Israele: Ucciso il capo della sicurezza iraniana Larijani

Scritto da in data Marzo 17, 2026

BEIRUT – Non è la prima volta da quando è cominciata la guerra degli Stati Uniti e Israele contro l‘Iran in cui la guerra smette di essere una sequenza di esplosioni lontane e coordinate su una mappa, e diventa qualcosa di più preciso, quasi intimo nella sua brutalità, perché il bersaglio non è più un’infrastruttura ma una persona, con un nome, un ruolo, un peso dentro un sistema.

Secondo Israele, è quello che è accaduto questa notte tra il 16 e il 17 marzo, quando una serie di raid ha colpito Teheran, non nelle periferie o in aree isolate, ma nel cuore della capitale, dove si concentrano gli apparati decisionali e le strutture del potere.

In uno di questi attacchi, stando alla versione israeliana, sarebbe stato ucciso Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, una figura che negli ultimi mesi era diventata centrale nella gestione politica e strategica del paese.

L’annuncio è arrivato rapidamente, accompagnato da una rivendicazione precisa: non un obiettivo qualsiasi, ma uno dei nodi più sensibili del sistema iraniano. Eppure, mentre la notizia si diffondeva, qualcosa restava immobile, dall’altra parte, Teheran non ha ancora confermato.

Il silenzio che costruisce un’altra versione

Non ci sono state dichiarazioni ufficiali da parte iraniana sulla morte di Larijani, e questo silenzio, in un contesto di guerra aperta, ha un peso che va oltre la semplice mancanza di informazioni.

Non ci sono immagini, non c’è una conferma indipendente. Ancora. Alcune fonti internazionali parlano di un destino incerto, mentre è circolato anche un messaggio attribuito allo stesso Larijani dopo il raid, senza che sia possibile stabilire quando sia stato registrato o se sia autentico.

Questo significa significa anche che la notizia, pur esistendo, vive dentro una zona grigia, dove la narrazione e i fatti non coincidono necessariamente.

Non solo Larijani: il doppio colpo

Secondo le dichiarazioni israeliane, l’attacco non avrebbe colpito solo Larijani. Nello stesso ciclo di raid sarebbe stato ucciso anche Gholamreza Soleimani, comandante delle forze Basij, una delle strutture più rilevanti del sistema di sicurezza interno iraniano, spesso impiegata per il controllo sociale e la repressione delle proteste.

Altre fonti parlano di ulteriori dirigenti delle Basij colpiti negli stessi attacchi, ma senza che sia possibile verificare numeri o identità in modo indipendente.

Se queste informazioni fossero confermate, il significato dell’operazione cambierebbe ulteriormente, perché non si tratterebbe solo di colpire il vertice politico, ma anche il meccanismo di controllo interno, due livelli diversi ma profondamente intrecciati dello stesso sistema.

Dove si trovava: colpire il centro, non il margine

Le informazioni disponibili indicano che Larijani si trovava a Teheran al momento dell’attacco, probabilmente in un’area legata agli apparati istituzionali o alla sicurezza nazionale, anche se il luogo preciso non è stato reso pubblico.

Questo dettaglio, anche nella sua incompletezza, è significativo. Perché i raid delle ultime settimane hanno mostrato una tendenza chiara: non colpire obiettivi periferici o isolati, ma entrare nella capitale, nei suoi spazi più sensibili, nelle zone dove il potere non si mostra ma si esercita.

Colpire lì significa dimostrare di avere informazioni precise, capacità operative avanzate e, soprattutto, la volontà di rendere visibile che non esistono più aree completamente protette. È un messaggio che va oltre il singolo attacco.

Un uomo che tiene insieme il sistema

Per comprendere davvero il peso di questa notizia, bisogna fermarsi sulla figura di Ali Larijani, che rappresenta una di quelle presenze che non dominano la scena pubblica ma che, proprio per questo, sono spesso decisive.

La sua carriera attraversa decenni di storia politica iraniana, passando dal Parlamento ai negoziati sul nucleare, fino ai vertici della sicurezza nazionale, in un percorso che lo ha reso uno dei principali punti di equilibrio tra le diverse anime del sistema.

Non è un leader carismatico, non è un comandante sul campo, ma è una figura di raccordo, capace di muoversi tra ideologia e pragmatismo, tra politica interna e relazioni internazionali, tra gestione della sicurezza e necessità di mantenere una stabilità minima.

Dopo la morte della guida suprema Ali Khamenei nelle prime fasi del conflitto, il suo ruolo era diventato ancora più rilevante, trasformandolo in uno dei perni su cui si cercava di reggere un equilibrio sempre più fragile. Colpirlo significa intervenire proprio lì, nel punto in cui il sistema prova a restare in piedi.

Dalla guerra degli obiettivi alla guerra degli uomini

Questo episodio si inserisce in una dinamica più ampia che sta ridefinendo la natura del conflitto. All’inizio erano le infrastrutture, i siti strategici, le capacità militari. Poi i centri di comando, le reti logistiche, le strutture operative.

Ora sono gli uomini. È un passaggio che segna un cambiamento profondo, perché sposta la guerra dal piano materiale a quello organizzativo, dalla distruzione di quello che uno Stato possiede all’attacco diretto contro chi quello Stato lo governa.

È una guerra che sale lungo la catena del potere, e che proprio per questo diventa più instabile, perché ogni colpo può avere effetti difficili da prevedere.

Il rischio di una reazione opposta

Colpire una figura come Larijani non produce un solo effetto. Può indebolire il sistema, creare discontinuità, rallentare i processi decisionali. Ma può anche produrre una reazione opposta, rafforzando le componenti più dure, riducendo gli spazi di mediazione e accelerando la risposta.

In contesti di forte pressione esterna, i sistemi politici tendono spesso a chiudersi, più che a cedere. E questo rende ogni attacco al vertice una scommessa. Non solo militare, ma politica.

Una guerra che si espande

Tutto questo avviene mentre il conflitto continua ad allargarsi oltre i suoi confini iniziali. L’Iran ha già dimostrato di poter colpire obiettivi nel Golfo, le tensioni nello Stretto di Hormuz restano altissime e qui in Libano dove si trova ora Radio Bullets, con Hezbollah, è sempre più coinvolto, trasformandosi di fatto in un secondo fronte.

La guerra non è più contenuta, e ogni escalation, ogni attacco mirato, ogni annuncio di eliminazione contribuisce a rendere più difficile immaginare una de-escalation. Perché più si avanza, più si riducono gli spazi per tornare indietro.

La guerra delle versioni

Accanto alla dimensione militare, si muove quella narrativa, che in questo conflitto ha un peso crescente. Israele comunica in modo rapido e diretto, costruendo una sequenza di messaggi che servono a mostrare capacità e controllo. L’Iran risponde in modo diverso, spesso scegliendo il silenzio o tempi più lunghi, lasciando che l’incertezza lavori.

Le agenzie internazionali cercano conferme, ma si muovono in un territorio in cui verificare è difficile. E così, mentre i raid continuano, si costruiscono versioni. Dire di aver ucciso Larijani significa produrre un effetto immediato.
Non confermare significa non concedere quella vittoria narrativa e nel mezzo, la verità resta sospesa.

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