È la cultura la prima vittima dell’estremismo

Scritto da in data Novembre 3, 2020

L’università di Kabul è un posto tranquillo paragonato al casino che avvolge la capitale, tra il traffico anarchico, le donne che passeggiano in fretta cariche di verdure, i mezzi militari che sfrecciano non curandosi della gente che attraversa.
L’università è un complesso cintato dove ci sono dipartimenti, alloggi dei professori, gente che ci vive da anni. Chi va all’università in Afghanistan non sta solo proseguendo gli studi: sceglie di fare qualcosa di altamente pericoloso. Perché il perseverare della cultura è il maggior nemico dell’estremismo, che sia religioso o politico. Chi studia, sa; chi sa, può. Chi sa, ha sogni, desideri, non si accontenta, sviluppa un senso critico ed è più difficilmente manipolabile. Non rende più intelligenti − ci sono molti analfabeti con un’arguzia da far invidia a migliaia di laureati − ma, in qualche modo, ci sono buone possibilità che lo studio ti apra la testa. E in un Paese difficile come l’Afghanistan − ma anche l’Iraq o il Pakistan, dove una ragazzina ha preso il Nobel per la Pace perché han tentato di ucciderla solo perché rivendicava il diritto di studiare − è qualcosa che conta molto.

Ora provate a immaginare una giornata di sole, le montagne che circondano la capitale con l’avvicinarsi dell’inverno che hanno già cambiato colore tingendosi di bianco. Kabul è a più di 1800 metri sul livello del mare, l’aria è rarefatta e fresca quando non è ammorbata dall’inquinamento che rende grigio tutto quello che avvolge.

All’università passeggiano gruppetti di ragazzi con i libri in mano che chiacchierano tra di loro, ragazze con i veli colorati che stringono le loro borse piene di fogli, chiavi per una vita migliore. Immaginate che lungo i viali ci siano alberi, rose, pezzi di prato dove sedersi quando fa più caldo, professori stralunati sempre in ritardo.

Immaginate che in questa giornata è stata allestita una fiera dei libri, una quarantina di editori, ed è previsto l’arrivo di politici − non sono moltissimi gli eventi a Kabul − e questo è un momento di gioia. Migliaia sono i ragazzi e le ragazze che frequentano l’università.

Va tutto bene, è una giornata come le altre, dove si ascolta e si scrive, si prendono appunti, chi cambia aula, chi segue con lo sguardo una ragazza carina, chi pensa che preferirebbe essere rimasto a casa. Sono le 11 del mattino di una giornata qualunque, poi all’improvviso un attentatore suicida si fa esplodere e altri due cominciano a sparare a raffica. Bum… rattatta, rattatta… e poi le urla.

La corsa. I ragazzi a terra, i veli insanguinati. Le bocche spalancate dal terrore. L’amica accanto morta. Scene che forse non è la prima volta che si vedono in un Paese come l’Afghanistan, ma che comunque resterà addosso come una cicatrice segnando quei ragazzi per sempre.

Un’ora di combattimenti tra le forze di sicurezza e i militanti. Sono 22 i ragazzi che ieri sono morti a Kabul, altri 24 sono stati feriti prima che la polizia uccidesse il commando. Ora, se siete genitori, immaginate la paura che possono aver provato questi ragazzi, figli di qualcuno. Se siete figli, immaginate la paura che possano aver provato i genitori a casa, al lavoro, dove persino studiare diventa una questione di vita o di morte. Immaginate essere uno dei ragazzi o delle ragazze che all’improvviso comincia a correre, si lancia contro il muro di cinta, tenta di scavalcare, cerca di aiutare gli altri.

Improvvisamente non ci sono più le distanze da covid, non ci sono più quelle di genere. Si scappa per sopravvivere, paralizzati dalla paura, con il sangue che vi scorre accanto, con la morte che ridacchia e con il mondo che non vi vede. Il mondo che non vede.

Perché questa è la verità: 22 ragazzi morti a Kabul ieri, altri 23 uccisi due settimane fa in un’altra scuola non fanno notizia. Non sono neanche la combinazione che ci spiega come leggere l’attentato di Vienna che invece per 4 persone diventa una notizia da prima pagina nel mondo occidentale. Pezzi, video, audio, come se fosse la fine del mondo.

E se giustamente non sono i numeri a fare la differenza, non è che tanti morti valgono più di uno, allora cos’è? Il fatto che gli occidentali parlano degli occidentali? Che un austriaco vale più di un afghano? Che Vienna è più vicina di Kabul e quindi ci identifichiamo di più?

