Per amore di Khartoum. Giovanna Stopponi, il cinema che resiste

Scritto da in data Settembre 8, 2026

Quando la guerra irrompe, è il silenzio a raggiungere Giovanna. I registi sudanesi con cui ha lavorato, i protagonisti del suo film, la ‘famiglia’ di cineasti che per oltre un anno ha condiviso con lei il sogno di celebrare la città di Khartoum su uno schermo, è in trappola. Sapere se stanno bene, se sono ancora vivi, è un’impresa ardua, quasi impossibile, come in ogni guerra. Dal Sudan non giunge altro che questo: un proccupante silenzio.

Giovanna deve prendere una decisione e lo deve fare in fretta.

“Non abbiamo avuto alcun dubbio. Quello che dovevamo fare era usare tutti i nostri fondi di produzione per cercare di evacuare i nostri colleghi e i protagonisti. Ci sono stati mesi di lavoro dietro le quinte, contatti impossibili, e anche molto pericolosi, perché le persone con cui avevamo lavorato potessero raggiungere l’unico punto di evacuazione, Port Sudan”.

Nell’aprile del 2023, quando l’esercito sudanese e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido iniziano a combattere, il film di cui Giovanna Stopponi è la produttrice, Khartoum, è quasi finito. Eppure, sembra destinato a restare soltanto un sogno, un progetto morto sul nascere, come il sogno del Sudan di essere libero, il sogno di chi è sceso in piazza nel 2018 contro il regime di Omar Al Bashar e si trova ora nel mezzo di una guerra.

Mettere in salvo le persone, farle fuggire, e poi salvare ciò che il film voleva celebrare, Khartoum, il Sudan, e la sua gente: è questo ciò che Giovanna persegue, con tenacia, senza sosta, usando ogni contatto e ogni centesimo.

“Abbiamo deciso che il film aveva comunque una storia che andava al di là di ciò che volevamo raccontare prima che scoppiasse la guerra”.

Khartoum doveva essere finito, ad ogni costo. Anche se non era stato immaginato come il film che è poi arrivato sugli schermi, e che in questi giorni è possibile vedere in Italia, il 10 a Roma, al Human Rights Film Fest al Parco del Torrione Prenestino; sempre il 10, a Milano, al Giardino dei Giusti a Monte Stella, e a Cuneo, il 21 settembre.

Khartoum non era stato scritto per essere ciò che è diventato.

È il 2022 quando s’inizia a girare. In Sudan c’è stata una rivoluzione alcuni anni prima. La transizione, però, è finita in mano ai militari. Quattro filmmaker sudanesi, Amas Saeed, Rawia Alahg, Ibrahim Snoopy, Timeea M. Ahmed, e un regista-sceneggiatore britannico, Phil Cox, vogliono documentare “il periodo di rivoluzione civile, il grande attivismo della popolazione di Khartoum contro la militarizzazione del Governo”, racconta Giovanna.

L’idea è seguire la vita di cinque persone per costruire un poema lirico, il canto della città. “Con dei piccoli corti che poi messi insieme celebrassero la popolazione di Khartoum e la loro città, il suo melting pot”, spiega Giovanna. “Una città dinamica, una città culturale, una città con una storia incredibile”.

Phil Cox, durante le riprese di un lavoro precedente per The Guardian, Spider man of Sudan, era entrato in contatto con un collettivo di artisti e con i filmmaker emergenti con cui poi immaginerà il nuovo film. Sono loro, giovani registi, con un iPhone in mano, a penetrare nell’intimità di luoghi e spazi dove una troupe non avrebbe mai potuto e a raccontarci l’anima multiforme della capitale del Sudan.

