa che ho sentito è stato il ronzio dei droni, “Sono gli israeliani che fanno foto, laggiù c’è uno dei quartieri degli hezbollah”, mi dice il tassista mentre carica la valigia.

È guerra. Secondo il ministero della Salute libanese, i morti dall’inizio dell’offensiva israeliana, il 2 marzo, sono almeno 886, tra cui 111 bambini.

Numeri che continuano a salire e che raccontano solo una parte della storia. Perché la vera misura di questa guerra è lo svuotamento del paese.

Oltre un milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Un libanese su cinque, in fuga. Non è più solo un’escalation: è una trasformazione demografica in tempo reale.

I raid colpiscono ovunque. Nel sud, a Nabatieh, tre soldati dell’esercito libanese sono stati uccisi mentre si spostavano tra auto e moto. A Bint Jbeil e al-Jumayjimah, altri civili sono morti sotto le bombe.

A Beirut, due attacchi ravvicinati hanno colpito i sobborghi meridionali, dopo nuovi ordini di evacuazione. Un altro raid ha centrato un edificio residenziale ad Aramoun.

E poi ci sono le ambulanze. Un attacco israeliano ha colpito un mezzo di soccorso a Kfar Sir, uccidendo tre operatori sanitari.
Sono almeno 35 i soccorritori morti dall’inizio dell’offensiva. Persone che non combattono. Che salvano vite.

E che diventano bersagli. Come è stato a Gaza. Tutto qui, ricorda Gaza. Sul terreno, la guerra cambia volto. Non è più solo fatta di raid aerei, ma di combattimenti ravvicinati tra Hezbollah e l’esercito israeliano.

A Khiam, nel sud, si combatte casa per casa. Carri armati colpiti, razzi lanciati, incursioni nei villaggi.

Secondo fonti locali, truppe israeliane sarebbero entrate fino a diversi chilometri dentro il territorio libanese, con operazioni rapide e ritiri strategici.

Anche la missione ONU UNIFIL conferma un aumento evidente della presenza militare israeliana oltre la linea blu, pur con forti limitazioni nel monitoraggio a causa dei combattimenti.

E mentre si parla di una possibile mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti israeliani, il rischio è uno solo:

che questa non sia più una guerra di confine, ma un’invasione su larga scala.

Cinque paesi – Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito – hanno lanciato un appello chiaro: evitare un’offensiva terrestre israeliana su vasta scala.

Perché le conseguenze umanitarie sarebbero devastanti. E il conflitto potrebbe diventare lungo, incontrollabile.

Ma, per ora, le parole restano parole. Tra le storie che emergono, ce n’è una che resta. Haj Qassem Sultan, paramedico libanese, aveva detto pochi giorni prima di morire: “Anche se ci uccideranno uno a uno, non abbandoneremo il nostro dovere.”

È stato ucciso in un attacco che ha distrutto un centro medico nel sud del paese, insieme a medici, pazienti, colleghi. Dodici morti. La sua promessa è rimasta lì, sospesa. Come molte di queste vite.

Il Libano non è ancora ufficialmente il secondo fronte.  Ma nei fatti, lo è già.

E mentre le capitali discutono, il paese si svuota, le ambulanze diventano bersagli e le linee del fronte attraversano case, ospedali, villaggi.

E forse la domanda non è più se questa guerra si allargherà. Ma quanto è già andata oltre. Per questo siamo qui grazie a chi ci sta sostenendo.

Iran

Non ci resta che spostarci in Iran dove c’è una guerra che si combatte anche sulle parole, oltre che sui cieli. Israele annuncia di aver ucciso Ali Larijani, uno degli uomini più potenti della sicurezza iraniana, insieme al comandante dei Basij, Gholam Reza Soleimani.

E dopo qualche ora Teheran Conferma.

Siamo davanti all’eliminazione di un altro vertice dello Stato iraniano dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei all’inizio del conflitto. Un colpo che non è solo militare, ma simbolico, politico, strategico.

Larijani non era un generale qualsiasi: era stato presidente del Parlamento, consigliere sulla strategia nucleare, uomo di sistema. Uno di quelli che tengono insieme il potere.

L’agenzia di stampa della magistratura iraniana, Mizan, ha citato le Guardie Rivoluzionarie che confermavano l’uccisione di Soleimani. Anche altri media statali iraniani hanno confermato la morte di Larijani.

Israele: Ucciso il capo della sicurezza iraniana Larijani

Intanto, sotto le dichiarazioni ufficiali, c’è un’altra realtà: quella dei civili.

