19 marzo 2026 – Notiziario Mondo

Scritto da in data Marzo 19, 2026

  • Libano: Beirut colpita, la guerra entra nel cuore della città.
  • Iran: decapitare il potere, allargare la guerra.
  • Gaza, senza tregua.
  • Nigeria: attentati, il terrore tra la gente.
  • Cuba: gli aiuti che sfidano il blocco.
  • Giappone: tra alleanza e guerra.
  • Afghanistan e Pakistan: tregua per la fine del Ramadan.
  • Venezuela: rimosso lo storico ministro della Difesa. Europa: la linea Sanchez diventa la linea europea.

Questo e molto altro nel notiziario di Radio Bullets, con Barbara Schiavulli in collegamento da Beirut.

Libano

l Libano non è più soltanto un fronte che si accende e si spegne a intermittenza lungo il confine sud, non è più una linea distante che si può ancora immaginare separata dal resto del paese: il Libano, oggi, è la guerra.

Secondo il ministero della Salute, i morti dall’inizio dell’offensiva israeliana, il 2 marzo, sono almeno 956, tra cui 111 bambini, e oltre 2.200 i feriti, numeri che continuano a salire mentre si contano le vittime e, allo stesso tempo, si perde il conto delle vite sospese.

Ma più dei numeri, è la geografia della guerra che sta cambiando sotto gli occhi di tutti.

Mercoledì, una nuova ondata di attacchi ha attraversato il paese da nord a sud, lasciando almeno 56 morti in poche ore, ma è Beirut che segna il punto di svolta, perché questa volta non si tratta di raid lontani, periferici, quasi attesi.

Questa volta le esplosioni arrivano nel cuore della capitale, a pochi passi dal centro e dagli edifici del potere, in una zona che fino a poco tempo fa rappresentava ancora una fragile illusione di distanza dal conflitto.

Dodici persone sono morte qui, nel centro della città, e con loro è crollata anche quell’idea che Beirut potesse restare, in qualche modo, fuori dalla guerra.

Perché quando il centro viene colpito, non esistono più margini.

Tra le vittime c’è anche Mohammad Shari, giornalista di Al-Manar, una voce nota, un volto familiare per chi quella guerra la seguiva ogni giorno attraverso lo schermo.

È stato ucciso insieme alla moglie in un attacco che non ha lasciato scampo, mentre i suoi figli e i suoi nipoti sono rimasti feriti, portati in ospedale con quello che resta di una vita che, fino a poche ore prima, era ancora intera.

E in quella morte c’è qualcosa che va oltre la cronaca.

Perché quando muoiono i giornalisti, non perdiamo solo testimoni, perdiamo anche il racconto stesso della realtà, perdiamo pezzi di verità che nessuno potrà più restituire.

Nel resto del paese, la guerra si muove senza interruzioni, colpendo villaggi, città, strade, case, senza distinzione.

Nella valle della Bekaa, nel sud, lungo la costa, si continua a morire sotto attacchi che distruggono edifici residenziali, colpiscono automobili, travolgono intere famiglie, lasciando dietro di sé macerie e silenzi.

A Harouf, un palazzo è stato completamente raso al suolo, con persone ancora intrappolate sotto le macerie, mentre a Saida un attacco ha ucciso anche un paramedico, qualcuno che stava cercando di salvare vite e che invece è diventato lui stesso una vittima.

E poi ci sono i cosiddetti doppi attacchi, una dinamica che ormai si ripete: prima l’esplosione, poi un secondo colpo quando arrivano i soccorsi, quando qualcuno prova ad aiutare.

È una strategia che non lascia spazio nemmeno alla solidarietà.

Intanto, mentre le bombe continuano a cadere, il paese si muove. Israele ha ordinato nuove evacuazioni, chiedendo agli abitanti di Tiro e delle aree circostanti – comprese zone dove vivono decine di migliaia di rifugiati palestinesi – di spostarsi ancora più a nord, oltre il fiume Zahrani.

Più di un milione di persone sono già state costrette a lasciare le proprie case, e oltre 130 mila vivono oggi in centri collettivi, spazi improvvisati dove la vita si ricostruisce nel modo più fragile possibile.

Il Libano si svuota e si ricompone altrove, continuamente.

E mentre tutto questo accade, si moltiplicano i segnali di un possibile allargamento del conflitto.

Israele ha annunciato l’intenzione di colpire i ponti sul fiume Litani per interrompere i rifornimenti a Hezbollah, una mossa che rischia di isolare ulteriormente il sud del paese e di colpire anche le infrastrutture civili.