Ciascuno racconta una storia, conducendoci nelle vite di Lokain e Wilson, 12 e 11 anni, ragazzi di strada che vogliono comprare due camice e le cercano tra le discariche di Khartoum, nella terra in cui i bambini vivono raccogliendo plastica; nella vita di Khadmallah, madre single, che studia matematica e sogna un futuro diverso mentre conversa con i suoi clienti vendendo tè e caffè al cardamomo; di Jawad, un volontario della resistenza, sufi e rastafariano, che protesta, che vuole un governo civile; e di Majdi, un impiegato statale con una vita piana, la vita di un uomo che lavora in ufficio ma che con suo figlio si dedica alle gare di piccioni viaggiatori.

Cinque persone, completamente diverse, che compongono l’affresco di una città complessa.

Poi, però, la guerra.

La guerra che irrompe. L’evacuazione

“È arrivata quasi all’improvviso”, racconta Giovanna. “Le tensioni tra il Governo e le milizie ci sono sempre state ma gli stessi sudanesi a Khartoum non si sono resi conto fino all’ultimo della gravità della situazione. Quando iniziano i bombardamenti la gente è presa dal panico. Non era pronta, non era preparata. C’è stato un grande esodo”.

Non tutti, però, riescono a fuggire. Non ci riescono Lokain e Wilson, “i nostri ragazzini”, dice Giovanna. Non ci riescono le loro famiglie. “Alcuni sono stati presi come schiavi delle milizie per pulire i loro mezzi, essere loro servitori”.

Il primo pensiero di Giovanna quando scoppia la guerra è cosa può fare. “Abbiamo subito attivato i nostri contatti … Io ho deciso che questa era la cosa che dovevamo fare: portarli tutti a Nairobi. Abbiamo evacuato circa 15 persone: i nostri collaboratori, i protagonisti del film, le famiglie. È stata un’evacuazione scaglionata perché era difficile raggiungere le persone”.

Ci vuole costanza, pazienza, fermezza lì dove tutto ciò che prima è semplice, normale, diventa impossibile: “Comunicare, mandare i soldi perché potessero viaggiare, per raggiungere Port Sudan e poi per rimanere (in quella città) il tempo necessario per le formalità di evacuazione. Quindi, prendere gli aerei. È stata un’operazione molto lunga”, racconta.

Lokain e Wilson sono rimasti intrappolati. “Sono stati gli ultimi ad uscire perché li abbiamo dovuti trovare, abbiamo dovuto mandare degli emissari che hanno rotto le linee e sono riusciti a entrare, e a portarli, uno con la mamma e l’altro con il fratello, a Port Sudan e poi da lì a Kampala e quindi a Nairobi …”.

Si rimane così, bloccati, quando non si hanno soldi. Perché servono soldi per salvarsi da una guerra. Per salvarsi, in guerra, bisogna pagare, sempre. Lo sa chiunque ci si sia trovato anche solo di passaggio, lo sanno i giornalisti, gli operatori umanitari, chi è stato costretto a fermarsi a un check point in un qualunque Paese del mondo.

Ci vogliono sempre un mucchio di contanti in mano per portare a casa la pelle. “Devi mandare soldi, devono pagare il mercenario che mette un autobus a disposizione. E poi, quando arrivi a Port Sudan, è una delle città più care, soprattutto per via della guerra. Un affitto di un mese o due settimane in una safe house, in un posto sicuro, controllato, dove non si è soggetti a rapimenti, costa tantissimo. Poi, il cibo. E dover pagare qualcuno che ti fa i documenti per poter uscire”.

La ‘famiglia’ di Giovanna che è ancora in Sudan si aiuta. Cercano di restare in contatto, di identificare le persone di fiducia che possono supportarli nel viaggio o nella ricerca di un alloggio, mentre si tenta di far arrivare il denaro dall’Europa, si organizza la logistica dell’evacuazione, con le comunicazioni interrotte, senza internet né telefoni. “Era molto pericoloso per le persone (sul posto). Se ti trovavano un telefonino con delle foto che potevano (suggerire, per esempio), una tua affiliazione con il Governo o con le milizie, eri condannato”, racconta Giovanna.

