In Libano non c’è mai stata pace

Scritto da in data Marzo 10, 2026

Iqlim al-Tuffah è una regione del sud del Libano. Il suo nome significa “mele”, perché qui cresce una varietà di mele diversa da tutte le altre. Ad Iqlim al-Tuffah la natura è rigogliosa, ci sono montagne ed acque, e incanto.

Il 28 di febbraio il nome di questa terra di colline e alberi, è rimasto ai margini della Storia.

Mentre Israele e Stati Uniti attaccavano l’Iran, se avessimo spostato lo sguardo su quelle colline e tra quegli alberi avremmo capito che il Libano era già in guerra.

Un’icona a forma di bomba sull’app che segnala gli attacchi nei teatri di guerra è proprio lì, in quel pezzo di Paradiso, mutato in Inferno.

L’operazione “Ruggito del Leone” stava consegnando il Paese dei Cedri al destino di una nuova escalation. Quel giorno, non fu bombardato solo l’Iran, ma anche i gruppi armati vicini al regime degli ayatollah.

A Blat e a Wadi Barghouti, due località nella regione di Iqlim al-Tuffah,  l’esercito israeliano ha fatto fuoco, così come ha colpito i paramilitari del Kata’ib Hezbollah in Iraq. In quello stesso giorno.

Nessuna vittima, in Libano. Due giorni prima, invece, il 26, nella Valle della Beeka, un altro attacco è costato la vita a un ragazzo.

“Il Centro operativo per le emergenze sanitarie pubbliche del Ministero della Salute ha annunciato in una nota che “i raid nemici israeliani sulla Bekaa questa sera hanno causato …. il martirio di un ragazzo siriano di 16 anni”, scriveva l’Agenzia di stampa nazionale libanese.

Quando poco prima della mezzanotte del 2 di marzo, Hezbollah, il Partito di Dio, la milizia sciita che con il sostegno dell’Iran combatte Israele dagli anni Ottanta, ha lanciato uno sciame di proiettili verso un sito militare israeliano, la guerra era già iniziata. O forse non era mai finita.

Era questione di tempo perché si riaccendesse.

L’escalation

Alle tre del mattino, arriva la risposta di Israele: una pioggia di bombe su una cinquantina di villaggi del Sud e su Beirut. Decine di morti, feriti e un pezzo della capitale, nei sobborghi Sud, popolato solo dai fantasmi.

Non si può leggere l’escalation che sta mettendo in ginocchio il Libano, come se la miccia fosse stata soltanto quello sciame di proiettili lanciato da Hezbollah e destinato ad essere intercettato o a finire nel nulla, capace però di scatenare la furia insensata di Tel Aviv che per colpire il nemico punisce un’intera città e un intero paese.

Bisogna tornare indietro, al 28 febbraio, e poi al 26, e alle altre migliaia di volte che Israele ha violato l’accordo di cessate il fuoco del novembre 2024. Violazioni a cui il “Partito di Dio” non ha mai risposto. Fino ad ora. E dalle quali né l’Esercito Libanese né il Governo libanese hanno saputo proteggere la loro gente.

E forse bisognerebbe andare indietro, ancora più indietro, seguire a ritroso la Storia, al 2006, al 1975, almeno fino al 1948 e contare tutte le volte che la violenza ha chiamato altra violenza, che ha chiamato a sua volta ancora violenza, e altra violenza. E così, all’infinito.

Un sibilo ogni volta precede lo schianto, poi il boato, la fiammata o il fumo, e dopo solo grida e macerie. Ogni volta è così, non fa distinzione il punto esatto, il luogo, neppure il tempo.

Quello che conta in un bombardamento è che una volta iniziato, sarà una condanna all’eterno ripetersi di quel sibilo, dello schianto, del boato, della fiammata, del fumo, delle grida, delle macerie. In un altro punto, in un altro luogo e in un altro tempo.

La guerra è così, anche quella che sta travolgendo il Libano.