Allo stesso tempo, emergono – e vengono poi smentite – notizie su un possibile coinvolgimento della Siria, che gli Stati Uniti avrebbero incoraggiato a intervenire per disarmare Hezbollah, segno di quanto il conflitto stia già sfiorando nuovi attori.

E poi c’è l’episodio che riguarda i caschi blu.

Secondo fonti ONU, una base della missione UNIFIL nel sud del Libano sarebbe stata colpita da colpi di carro armato israeliani, ferendo tre peacekeeper ghanesi.

Israele ammette di aver sparato, ma parla di una risposta a un attacco.

Le indagini sono ancora in corso.

Il Libano, oggi, non è più un luogo dove la guerra può arrivare. È un luogo dove la guerra è già arrivata, si è fermata, e ha iniziato a trasformare tutto.

Beirut non è più lontana dal fronte, perché il fronte, ormai, attraversa le sue strade.

Secondo media israeliani, si starebbe valutando non solo di continuare con i raid, ma di occupare direttamente la prima linea di villaggi nel sud del paese, per fermare Hezbollah e impedire nuovi attacchi contro il nord di Israele.

Non è possibile confermare tempi e modalità di questo piano. Ma il passaggio è importante. Perché finché si colpisce, la guerra resta mobile.

Quando si occupa, cambia tutto. Diventa presenza, controllo, permanenza. E a quel punto non si tratta più solo di fermare una minaccia. Si tratta di restare.

E mentre ogni giorno si aggiunge un nuovo confine da superare, una nuova linea che sembrava invalicabile e che invece viene oltrepassata, resta una sensazione difficile da ignorare: questa guerra non sta solo avanzando, sta cambiando le regole. E noi siamo qui a Beirut per raccontarvelo.

Beirut, una città che respira a fatica

Iran

La guerra contro l’Iran sta cambiando forma, e lo fa in modo sempre più evidente, sempre più profondo, perché non si limita più a colpire infrastrutture o postazioni militari, ma entra direttamente nel cuore del potere.

Nella notte, secondo quanto dichiarato da Israele e confermato anche da Teheran, è stato ucciso il ministro dell’Intelligence Esmail Khatib, una figura centrale dell’apparato di sicurezza iraniano, uno di quegli uomini che non compaiono spesso nelle immagini ma che tengono insieme le linee invisibili del controllo.

Perché quello che emerge, sempre più chiaramente, è una strategia che non punta soltanto a indebolire l’Iran sul piano militare, ma a smontarne l’architettura interna, pezzo dopo pezzo, colpendo chi decide, chi coordina, chi mantiene in piedi l’intero sistema.

E mentre da Israele si parla apertamente di nuove “sorprese” e di un’intensificazione degli attacchi, la guerra assume un ritmo diverso, meno lineare, più mirato, ma anche più destabilizzante.

E poi ci sono i luoghi che, almeno sulla carta, dovrebbero restare fuori.

Un attacco ha colpito un complesso giudiziario nella contea di Larestan, uccidendo almeno otto persone tra avvocati, clienti e personale.

Non è una base. Non è un deposito. È un luogo civile.

E ogni volta che uno spazio del genere viene colpito, il confine tra ciò che è legittimo e ciò che non lo è si fa sempre più sottile, fino quasi a scomparire.

A Teheran, intanto, le bare attraversano la città. Migliaia di persone partecipano ai funerali di Ali Larijani e del comandante dei Basij Gholamreza Soleimani, uccisi nei giorni precedenti, insieme ad altri membri del loro entourage.

Non è solo lutto. È presenza. È una dimostrazione che, nonostante i colpi, lo Stato non si dissolve, ma si ricompone attorno alla perdita, trasformandola in un elemento di resistenza.

E mentre tutto questo accade, la guerra si allarga in silenzio su un altro piano, quello che riguarda tutti.

Un attacco ha colpito il giacimento di gas South Pars, una delle più grandi infrastrutture energetiche al mondo, condivisa tra Iran e Qatar, e basta questo per capire che non si tratta più solo di un conflitto regionale.

Nel frattempo, gli Stati Uniti colpiscono postazioni missilistiche vicino allo Stretto di Hormuz con ordigni ad alta penetrazione, intervenendo direttamente in un punto che è il cuore delle rotte energetiche globali.

E quando si tocca l’energia, si tocca tutto.

L’Iran risponde, come può e come deve, lanciando nuove ondate di missili verso Israele, colpendo anche il centro del paese e causando vittime e danni, mentre sul piano politico la posizione resta rigida.

La nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, respinge ogni proposta di cessate il fuoco, sostenendo che non sia questo il momento per fermarsi, ma piuttosto per continuare.

E dentro il paese, il controllo si stringe. Esecuzioni per spionaggio, arresti, mobilitazione delle milizie Basij nelle città, in un clima che mescola guerra esterna e pressione interna, come spesso accade quando uno Stato si sente sotto attacco.

E le conseguenze non restano lì. Secondo il Programma Alimentare Mondiale, questo conflitto potrebbe spingere milioni di persone verso la fame, a causa dell’aumento dei prezzi, delle rotte interrotte, dell’instabilità che si propaga ben oltre il Medio Oriente.

Perché le guerre, oggi, non hanno più confini chiari. Si muovono insieme alle economie, ai mercati, alle catene di approvvigionamento.

Quella che stiamo guardando non è più solo una guerra fatta di attacchi e risposte.

Dal canto suo l’Iran, ha lanciato razzi contro Israele, una coppia di anziani israeliani settantenni è rimasta uccisa nella notte tra martedì e mercoledi nel sobborgo di Tel Aviv di Ramat Gan. I bombardamenti missilistici notturni provenienti dall’Iran e da Hezbollah hanno colpito un totale di 34 località in Israele, ha dichiarato il servizio antincendio e di soccorso, tra cui la stazione ferroviaria Savidor Central di Tel Aviv.

Israele poi, Israele ha attaccato un importante giacimento di gas naturale nel Golfo Persico , provocando la minaccia da parte dell’Iran di colpire impianti energetici in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar.

È una guerra che prova a cambiare gli equilibri dall’interno, a colpire la struttura stessa di un paese mentre ne scuote le fondamenta esterne. E quando succede questo, quando si colpiscono insieme potere, società e risorse, il problema non è più solo vincere o perdere.

È capire cosa resterà, dopo.

Palestina e Israele

A Gaza, la guerra continua anche quando la chiamano tregua.

Nelle ultime 24 ore, quattro palestinesi sono stati uccisi, tre in nuovi attacchi e uno per le ferite riportate nei giorni precedenti, mentre almeno quattordici persone sono rimaste ferite, in una violenza che non si ferma mai davvero, ma cambia solo intensità.

Il bilancio complessivo dall’inizio della guerra supera ormai i 72 mila morti e i 171 mila feriti, secondo il ministero della Salute palestinese, numeri che da tempo hanno smesso di essere solo cifre e sono diventati un paesaggio.

Un paesaggio fatto di macerie, di assenze, di vite sospese.

E poi c’è un dato che pesa più degli altri.

Da quando è iniziata quella che viene definita tregua, sono già centinaia le persone uccise, mentre continuano a emergere corpi dalle macerie, come se la guerra non fosse mai davvero finita, ma semplicemente nascosta sotto le parole.

Nel frattempo, sul piano diplomatico, qualcosa si muove, ma senza fermare nulla.

Gli emissari del cosiddetto “Board of Peace” voluto da Donald Trump hanno incontrato rappresentanti di Hamas al Cairo nel tentativo di tenere in piedi il cessate il fuoco, sempre più fragile, sempre più simbolico.

Subito dopo, Israele ha annunciato la possibile riapertura del valico pedonale di Rafah, chiuso da settimane, un segnale che potrebbe essere legato proprio a quei colloqui.

Ma sul terreno, le operazioni continuano. E Hamas avverte che le restrizioni imposte durante la guerra con l’Iran potrebbero portare a rivedere gli impegni presi. È una tregua che si regge su equilibri minimi, continuamente messi in discussione.

E poi c’è la questione degli aiuti.

Israele ha sospeso le forniture che entrano a Gaza dall’Egitto, accusando un presunto contrabbando all’interno di kit umanitari coordinati dall’UNICEF, un’accusa che è ora oggetto di verifica.

Nel frattempo, i numeri parlano chiaro. Circa 200 camion al giorno riescono a entrare nella Striscia, molto meno dei circa 600 considerati necessari per rispondere all’emergenza umanitaria.

E in un territorio già devastato, dove tutto manca – acqua, cibo, medicine – anche questa riduzione diventa una forma di pressione. Silenziosa, ma efficace.

A Gaza, la guerra non si misura più solo nei momenti in cui esplode. Si misura anche in quelli in cui dovrebbe fermarsi, ma non lo fa. In quelle pause che non sono pause, in quei cessate il fuoco che continuano a produrre morti, in quella quotidianità in cui la violenza diventa normale.