Da giornalista che fa questo mestiere da un quarto di secolo, credo che la responsabilità della percezione che molte persone hanno del mondo dipenda da chi fa informazione. Non solo, ma anche. Nel momento in cui un giornale decide di dare spazio a una notizia piuttosto che un’altra sta modellando un certo tipo d’informazione. Ovvio che non si possono dare tutti gli attentati che accadono nel mondo, se no, probabilmente non parleremmo d’altro. Ma soprattutto parleremmo molto di più di regioni di cui non si vuole parlare, tipo l’Africa, il Sudamerica, il Centro Asia, e ne parleremmo in modo diverso, come vittime, popoli oppressi, e questo significherebbe uno studio e una competenza che molti non hanno e che non hanno voglia di farsi.

Scopriremmo che noi siamo sporadiche vittime del terrorismo a paragone di quello che vivono i musulmani quotidianamente. E solo nel momento in cui capiremo che una vittima di un attentato non ha colore, religione, partito o nazione, staremo già in parte combattendo il terrorismo con un’arma molto più sofisticata di quelle che sparano. È il sapere che fa la differenza. È il difendere le vittime ovunque esse siano. È l’indignarsi per tutti che fa la differenza, e il modo in cui si fa questo mestiere modella il tipo di società che siamo o che potremmo diventare. Consapevole? Impegnata? Presente?

I militanti, gli estremisti queste cose le sanno, perché noi no? Non attaccano una scuola perché è più facile − se ti vuoi far esplodere puoi farlo ovunque − ma perché quello è il simbolo di ciò che vogliono distruggere. E sono le nostre teste. I corpi li possono controllare, sono le teste che fanno la differenza.

Un altro aspetto interessante, ma ce ne sono tanti altri, è che se un attentato avviene da noi lo vediamo e lo sentiamo: gli inviati partono subito, si parla con le vittime sopravvissute, con la polizia, con i soccorritori, si cercano dettagli che ci avvicinano, si trova l’eroe da celebrare. Si vedono le bende, il sangue, i capelli scompigliati, le vetrine rotte. Le lacrime. Ci entra dentro dai discorsi, dalla televisione, dai giornali, da internet. Quando si parla di un attentato, da qualsiasi parte che non sia la nostra parte, spesso sono solo numeri, non ci sono nomi, non c’è narrazione se non quella basica di un’agenzia, di vedono persone armate, si vede magari una scena cruenta che ci fa distogliere lo sguardo, si vede qualche madre che urla, e magari un funerale la cui compassione ci prende 8 secondi. Anche perché, ed è un fattore determinante, posti come Kabul, Baghdad o Mogadiscio sono punti su una mappa geografica che la maggior parte delle persone, qui, non vedrà mai né gli passa per la testa di metterci piede. Ma Vienna, Londra… sono i nostri posti, ci investono col pensiero che potrebbe capitare a ognuno di noi.

È proprio qui che serve uno sforzo, è qui che bisogna uscire dalle nostre pance e usare la testa, perché lo ho abbiamo visto con il coronavirus: quello che succede a migliaia di km di distanza colpisce anche noi. Lo vediamo col clima, lo vediamo continuamente. La necessità di combattere l’estremismo tout court non significa solo, e sarebbe già abbastanza, far star meglio loro: di conseguenza farà vivere meglio noi.

Sapere che le bombe sganciate in Afghanistan, le nostre bombe, non cancellano il terrorismo ma lo alimentano. Sapere che opprimere un popolo e permettere che accada non isola il terrorismo ma lo nutre. Sapere che un popolo ha fame non lo uccide, lo fa muovere con rabbia. Sapere che ci sono persone ghettizzate, insultate, umiliate, fa crescere i ranghi dell’estremismo.

Sapere che un popolo non riesce ad andare a scuola perché è diventato pericoloso farlo, mette in pericolo loro quanto noi. Ora, non sto dicendo che la soluzione sia facile e a portata di mano. Nel casino in cui viviamo e di sui siamo anche complici − perché il modo nostro di fare politica all’estero ha il suo impatto e le sue conseguenze − un passo alla volta possiamo tentare a fare la differenza. Lo si fa con il voto, con l’informazione, con la partecipazione. E pretendendo di sapere anche se fa male, anche se abbiamo tanti altri problemi, anche se è costoso. E non parlo dal punto di vista finanziario.

Purtroppo non credo ci sia altro modo. Il virus dell’odio non si combatte con altro odio, lo si ostacola con la Cultura. La Cultura è l’unico vaccino possibile. Ed è per questo che le scuole devono rimanere aperte, qui e nel resto del mondo, così come il teatro, i libri e le biblioteche. Perché sono obiettivi di chi vuole manipolare i vostri figli. Insegnanti, artisti, pensatori sono la cura. Vanno tutelati e protetti, con la nostra rabbia, determinazione, responsabilità. Possiamo farlo? Siamo capaci di vedere oltre?

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