Tregue sempre violate

Non serve ripercorrere l’intera catena, basterà tornare a contare i morti, gli sfollati e lo stillicidio che ha vissuto il Libano da quel novembre del 2024 che avrebbe dovuto far tacere le armi dopo un’altra escalation, per comprendere questa dinamica distruttiva. Anche allora, violenza ha chiamato altra violenza.

A settembre 2024, Israele ha fatto esplodere simultaneamente migliaia di cercapersone in Libano. Nove morti, migliaia di feriti. E poi, il Sud: altri seicento morti e un milione di persone sfollate. Quindi, la guerra e poi, un cessate il fuoco che non è mai stato tale.

Sono stati invece bombardamenti, droni a ronzare incessanti sulle teste di uomini, donne e bambini, droni israeliani a volare su Beirut. Centinaia di morti, ancora. Bombe, ad avvelenare quel Sud dove non si può coltivare più niente. E Israele che occupa territorio libanese: Jabal Bilat e le colline A-Aziyah, Al-Awaida, Labouna e Hammams.

La risoluzione 1701

Alla fine di gennaio di quest’anno, dopo l’ennesima ondata di attacchi israeliani, in cui hanno perso la vita due persone, il Governo libanese ha presentato un reclamo alle Nazioni Unite per le violazioni non solo di quel cessate il fuoco, ma anche di una risoluzione dell’ONU, la 1701, che avrebbe dovuto stabilizzare il paese dopo la guerra del 2006, tra Israele ed Hezbollah. Anche quella mai veramente rispettata.

Solo negli ultimi tre mesi del 2025, secondo Beirut ci sarebbero state 2036 violazioni.

Il Governo libanese ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di imporre a Tel Aviv il ritiro dalle zone occupate e la riconsegna dei prigionieri, non solo combattenti di Hezbollah, ma anche civili “prelevati dai villaggi di confine nel 2024”, come ricorda Al Jazeera.

Governo, che nei primi giorni dell’anno aveva annunciato l’effettivo disarmo di Hezbollah e di aver preso il controllo della regione a Sud del fiume Litani, come stabilito dall’accordo di cessate il fuoco.

Quasi ogni giorno, però, per più di un anno il Sud ha vissuto in uno stato di tensione e terrore. Le violazioni erano davanti agli occhi di tutti, anche di chi, come noi, era lì.

C’erano case, infrastrutture destinate a ricostruire lo spazio della vita civile, tra gli obiettivi. Impedire alla gente di tornare, sembrava essere la strategia dell’esercito israeliano.

Equilibri sempre più fragili

Ci sono state molte pressioni della comunità internazionale perché il Libano rispettasse quell’accordo, perché togliesse le armi ad Hezbollah, non abbastanza, invece, perché Israele facesse la sua parte.

Per diversi osservatori, questo ha minato alla radice la possibilità di una pace duratura, o quanto meno di una vera tregua.

“Finché continueranno gli attacchi israeliani, Hezbollah e i suoi sostenitori potranno plausibilmente sostenere che il disarmo oltre il sud li espone a una maggiore vulnerabilità”, aveva spiegato il politologo della Lebanese American University, Imad Salamey ad Al Jazeera.

“Gli attacchi israeliani non sono solo azioni militari, ma anche un messaggio strategico, volto a minare la pretesa del Libano di aver ripristinato l’autorità statale e completato il disarmo a sud del Litani”, aveva aggiunto.

Quando a fine dicembre, il 29, Donald Trump incontra Benjamin Netanyahu in Florida, il timore di un attacco ad Hezbollah capace di far precipitare il Libano di nuovo in guerra, era già palpabile, scriveva il britannico The Guardian.

Un timore oggi diventato realtà e che porta con sé una paura ancora più grande. Che intoro a questa guerra, si frantumi, ancora una volta, la società libanese, che a fatica mantiene un fragile equilibrio ma non ha mai perso la memoria della sua guerra civile.

Foto di copertina: AHMAD BADER su Unsplash

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