Abbassare i toni, alzare il livello

Scritto da in data Maggio 25, 2020

Non so se siamo fuori da questa esperienza pandemica che in qualche modo ha unito il mondo. E quando dico unito, non lo lego alla vicinanza psicologica o a delle emozioni, ma semplicemente a un’esperienza comune che abbiamo vissuto tutti o quasi sul pianeta. Il giornalismo è spesso ritenuto un processo che dovrebbe essere slegato da sentimenti, rabbie ed emozioni. Di fatto chi lo fa, chi materialmente lavora nel campo giornalistico, sa perfettamente quanto sia difficile allontanarsi da quello che la gente vive, racconta, subisce. Dalle proprie idee e opinioni.

Giornalismo: un esercizio di trasformazione

E’ un esercizio quotidiano di trasformazione che parte dall’istinto umano di lanciarsi verso chiunque commetta qualcosa contro un altro, verso una forma più nobile di denuncia dell’ingiustizia politica, sociale o umana.
Il giornalista rappresenta, o dovrebbe rappresentare, quella sfaccettatura di mondo che rende visibile le sue brutture, in qualche modo per illudersi e illuderci di potervi porre rimedio. Altrimenti nessuno di noi che fa questo mestiere, avrebbe senso.
In questi tre mesi di stallo dallo scoppio del coronavirus, sono accadute tante cose, alcune le abbiamo capite, altre ci hanno colpito, altre ancora ci hanno stupito. E forse mai come in questo momento, quando cominciamo a prendere le distanze da quello che è accaduto, è necessario fare un passo indietro per riflettere sulla piega che ha preso il mondo, sui comportamenti che ha avuto, su come si è reagito e sul tipo di popoli che siamo.

La pandemia non è guerra

Sono stata molto netta in questo periodo sul non volere accumunare la pandemia alla guerra, perché le ritengo due cose molto diverse. Tuttavia, l’esperienza comune del virus ha fatto scattare dei comportamenti visibili in circostanze drammatiche: paura, negazione, coraggio, rassegnazione, lotta. Come in qualsiasi circostanza estrema, le persone si manifestano per quello che sono veramente e allargando ai massimi sistemi, vale anche per gli Stati, la politica, la cultura. Penso a come il coronavirus abbia amplificato la solidarietà individuale, tutte quelle persone che si sono spese per gli altri, che hanno sostenuto con i propri soldi o i propri sforzi per aiutare. Penso alla ragazzina indiana che ha pedalato 1200 km per portare a casa il padre disabile, o ai medici di mezzo mondo che sono andati in giro a dare una mano, rischiando di essere contagiati. Penso alle persone che hanno scelto di aiutare agli altri. Alle orchestrine sui balconi, le canzoni, le videochiamate, le proteste silenziose e composte. I compleanni al computer, gli amori virali, le famiglie distanti, ma unite più che mai e quelle costrette insieme, che hanno dovuto farsene una ragione. Penso agli amori distrutti e alle leccate di baffi degli avvocati.

Popoli altruisti, governi egoisti

E poi registro una politica non all’altezza degli individui, con governanti che hanno negato la pandemia, sacrificando i loro cittadini e diventando i paesi più contagiati come gli Stati Uniti, il Brasile, il Nicaragua, dove i colori politici non contano di fronte al narcisismo e alla sociopatia di chi governa. Penso ai governi che hanno usato la pandemia per tirare il collo ai dissidenti, come in Egitto, in Iran, Filippine, Turkmenistan, in Cina, solo per citarne alcuni. Penso ai giornalisti a cui è stato negato di coprire l’evento in molti paesi, a quelli finiti in prigione per un post. Penso agli stati che per sfoltire le prigioni piene col rischio di contagi, liberano criminali ma non i prigionieri politici. Penso alle guerre che non si sono fermate, alla violenza sulle donne che è aumentata, alla disinformazione, ai ministri che dicevano di stare a casa e poi andavano in spiaggia (Nuova Zelanda), a quelli che dicevano di proteggersi e sono stati licenziati (Brasile), a quelli che hanno lucrato sui respiratori e sono stati licenziati e arrestati (Bolivia). Penso ai presidenti che hanno usato il virus per sgretolare legami (Stati Uniti e Cina), o a quelli che hanno arrestato medici per poi finire contagiati (Cecenia). Penso anche che ad un certo punto il mondo giornalistico non parlava d’altro che di numeri, contagiati e morti del coronavirus come se fosse l’unica notizia.