Pericoloso, soprattutto per le donne, sui cui corpi la violenza è arma di guerra.

Khadmallah lo racconta nel film, lei che il regista della sua storia, Anas, considerava già “una rifugiata in terra sudanese”, una donna delle montagne, non araba, una madre senza un marito che viveva vendendo tè. “Faceva meravigliosi tè e caffè sul ciglio della strada, nei mercati. Era a rischio perché lì dove la gente si siede prima di andare a lavorare o quando esce o per pranzo, dove ci sono le conversazioni, ci si scambiano (opinioni), lamentele sul Governo, su ciò che non va nella società. La polizia non vede di buon occhio (chi fa quel lavoro). Khadmallah molto spesso è stata minacciata e ha dovuto spostarsi perché (una donna come lei) dà fastidio. Le chiamano così, tea ladies”.

Khadmallah rischia molto durante l’evacuazione perché è una donna e perché il suo lavoro la conduce dove le persone s’incontrano, dove le idee prendono forma. E le idee, si sa, sono pericolose.

Da un punto di vista legale, Giovanna avrebbe potuto scegliere la strada più facile: chiudere tutto per causa di forza maggiore, mettere fine al progetto di Khartoum. Ma quando la guerra irrompe nella sua vita, sente l’immensa responsabilità per quelle persone con cui ha vissuto. ‘Famiglia’, la chiama, e non è solo un modo di dire, è quell’amore che ti fa fare qualunque cosa per salvare la persona amata. “Quando iniziamo un progetto è difficile che lo abbandoniamo perché siamo sempre estremamente motivati nel continuare la collaborazione, nel portarlo a termine. In questo caso c’era un legame personale. E c’era anche un problema etico”.

Finire quel film era diventato fondamentale per far sì che quella sofferenza non fosse del tutto vana.

A Nairobi, salvare il film

A Nairobi, i registi sudanesi e i protagonisti del film, le loro famiglie, vengono accolti in una struttura comune, vivono insieme, in quattro appartamenti, uno sopra all’altro, nello stesso compound, e condividono lo spazio, il cibo, affrontano insieme il trauma, passano attraverso una difficile riabilitazione. “Ho voluto subito che ci fosse il sostegno psicologico, psichiatrico e abbiamo ingaggiato una psicoterapeuta arabo-sudanese che già viveva all’estero e l’abbiamo portata a Nairobi. Nelle prime settimane era presente sempre, tutti i giorni, anche se il supporto è continuato successivamente”.

Ma per loro, spiega Giovanna, era importante “riuscire a dar senso a quello che era successo attraverso il film, attraverso la narrazione. Lì è nata la strategia per un ‘nuovo’ film”, un’altra forma di celebrazione del Sudan, della sua cultura e della sua gente.

Il racconto di Khartoum non s’interrompe, combinando animazione, ricostruzioni in green screen e “paesaggi onirici” documentaristici, i protagonisti del film continuano a raccontare la loro storia, quella che non è stato possibile riprendere.

Con la rappresentazione teatrale e la grafica animata, le esperienze personali del tempo di fuga, di Lokain e Wilson, di Khadmallah, di Jawad e Majdi prendono vita, la guerra è vista dalla prospettiva di chi l’ha vissuta direttamente, ci sono loro memorie e anche le loro speranze: “Noi non vogliamo essere un numero di persone evacuate, un numero di sudanesi vittime della guerra. Vogliamo raccontare, vogliamo che queste storie siano storie molto personali, che descrivano cos’è il Sudan, chi sono i sudanesi, come siamo diversi”, hanno detto a Giovanna. “Alla fine è un film di speranza perché loro credono nel ritorno in Sudan”, mi dice.

Giovanna riesce a trovare altri fondi e il progetto prosegue, e diventa lo spazio di un incontro inaspettato, di quello che il Sudan, attraversato da profonde fratture, divisione etniche, sociali, potrebbe essere, dell’impossibile legame tra esseri umani troppo diversi. Quello, per esempio, tra un uomo ‘rispettabile’ e dei ‘ragazzi di strada’ le cui strade non si sarebbero mai incrociate.