Un attacco missilistico nella zona di Arak, nel centro dell’Iran, ha colpito una casa mentre la famiglia dormiva.
Quattro morti: una madre, una nonna, una bambina di due anni e un neonato di tre giorni. Non sono numeri. Sono vite interrotte nel sonno.

A Teheran, nuovi raid hanno colpito diversi quartieri, danneggiando anche attività civili.

E secondo le autorità iraniane – dati che non possono essere verificati indipendentemente – almeno 12.000 abitazioni sono state danneggiate, insieme a decine di siti culturali.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa parla di “prezzo altissimo pagato dai civili”: scuole chiuse, città paralizzate, persone che vivono nella paura.

La guerra, come sempre, non resta mai nei confini delle basi militari.

E il conflitto non è più solo Iran. Nel Golfo, un attacco con droni ha colpito il porto petrolifero di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, costringendo a fermare temporaneamente il carico di greggio.

Una petroliera è stata danneggiata nel Golfo dell’Oman. In Iraq, raid attribuiti a Stati Uniti e Israele hanno ucciso almeno otto combattenti delle milizie sciite filo-iraniane.

E Teheran risponde: droni Shahed hanno colpito anche l’area dell’ambasciata americana a Baghdad, senza causare vittime.

Il messaggio è chiaro: nessuno spazio è davvero al sicuro. Esplosioni segnalate a Doha e Dubai, difese aeree attivate, un morto ad Abu Dhabi colpito da detriti.

Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz – arteria vitale del petrolio mondiale – cambia volto. L’Iran ha permesso il passaggio di alcune navi, ma sotto controllo diretto, deviandole dentro le proprie acque territoriali.

È un segnale potente: il traffico energetico globale può essere rallentato, deviato, usato come leva. E quando il petrolio diventa arma, la guerra smette di essere regionale.

Sul Libano arriva anche la condanna delle Nazioni Unite. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani ha definito “inaccettabili” le dichiarazioni di un ministro israeliano dell’estrema destra, che ha minacciato di infliggere a Beirut la stessa distruzione vista a Gaza.

Il riferimento è alle parole del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha parlato di sobborghi della capitale libanese destinati a diventare come Khan Younis.

Secondo l’ONU, gli attacchi israeliani hanno già distrutto interi edifici residenziali in aree densamente popolate, uccidendo famiglie intere, inclusi donne e bambini.

E cresce la preoccupazione per possibili violazioni del diritto umanitario internazionale.

E così Stati Uniti si trovano sempre più soli. Donald Trump ha espresso “delusione” per il rifiuto degli alleati NATO di partecipare alle operazioni per riaprire lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi chiave per il petrolio mondiale.

Molti paesi europei hanno scelto di non intervenire militarmente, temendo un’escalation e chiedendo invece una soluzione diplomatica.

Trump ha reagito attaccando gli alleati, definendo la loro scelta un errore e sostenendo che gli Stati Uniti non abbiano bisogno di aiuto.

Ma il dato resta: in una delle crisi più gravi degli ultimi anni, la coalizione occidentale non è compatta. E quando anche gli alleati si fermano, significa che la guerra ha già superato una linea.

Anche la verità è sotto attacco. Donald Trump ha dichiarato che una grande manifestazione a Teheran a sostegno della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei sarebbe “interamente generata dall’intelligenza artificiale”.

Ma immagini e video sono stati verificati da più media internazionali, tra cui il New York Times.

Non è solo una polemica: è un segnale. La guerra si combatte anche su cosa è reale e cosa no.
E quando persino le immagini vengono messe in discussione, diventa più difficile distinguere propaganda e realtà.

Sul piano diplomatico, lo scenario è fermo. Secondo fonti iraniane, gli Stati Uniti avrebbero cercato contatti riservati per avviare negoziati. Teheran però smentisce e accusa Washington di aver “ucciso la diplomazia” con nuovi attacchi.

La posizione iraniana è chiara: nessun dialogo senza garanzie concrete che gli attacchi cessino.

E intanto, lo speaker del Parlamento iraniano avverte: “L’ordine del Medio Oriente non sarà più lo stesso”. E forse è proprio questo il punto.

Non è solo una guerra tra Stati. È una guerra che ridisegna equilibri, verità, rotte economiche, e soprattutto vite umane. E mentre le dichiarazioni si rincorrono, nelle case distrutte, nei porti in fiamme, nei cieli attraversati dai droni, resta una domanda semplice: quanto può allargarsi ancora questo conflitto, prima di diventare qualcosa che non si può più contenere?

Palestina e Israele

E poi c’è Gaza. Dove i numeri non bastano più a raccontare la realtà. Nelle ultime 24 ore, due palestinesi sono stati uccisi e almeno venti feriti negli attacchi israeliani.