E forse è proprio questo il punto più difficile da raccontare. Che a Gaza, ormai, anche la tregua è parte della guerra. In Cisgiordania invece, quattro donne palestinesi uccise da missili iraniani vicino a Hebron.

Mentre Martedì, la polizia israeliana ha attaccato i giornalisti che stavano documentando la violenta dispersione di giovani palestinesi in preghiera a Gerusalemme Est.

 I fedeli si erano radunati fuori dalle mura della Città Vecchia perché la moschea di Al-Aqsa, dove tradizionalmente pregano durante il Ramadan, è chiusa dallo scoppio della guerra con l’Iran. Testimoni oculari hanno riferito che la polizia ha picchiato i fedeli e ha lanciato granate stordenti contro di loro prima di attaccare i fotografi.

La polizia ha affermato che i giornalisti stavano partecipando a “condotta disordinata in violazione delle regole del Comando del Fronte Interno” e si erano rifiutati di obbedire agli ordini della polizia.

Iraq

E la guerra continua a muoversi anche nell’ombra, lungo le sue linee meno visibili. In Iraq, la milizia filo-iraniana Kataeb Hezbollah ha confermato la morte di Abu Ali al-Askari, uno dei suoi comandanti più importanti e figura centrale anche nella comunicazione del gruppo.

Non sono stati forniti dettagli ufficiali, ma fonti di sicurezza parlano di un attacco avvenuto a Baghdad nei giorni scorsi. Non è possibile confermare in modo indipendente le circostanze. Ma è un altro tassello che si aggiunge a un quadro sempre più chiaro.

Perché questa guerra non colpisce solo gli Stati. Colpisce le reti, le milizie, gli equilibri paralleli che tengono insieme la regione. E ogni eliminazione mirata sposta, ancora una volta, il baricentro del conflitto.

Sudan

E in Sudan, la guerra continua a spostare le sue linee, città dopo città.

Le Rapid Support Forces hanno annunciato di aver conquistato Bara, nel Nord Kordofan, e Karnoi, nel Nord Darfur, ampliando la loro offensiva tra ovest e centro del paese.

Secondo i paramilitari, l’attacco su Bara sarebbe stato massiccio, con droni, artiglieria e decine di veicoli, ma il bilancio di centinaia di soldati uccisi non può essere verificato in modo indipendente. L’esercito sudanese, intanto, sostiene di aver respinto un altro attacco nel Sud Kordofan.

È una guerra che non si ferma, ma si sposta. E ogni città che cambia mano è una nuova crisi che si apre.

Nigeria

E poi la Nigeria, dove la violenza torna a colpire tra la gente.

A Maiduguri, nel nord-est del paese, tre attentati suicidi hanno colpito luoghi affollati: vicino a un ospedale universitario, a un mercato e in un’area commerciale.

Almeno 23 morti e oltre 100 feriti, mentre gli ospedali lanciano appelli urgenti per donazioni di sangue. Nessun gruppo ha rivendicato gli attacchi.

Ma in quella regione operano Boko Haram e lo Stato Islamico dell’Africa occidentale, che nelle ultime settimane hanno intensificato le loro operazioni. È un ritorno della paura nei luoghi della vita quotidiana.

E quando il terrore colpisce così, non cerca solo vittime. Cerca di svuotare le città.

Zambia

In Zambia, dove la geopolitica passa anche dalla salute.

Secondo un documento interno trapelato, l’amministrazione Trump starebbe valutando di sospendere aiuti essenziali – cure per HIV, tubercolosi e malaria – per spingere il paese ad aprire le proprie miniere alle aziende americane.

Non posso confermare in modo indipendente l’intero contenuto del memo, ma la linea che emerge è chiara.

In cambio di circa un miliardo di dollari in finanziamenti sanitari, gli Stati Uniti chiederebbero accesso a risorse strategiche come rame, litio e cobalto.

Meno fondi rispetto al passato. Più controllo sulle materie prime. E quando la salute diventa leva negoziale,
la domanda non è solo politica. È morale.

Spagna

E poi l’Europa, dove qualcosa si sta ricomponendo. La posizione anti-guerra del premier spagnolo Pedro Sánchez, inizialmente isolata, sta trovando sempre più sponde nel resto dell’Unione Europea, con diversi paesi che rifiutano di partecipare al conflitto e chiedono una soluzione diplomatica.

Madrid aveva già detto no all’uso delle basi militari e a qualsiasi coinvolgimento diretto, parlando apertamente di violazione del diritto internazionale e rifiutando di essere trascinata in una nuova guerra.