Non solo coronavirus

E questa è una cosa che ci siamo sentiti di contrastare subito. Le notizie ci sono sempre state e non hanno riguardato solo il Covid19. E la gente merita di sapere di non vivere in una bolla. Per questo Radio Bullets ha smesso di dare numeri e si è concentrata più su quello che succedeva in un mondo condito dal virus. Venerdì è caduto un aereo in Pakistan (98 morti), il premier israeliano Netanyahu è a processo per corruzione. Un grosso attentato nel reparto maternità in un ospedale afgano ha sconvolto il paese. Il Libano continua a protestare, le locuste in Africa non si sono fermate. E’ stata liberata Silvia Romano, dopo un anno e mezzo di prigionia ma anche altri. Ci sono state elezioni, sono stati politici, attivisti dissidenti uccisi, sono stati siglati accordi e disaccordi. Le armi sono state vendute, anche se forse un po’ meno, la gente ha visto i luoghi preferiti chiusi che fosse una moschea, una chiesa o un bordello. Abbiamo visto il lavoro che si perdeva e altri che si arricchivano, non abbiamo potuto non pensare agli altri che stavano peggio.

Selezionare o prendere tutto?

Di solito occupandomi di esteri, frequento poco i giornali italiani perché da criticona che sono, a parte qualche bravo collega, c’è stato veramente poco da leggere. Molta superficialità, qualche finzione e poche notizie. Non ho visto talk show politici perché la mia testa si rifiuta di confrontarsi con qualcosa che non mi permette di riflettere, migliorare o comunque sfidarmi. Ho questo brutto vizio di pensare di volermi circondare di cose e persone migliori di me, nel presuntuoso tentativo di migliorare anche me stessa, cosa che poi non succede, ma a ciascuno le proprie illusioni. Motivo per il quale non riesco neanche a far entrare nella mia visuale alcuni giornali che ritengo parole ai beceri. C’è chi dice “bisogna vedere tutto”, io non ce la faccio. Lo ammetto, è un mio limite. Sarebbe come mangiare i carciofi. Non mi piacciono e non li mangio. Posso leggere solo chi stimo, anche se la pensa diversamente da me. Preferisco trasmissioni fatte bene, e ce ne sono, inchieste, reportage, o piuttosto libri, film o serie tutta la vita.
Da quando è iniziato ormai due mesi fa questa sospensione del tutto, ogni giorno ho religiosamente guardato la rassegna stampa di Luca Bottura, primo perché è un amico e secondo perché è un amico che mi fa ridere. E per la prima volta, mi sono imbattuta con costanza in quello che in questo periodo scrivevano i giornali italiani (quelli stranieri li leggo tutte le notti per preparare il notiziario), lui distingue tra veri e satirici, ma il problema è che si considerano tutti veri. Se ci si ride sopra, diventa quasi una parodia che li rende accettabili, ma se poi uno si ferma e pensa, viene la nausea a leggere quello che sono stati capaci di scrivere. La violenza che fanno alle parole, a questo mestiere, ai lettori, mi urta. Il sessismo, il razzismo, e un sacco di altre parole in “ismo” che non suonano quasi mai bene. Quei titoli urlati, razzisti, istigatori. Quell’avvolgersi nella “libertà di espressione” per poter dire qualsiasi nefandezza, quando insultare qualcuno non significa essere liberi di dire qualsiasi cosa, soprattutto se è stupida.
Le persone meritano il nostro impegno, la nostra competenza, le nostre verifiche, non di sentirsi urlare pro o contro. Dovremmo essere le voci di coloro ai quali hanno tappato la bocca, non di chi aggredisce una ragazza dopo un anno e mezzo di prigionia, o svilisce la vita di una persona che viene da noi fuggendo da una vita di guerra.

Chi ha tempo per insultare gli altri, dovrebbe farsi una vita vera

Ma in questo mare di sciocchezze che siamo stati costretti ad ingoiare, sogno una televisione che inviti solo persone intelligenti e preparate, persone che allargano le menti, persone che ci fanno sognare e magari pensare ad un mondo diverso. E ci sono, le abbiamo, solo che non si sentono spesso, penso a persone di poche parole da vivo come Michele Serra, che qualche giorno fa sempre da Bottura ha parlato di un giornalismo dove si “abbassano i toni e si alza il livello”. Bum. Lapidario. Semplice. Buono come una brioche dopo due mesi al bar. Basta una frase e torno a respirare. Ma allora non sono solo io a pensarla così. E soprattutto la frase continua a rigirarmi nella testa.

E rifletto su Radio Bullets, perché questo è il mondo che stiamo costruendo nel nostro piccolo e a come potere fare meglio, a come poter avere più visibilità, a come avere più lettori e ascoltatori. Ma in un paese che paga lo stipendio agli strilloni del giornalismo invece che ai pacati, noi non abbiamo speranza di sopravvivere. Ed è qualcosa sul quale è necessario ragionare. Me lo devo chiedere e ve lo devo chiedere perché non dipende solo da me l’esistenza di questa testata ma anche da chi ci sostiene chi ci ascolta. Se ci scagliassimo contro qualsiasi cosa avremmo più seguito? Se ci allineassimo, arriverebbe della pubblicità?
La verità è che siamo noiosi. Facciamo un giornalismo che denuncia, ma non strilla, che informa ma non giudica, che racconta ma non insulta.
Ne vale la pena se la gente preferisce i marchesi de Sade del giornalismo?

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