L’Ayatollah Khamenei ucciso in un bombardamento

Scritto da in data Marzo 1, 2026

La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è morto all’età di 86 anni in seguito a un vasto attacco aereo condotto dalle forze militari degli Stati Uniti e di Israele su obiettivi iraniani nella giornata del 28 febbraio 2026.

La morte è stata confermata sia da fonti statunitensi e israeliane sia dai media di stato iraniani, che l’hanno definita un “martirio”.

La notizia segna una svolta storica: Khamenei era al vertice del potere politico e religioso della Repubblica Islamica dal 1989, dopo la morte di Ruhollah Khomeini, ed era considerato l’artefice della struttura di potere più rigida e reazionaria nel paese.

Cosa è successo esattamente

Secondo le dichiarazioni ufficiali delle forze statunitensi e israeliane, l’attacco su larga scala ha colpito obiettivi militari e il compound del leader a Teheran, causando la morte di Khamenei e di altri membri della leadership iraniana.

La conferma delle autorità di Teheran ha parlato di vittime tra i familiari stretti della Guida, mentre il dettaglio su tutti gli ufficiali colpiti resta in aggiornamento.

Tehran ha dichiarato un lutto nazionale di 40 giorni, definendo l’operazione una “aggressione criminale” e promettendo ritorsioni.

L’attacco è stato descritto da Israele come un’azione preventiva contro una “minaccia esistenziale”: il regime iraniano è accusato da Washington e Tel Aviv di pianificare attività destabilizzanti nella regione e di sostenere proxy armati che minacciano la sicurezza di Israele e degli alleati occidentali.

La notizia, inizialmente avvolta da dichiarazioni contraddittorie e smentite parziali da parte iraniana, è stata poi confermata dai media statali di Teheran e da fonti occidentali.

Iran spezzato: tra lutto, shock e celebrazioni

 Nelle ore successive alla conferma della morte, Teheran si è trasformata in una città sospesa. Le strade presidiate, i mezzi militari visibili nei punti nevralgici, le televisioni di Stato che alternano versetti coranici, immagini d’archivio e dichiarazioni ufficiali.

Nei centri profondamente conservatori come Mashhad e in alcune zone di Teheran, gruppi di cittadini hanno manifestato dolore e pubbliche dimostrazioni di lutto, portando immagini del leader e recitando preghiere.

In alcune città – Isfahan, Shiraz, Karaj e Kermanshah – video e testimonianze raccolti sui social mostrano esultanza e feste spontanee tra giovani, attivisti e settori della popolazione da tempo in conflitto con il regime.

Questo riflette un malcontento sociale radicato, in parte emerso durante le proteste anti-regime degli ultimi anni.

Non si tratta di manifestazioni di massa, ma di segnali, segnali di una frattura che esiste da anni, emersa con forza durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022 e mai davvero ricomposta.

Per una parte della popolazione, Khamenei rappresentava stabilità e continuità ideologica. Per un’altra, era il simbolo di repressione, controllo sociale, crisi economica e isolamento internazionale.

Queste due narrazioni oggi convivono nello stesso spazio urbano, separate da cordoni di sicurezza.

Il vuoto di potere: chi guiderà l’Iran

La Costituzione affida all’Assemblea degli Esperti il compito di nominare una nuova Guida Suprema. Formalmente il processo è chiaro; politicamente è tutt’altro che semplice.

L’Iran si trova in uno scenario di conflitto aperto con Israele e tensioni dirette con gli Stati Uniti. In questo contesto, il ruolo dei Pasdaran – il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica – appare centrale. La loro influenza politica e militare potrebbe pesare in modo determinante sull’assetto futuro.

Non esiste, al momento, un successore ufficialmente designato. Le ipotesi circolano, ma nessuna nomina è stata annunciata. È plausibile che la transizione venga gestita in modo rapido per evitare vuoti di potere percepiti come segni di debolezza.

Il rischio, secondo diversi analisti, è che la fase di transizione si traduca in una ulteriore militarizzazione del sistema.

In assenza di un successore designato, alcuni analisti parlano della possibilità di un governo di transizione guidato dal presidente e da membri conservatori del Consiglio di Discernimento, mentre altri ipotizzano una stretta ancora maggiore dei Pasdaran (Guardia Rivoluzionaria) su ogni futuro processo decisionale politico.

L’IRGC annuncia l’offensiva “più devastante della sua storia”

Quasi in parallelo alla conferma della morte di Khamenei, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) ha annunciato quella che ha definito “la più devastante offensiva della sua storia” contro basi statunitensi nella regione.

Se la retorica verrà seguita da un’escalation militare concreta, il teatro del conflitto potrebbe estendersi rapidamente oltre i confini iraniani: Iraq, Siria, Golfo Persico e forse Libano.

Lo Stretto di Hormuz resta un punto sensibile: qualsiasi destabilizzazione avrebbe conseguenze dirette sui mercati energetici globali.

Reazioni nel Medio Oriente e oltre

Le capitali del Golfo hanno reagito con prudenza, evitando endorsement pubblici all’operazione militare ma anche mantenendo distanza dalla retorica iraniana. In Iraq e in alcune aree a forte presenza sciita si sono registrate manifestazioni di sostegno a Teheran.

Israele ha ribadito che l’operazione mirava a neutralizzare una minaccia strategica. Gli Stati Uniti parlano di autodifesa e deterrenza. Tuttavia, il rischio di una guerra regionale più ampia è oggi più concreto rispetto a poche settimane fa.

Il Medio Oriente è entrato in una fase nuova: non più conflitto ombra tra proxy, ma scontro diretto dichiarato.

Movimenti e fazioni interne alla regione

Alcuni leader sciiti e gruppi alleati dell’Iran hanno espresso dolore e mobilitazione in luoghi come Baghdad, dove si sono registrate proteste e tensioni vicino alla Zona Verde.

Allo stesso tempo, oppositori dall’inizio critici verso il regime di Teheran – inclusi alcuni esuli e oppositori politici – hanno accolto la notizia come un possibile punto di svolta nella storia della Repubblica Islamica.

Le ombre del conflitto

Questo episodio non può essere disgiunto dal più ampio contesto di conflitto Usa-Israele-Iran, che negli ultimi mesi era già tornato a livelli estremamente alti, con attacchi reciproci, colpi di artiglieria e tensioni nello Stretto di Hormuz.

Molti analisti avvertono che la rimozione di Khamenei potrebbe non porre fine alle tensioni regionali, ma anzi catalizzare ulteriori scontri, con gruppi alleati dell’Iran che potrebbero intensificare operazioni in Yemen, Libano, Siria o Iraq.

La morte di Ali Khamenei rappresenta uno spartiacque nella storia recente del Medio Oriente – per l’Iran una trasformazione incerta, per il mondo la prospettiva di un conflitto che potrebbe destabilizzare ancora di più una regione già martoriata.

Mentre parte della popolazione iraniana vive tra dolore e speranza di cambiamento, gli equilibri geopolitici rimangono delicati e imprevedibili.

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