Ma è il totale che pesa: oltre 72.000 morti e più di 171.000 feriti dall’inizio della guerra, secondo il ministero della Salute palestinese.

Numeri che includono anche chi continua a emergere dalle macerie. Corpi che riappaiono giorni, settimane dopo.

E poi c’è un dato che racconta un’altra verità: anche durante quella che viene chiamata tregua, centinaia di persone continuano a morire. Una tregua che esiste più nelle dichiarazioni che sul terreno.

La guerra a Gaza è diventata una routine della morte. A Khan Younis, un’auto è stata colpita: due morti, dodici feriti. Vicino all’ospedale Nasser, un uomo è stato ucciso da cecchini.

Nel nord, a Beit Lahia, un bambino è stato colpito all’addome. Una donna è stata ferita gravemente, ancora una volta da fuoco di precisione.

Non sono battaglie. Sono episodi frammentati, quotidiani, sparsi nella città. È una guerra che entra nei dettagli della vita: nelle strade, negli ospedali, nei luoghi dove si cerca rifugio. E mentre Gaza resta sotto i riflettori, la Cisgiordania continua a bruciare più in silenzio.

Due ragazzi di 16 anni sono stati colpiti dall’esercito israeliano vicino a Ramallah. I soccorritori non hanno potuto raggiungerli: l’area era stata dichiarata zona militare chiusa. Le case vengono perquisite. I negozi controllati. E la violenza si muove tra checkpoint e incursioni. Ma è nella Valle del Giordano che emerge uno degli episodi più gravi.

Nel villaggio di Khirbet Humsa, un gruppo di coloni israeliani ha fatto irruzione durante la notte.

Secondo testimoni e attivisti internazionali, decine di uomini mascherati hanno legato residenti, picchiato uomini, donne e ragazze, minacciato stupri e uccisioni.

Un uomo sarebbe stato aggredito sessualmente mentre la sua famiglia era costretta a guardare. Sei persone sono state portate in ospedale. E quando l’attacco è finito, raccontano i residenti, i soldati israeliani sono arrivati.

Non per arrestare gli aggressori. Ma per fermare le vittime. Gaza, Cisgiordania, Libano. Tre luoghi diversi, un’unica linea che li attraversa: quella in cui la guerra non è più solo scontro tra eserciti.

È controllo, pressione, punizione collettiva. E mentre si parla di strategie, di deterrenza, di sicurezza, resta un dato che non cambia: a morire, nella maggior parte dei casi, sono persone che non combattono.

E che non hanno mai avuto scelta.

Sudan

E poi c’è il Sudan, dove la guerra non arriva solo con le armi, ma anche con l’assenza di medicine. Secondo Save the Children, le scorte mediche potrebbero esaurirsi entro due settimane.

Circa 600 mila dollari di farmaci essenziali sono bloccati nei porti di Dubai, mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sta interrompendo le rotte globali.

Novanta cliniche pubbliche, che servono circa 400 mila persone, rischiano di restare senza antibiotici, antimalarici e cure di base. L’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma: le carenze stanno aumentando, mentre i costi di trasporto salgono e i fondi diminuiscono.

Il risultato è semplice, e brutale: non servono bombardamenti per uccidere, a volte basta fermare le forniture. E il tempo, ormai, sta finendo.

Kenya

Non c’è pace neanche per le formiche. In Kenya, un cittadino cinese e uno keniano sono stati arrestati per traffico illegale di fauna selvatica. Non avevano avorio, né grandi animali.

Avevano quasi duemila formiche vive, conservate in provette. Secondo i procuratori, erano destinate ai mercati europei e asiatici, dove cresce la domanda anche per specie “minori”, spesso vendute come animali esotici o da collezione.

Non vi possiamo confermare con certezza l’uso finale di questi insetti, ma il trend è  abbastanza chiaro: il traffico illegale non riguarda più solo gli animali iconici.

Riguarda tutto. E quando anche le formiche diventano merce, significa che lo sfruttamento della biodiversità ha superato ogni scala. Dalle grandi savane fino agli esseri più piccoli.

Stati Uniti

Andiamo gli Stati Uniti, dove le crepe iniziano a vedersi dall’interno.

Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, si è dimesso in aperto dissenso contro la guerra in Iran. Lo ha annunciato lui stesso, con una lettera pubblicata sui social.

Una presa di posizione rara, soprattutto da un uomo al vertice dell’intelligence. Kent scrive di non poter sostenere “in coscienza” il conflitto, sostenendo che l’Iran non rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti e accusando pressioni israeliane e della lobby americana.

