Roberto Rojas – El Condor

Scritto da in data Luglio 28, 2018

Oggi parliamo di calcio sudamericano, vi porto al tempio del calcio: il Maracanà

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Brasile-Cile: spareggio mondiale

È il 3 settembre ’89, Brasile e Cile, entrambe a pari punti, si giocano la qualificazione a Italia ‘90 in uno scontro diretto al Maracanà di Rio de Janeiro. Vista la migliore differenza reti ai verde-oro basta un pareggio. Un’eliminazione del Brasile sarebbe clamorosa, il Cile inizia così a polemizzare, temendo un sabotaggio volto ad avvantaggiare la seleçao che a sua volta si lamenta per la designazione arbitrale del fischietto argentino Juan Carlos Loustau, temendo che un argentino non avrebbe resistito alla tentazione di estromettere il Brasile dalla coppa del mondo per la prima volta nella storia. La gara, insomma, si presenta infuocata già dalla vigilia, in più al Maracanà si attendono oltre 130 mila spettatori. La paura della squadra di casa sembra però immotivata: si gioca ad una porta sola, quella difesa dal cileno Roberto Rojas, trentadue anni, detto “El Condor”.

Rojas si è guadagnato questo soprannome per le sue parate spettacolari ed è uno dei beniamini dei tifosi cileni che cominciano ad apprezzarne le doti qualche anno prima quando, anche grazie alle sue parate, consente al Cile di avere la meglio proprio sul Brasile in una gara di Coppa America. Grazie a quella partita, Rojas ha trovato un ingaggio proprio in Brasile, al San Paolo. Conosce bene i suoi avversari e conosce ancora meglio lo stadio: il leggendario Maracanà.

Torniamo alla partita: Rojas dimostra sicurezza e neutralizza senza troppi affanni i tentativi degli avversari, almeno fino a quando Careca porta in vantaggio il Brasile, con un tiro preciso appena dentro l’area, sul quale, a dirla tutta, Rojas non è esente da colpe. Il vantaggio sa tanto di ipoteca della qualificazione ma a scanso di equivoci i verde-oro continuano a dominare la gara. Poi, all’improvviso, col pallone che ristagna a centrocampo, dopo un rinvio del portiere brasiliano, un fortissimo bengala esplode dalla curva posizionata dietro la porta cilena, creando una densa coltre di fumo dalla quale si intravede la sagoma di un giocatore a terra: è proprio Rojas, El condor. Perde sangue, almeno così sembra. Il difensore cileno Fernando Astengo corre verso l’arbitro e dopo qualche concitato scambio verbale fa segno ai suoi compagni di rientrare negli spogliatoi. Il direttore di gara aspetta qualche minuto, sperando in un ripensamento ma la situazione non cambia. È un evento senza precedenti nella storia del mondiale. Partita da ripetere? O sconfitta a tavolino come chiedono entrambe le squadre?

Ci viene incontro l’articolo 6 del regolamento FIFA che prevede, effettivamente, la sconfitta a tavolino ma per la squadra che ha abbandonato il campo, quindi il Cile. Solo che in questo caso, dietro la decisione di lasciare il terreno di gioco, c’è una motivazione che sembra essere anche convincente.

Nel frattempo, in questa fase confusa e concitata, Rojas non c’è più, è andato via dallo stadio senza parlare con nessuno non prima di essere visitato dal medico legale Talvane de Moraes. Le informazioni che filtrano hanno del clamoroso: la ferita al sopracciglio sarebbe stata provocata da un oggetto tagliente, forse una lama ma certamente non da un razzo, un petardo o un bengala visto che non sono stati riscontrati segni di bruciatura sul volto del giocatore. Resta il fatto che qualcosa di luminoso sul prato del Maracanà è caduto, ma, evidentemente, non addosso a Rojas.

Una fotografia storica

Qui fa il suo ingresso in scena un personaggio chiave di questa vicenda, il suo nome è Ricardo Alfieri, fotografo argentino, e figlio d’arte. Il padre, infatti, è diventato famoso durante il mondiale ‘78 del per aver scattato una sequenza di foto che commuove milioni di persone. Scattata pochi istanti dopo il fischio finale della partita, ritrae gli argentini Fillol e Tarantini che si abbracciano in ginocchio insieme ad uno spettatore riuscito, chissà come, ad infiltrarsi. La particolarità della foto è che Victor Dell’Aquila, l’invasore di campo, è privo di entrambe le braccia, perse all’età di 12 anni a causa di un incidente. La foto passerà alla storia con il titolo “El abrazo del alma” (l’abbraccio del anima).