Oggi quella linea non è più un’eccezione. Dalla Francia alla Germania, cresce la cautela, mentre aumenta anche la pressione dell’opinione pubblica contraria al conflitto. Non è ancora una rottura con Washington.

Ma è qualcosa di nuovo. Perché quando l’Europa smette di seguire automaticamente, significa che l’equilibrio sta cambiando.

Russia

E infine l’Ucraina, dove la guerra continua a essere anche una battaglia di narrazioni.

Mosca sostiene di aver conquistato 12 insediamenti nelle prime settimane di marzo, avanzando lungo il fronte orientale e meridionale, e di essere arrivata a controllare una parte significativa di Kostiantynivka, dove si combatte strada per strada.

Ma Kyiv smentisce.

Il presidente Zelensky afferma che l’esercito ucraino sta contenendo l’avanzata e che sono in corso operazioni per fermare le forze russe.

Non è possibile verificare in modo indipendente queste affermazioni. E ancora una volta, oltre al fronte militare, si apre quello della comunicazione. Dove ogni avanzata è anche una versione da difendere.

Stati Uniti e Giappone

La premier Sanae Takaichi è in visita negli Stati Uniti per un incontro con Donald Trump che doveva parlare di commercio e Cina, ma che ora è completamente dominato dal conflitto in Medio Oriente.

Trump chiede agli alleati, incluso il Giappone, un impegno concreto per proteggere le rotte nel Golfo, ma Tokyo è in difficoltà: la Costituzione pacifista e l’opinione pubblica rendono un coinvolgimento militare estremamente delicato.

Eppure il paese dipende proprio da quelle rotte per la sua energia.

Così il Giappone si trova sospeso, tra alleanza e limiti, tra pressione americana e realtà interna. E in questa guerra, anche chi è lontano si scopre improvvisamente coinvolto.

Cuba

E poi Cuba, dove arrivano aiuti, ma anche un messaggio politico.

A L’Avana stanno arrivando attivisti e organizzazioni internazionali per il “Nuestra América Convoy”, un’iniziativa che punta a portare medicine, attrezzature sanitarie e cibo sull’isola.

Un tentativo concreto di aggirare le carenze aggravate dal blocco statunitense. Secondo gli organizzatori, le restrizioni colpiscono non solo lo Stato, ma la popolazione e anche chi prova a portare aiuti umanitari.

Non è possibile verificare in modo indipendente l’impatto complessivo dell’iniziativa. Ma il segnale è chiaro: quando gli aiuti devono organizzarsi come una spedizione, significa che qualcosa, nel sistema, non funziona più.

Messico

Ángel Esteban Aguilar Morales, noto come “Lobo Menor” e legato alla banda Los Lobos, è stato catturato a Città del Messico con documenti falsi ed espulso in Colombia.

È uno degli imputati per l’omicidio del giornalista e candidato presidenziale Fernando Villavicencio, ucciso nel 2023 a pochi giorni dalle elezioni.

Ora è detenuto a Bogotà in attesa di estradizione. Un arresto che riporta al centro una domanda ancora aperta: chi ha davvero ordinato quell’omicidio.

Venezuela

E poi il Venezuela, dove il potere non cade, si riorganizza.

La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha rimosso lo storico ministro della Difesa Vladimir Padrino López, al centro dell’apparato militare per oltre un decennio, sostituendolo con il generale Gustavo González López, figura chiave dell’intelligence e della sicurezza interna.

Non è un semplice cambio. È uno spostamento di equilibri. Perché Padrino rappresentava la continuità dell’asse tra politica e forze armate, mentre González López è legato ai servizi, al controllo, alla gestione del dissenso.

Una scelta che arriva in un momento delicato, dopo mesi di instabilità e pressione internazionale, e che segnala una cosa precisa: la priorità non è più solo governare. È controllare.

Afghanistan e Pakistan

Afghanistan e Pakistan, dove la guerra si ferma. Ma solo per pochi giorni.

I due paesi hanno annunciato una tregua temporanea per la festa di Eid, dopo settimane di scontri e, soprattutto, dopo il devastante attacco su Kabul che, secondo le autorità afghane, avrebbe ucciso centinaia di persone in un ospedale.

Pakistan nega di aver colpito civili e parla di obiettivi militari. Afghanistan parla di strage. La tregua, mediata da paesi come Qatar, Turchia e Arabia Saudita, durerà solo pochi giorni e può saltare in qualsiasi momento.

È una pausa fragile, condizionata, piena di avvertimenti. Perché qui la guerra non finisce. Si prende solo una pausa.

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