Sono parole pesanti. Ma raccontano una frattura. A Washington, la linea non è mai stata davvero chiara. All’inizio, l’amministrazione Trump ha parlato di minaccia imminente: missili, nucleare, sicurezza nazionale. Poi di prevenzione: colpire prima di essere colpiti.

Poi ancora, di liberazione dell’Iran. Ma le versioni si contraddicono. Il segretario di Stato Marco Rubio ha sostenuto che l’attacco fosse necessario per prevenire una risposta iraniana a un’azione israeliana già prevista.

Trump, il giorno dopo, ha detto l’opposto: una decisione autonoma. Intanto, cresce anche il dissenso interno.

Secondo diversi sondaggi citati dai media internazionali, una parte significativa dell’opinione pubblica americana non sostiene il conflitto, ritenendo che l’Iran non rappresentasse una minaccia diretta.

Quando a dimettersi non sono solo i soldati, ma anche chi prende le decisioni strategiche, significa che qualcosa si sta incrinando. Non solo sul campo. Ma nella legittimità stessa della guerra. Che già legittima non era.

Negli Stati Uniti, la guerra in Iran non divide solo la politica. Divide anche il cuore del trumpismo.

Il movimento Maga, costruito sulla lealtà assoluta a Donald Trump, inizia a mostrare crepe.
Prima il caso Epstein, ora la guerra.

Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo Joe Kent non sono solo un gesto individuale: parlano a una parte della base “America First” che ha sempre rifiutato le guerre infinite in Medio Oriente.

Per anni Trump ha costruito consenso promettendo di evitarle. Ora si ritrova dentro una nuova guerra. E questo cambia tutto.

Perché se la lealtà è sempre stata la forza di Maga, potrebbe diventare anche il suo punto di rottura.

Cuba

A Cuba, il blackout è diventato totale. L’intera rete elettrica è collassata, lasciando milioni di persone senza luce, acqua e servizi essenziali.

Secondo le autorità, la produzione di energia non riesce più a coprire la domanda: poco più di mille megawatt disponibili contro oltre duemila richiesti. Un sistema fragile, già indebolito da anni di crisi e mancanza di carburante.

Da Washington, il segretario di Stato Marco Rubio attacca apertamente il governo cubano, definendolo incapace di gestire il paese e chiedendo un cambio di leadership.

Ma all’origine del collasso c’è anche il contesto geopolitico: il blocco delle forniture di petrolio e la pressione statunitense hanno aggravato una rete elettrica già obsoleta.

Il risultato è un’isola al buio. E quando si spegne la luce, spesso, è perché qualcosa di molto più profondo si è già rotto.

Afghanistan e Pakistan

In Afghanistan anche gli ospedali tornano a essere bersagli.

Secondo la missione ONU nel paese, un raid aereo attribuito al Pakistan ha colpito un centro per il trattamento delle dipendenze a Kabul, causando decine di morti e feriti tra i civili.

I talebani parlano di oltre 400 vittime. Ma il Pakistan nega di aver colpito un ospedale, sostenendo di aver preso di mira solo infrastrutture militari.

Non è possibile confermare in modo indipendente il bilancio reale ma la struttura è stata colpita, ce lo conferma il nostro fixer in afghanistan, perché in quel posto, che sembrava più un lager che un centro di disintossicazione, lo abbiamo visto.

L’ONU è chiaro: le strutture sanitarie devono essere protette, sempre. E mentre aumentano gli scontri tra Pakistan e talebani, il numero di civili uccisi continua a salire. Ancora una volta, la guerra passa dove non dovrebbe mai arrivare.

Giappone

C’è una storia che arriva da Hiroshima, e parla di memoria. È morto Shigeaki Mori, sopravvissuto alla bomba atomica del 1945. Aveva otto anni quando l’esplosione lo scaraventò in un fiume, a poco più di due chilometri dall’epicentro.

Per decenni ha fatto qualcosa che pochi avevano fatto prima: ha ricostruito la storia di dodici prigionieri di guerra americani uccisi dalla bomba sganciata dal loro stesso paese.

Ha cercato documenti, nomi, famiglie. Ha scritto lettere a chi non sapeva come erano morti i propri cari. “Non era una ricerca sui nemici”, diceva. “Era una ricerca sugli esseri umani.”

Nel 2016, durante la visita storica a Hiroshima, Barack Obama lo citò nel suo discorso. E poi lo abbracciò. In quel gesto c’era tutto: memoria, responsabilità, riconciliazione. E forse anche una domanda che resta ancora oggi: quanto tempo serve, davvero, per capire il peso di una guerra?

Ti potrebbe interessare anche:

E se credi in un giornalismo indipendente, serio e che racconta il mondo recandosi sul posto, puoi darci una mano cliccando su Sostienici


[There are no radio stations in the database]