Ma torniamo ad Alfieri Jr. che il giorno di Brasile-Cile è a bordo campo con il pass da fotografo. Vicino a lui Paulo Teixeira un suo collega brasiliano del Conmebol, la confederazione sudamericana del calcio, l’UEFA del Sudamerica per intenderci. Teixeira ha seguito con gli occhi la traiettoria del bengala e sostiene che sia caduto lontano dal portiere ma non ha prove. Il brasiliano si rivolge ad Alfieri che, più scaltro, ha scattato una sequenza di quattro cinque immagini. Alcune ore dopo, in piena notte, le immagini sono pronte ed effettivamente si vede chiaramente che il bengala sia caduto distante da Rojas. La clamorosa notizia viene diffusa al pubblico dalla TV brasiliana Globo che trasmette il filmato e le foto di Alfieri. Le immagini arrivano anche alla FIFA che sancisce la vittoria a tavolino in favore dei verde-oro.

In poco tempo viene anche identificato il colpevole del lancio del bengala: si tratta di Rosenery Mello do Nascimento, ventitreenne impiegata e madre di un bambino. Viene fermata e rilasciata nel giro di 24 ore. Diventerà una star al punto di finire sulla copertina dell’edizione brasiliana di Playboy da cui accetta “appena” 40 mila dollari per posare nuda.

And the Oscar goes to…Roberto Rojas

Ora che ci siamo occupati dei vari attori non protagonisti della vicenda torniamo al nostro uomo, al protagonista di questi surreali avvenimenti. Come ha fatto Rojas a procurarsi la ferita? Era veramente sangue quello che copriva il volto del portiere cileno o mercurio cromo, come sostiene il medico della nazionale Brasiliana? Rojas viene interrogato: messo alle strette finalmente confessa, probabilmente divorato dal rimorso e dalla vergogna. Si tratta di un piano premeditato, organizzato con la collaborazione del suo compagno Astengo, del CT Orlando Aravena e del medico Daniel Rodriguez. Immaginando che il Cile non avrebbe avuto chance di fronte al Brasile, insieme decidono di sfruttare il fattore Maracana dalla loro parte: tutti sapevano che sugli spalti ci sarebbe stato tumulto e che, con ogni probabilità, i tifosi avrebbero acceso torce, fumogeni e lanciato bengala; l’idea era semplice e diabolica: qualora le cose si fossero messe male, approfittare del momento di confusione per tentare la truffa mondiale. Rojas nasconde all’interno di uno dei suoi guanti una lametta da usare al momento propizio. Come previsto, l’occasione si presenta al minuto 69: petardo in campo e la sceneggiata può iniziare: Rojas va a terra e si mette subito le mani sul volto, Astengo protesta con l’arbitro argentino e insieme al CT porta fuori la squadra mentre il medico corre da Rojas e lo porta velocemente negli spogliatoi, senza aspettare neanche la barella.

Scoperto il trucco, svelato l’inganno è tempo di sanzioni: il Brasile vince 2-0 a tavolino la gara e si qualifica per i mondiali con tanto di scuse della Fifa, il Cile viene squalificato da Italia ’90 e anche dalle qualificazioni per USA ‘94, mentre Orlando Aravena, il CT, Daniel Rodriguez, il medico, e Roberto Antonio Rojas vengono squalificati a vita per condotta estremamente antisportiva. Pena minore ma comunque significativa anche per Astengo, squalificato per cinque anni, reo di non aver permesso alla squadra di rientrare in campo.

“Si è trattato di un colpo alla mia dignità. Ho avuto problemi a casa, anche con mia moglie. I miei compagni mi hanno voltato le spalle. Però se fossi stato argentino, brasiliano o uruguagio non sarei stato squalificato” racconta anni dopo Rojas, che dopo aver più volte chiesto la grazia, è riuscito a vedersi annullare la squalifica nel 2001. “Pensavo, semplicemente, di fare il bene del mio paese. Di regalare una gioia immensa ai nostri sostenitori. Sì, sono pentito. Ma il tempo non cancellerà mai la vergogna”

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