“Magdi è un impiegato statale che vive una vita abbastanza agiata, rispettato perché di una certa etnia, sicuro nel suo stato sociale perché riconosciuto. Non avrebbe mai potuto incontrare dei bambini come Lokain e Wilson. Non solo, non si sarebbero neanche mai toccati. E questa è la ragione per cui questo film è una doppia celebrazione”, racconta Giovanna.

Perché è la celebrazione del popolo sudanese, del Sudan come nazione, delle sue culture diverse che possono vivere tutte insieme. “Per loro era importante riuscire a completare questo film proprio per far sentire le loro voci. Farle sentire insieme … (Questa produzione) ha risolto molti pregiudizi. E ha dato voce a chi non ce l’ha, come i bambini che raccolgono plastica”.

La guerra, racconta Giovanna, ha costretto queste persone molto diverse a incontrarsi, a vivere insieme il trauma collettivo, a instaurare un rapporto di amore e di rispetto, a superare quelle barriere che fanno a pezzetti la società sudanese.

“La tragedia, il trauma collettivo della guerra,  si è trasformato in un’opportunità per loro di essere se stessi e lavorare insieme. E, in modo catartico, per opporsi a questa guerra, a questa distruzione, per preservare la memoria di ciò che è il Sudan. (Questo film è anche) celebrazione della memoria collettiva, di quello che è scomparso e che non ritornerà mai più”, spiega.

La fine del film, che vincerà riconoscimenti e premi internazionali, come l’Independent Jury Peace Film Prize e l’Amnesty International Film Award alla Berlinale del 2025, e verrà selezionato al Sundance Film Festival, non è la fine della ‘famiglia’.

Il cordone che lega autori e protagonisti di Khartoum non si spezza: c’è chi ha scelto, o è stato costretto, a tornare indietro, nel Paese dove ha lasciato una parte della famiglia, c’è chi è restato in Kenya, come Lokain e Wilson, che ora vanno a scuola a Nairobi e hanno Rawia, il regista, come tutore. “Altri due ragazini della gang di Khartoum sono ancora in Sudan, ma noi li stiamo aiutando perché possano andare a scuola e quindi non essere preda delle milizie”.

La fine del film non è neppure la fine di una lunga storia d’amore, quella di Giovanna con il Sudan. È soltanto un altro capitolo di una storia dove arte, cinematografia e aiuto umanitario sfumano l’uno nell’altro, iniziata nel 2004, con la guerra del Darfur, una guerra che di fatto non è mai finita. Allora Phil Cox girò immagini che sono state le prime ad arrivare sulle televisioni mondiali, a documentare quel conflitto feroce dove i Janjaweed, i diavoli a cavallo, da cui le RSF di oggi traggono origine, sparavano persino nelle ciotole per contenere l’acqua.

Un orrore che Giovanna incontra al confine tra il Ciad e il Darfur, nei campi profughi dove cerca rifugio chi fugge. “È stato lì che mi sono resa conto che chiunque tu sia – un giornalista, un fotografo, un antropologo, un etnologo – entri in contatto con qualcuno, poi lo lasci, ritorni nel tuo mondo. Ma hai toccato delle vite, a volte senza speranza, o con un futuro incerto o impossibile, senza aiuto esterno …”. E questo cambia tutto. “Lì, ho incontrato le maestre delle scuole sorte in maniera rudimentale nelle tendopoli”. Lì, c’è una donna che muterà anche il corso della vita di Giovanna.

Fatma è un’insegnate che ha camminato a piedi per quasi cento chilometri all’interno del Darfur per prendere un plico di libri delle elementari, le materie che lei insegnava. “Mi mette nelle mani questo plico che sarà stato di una diecina di libri. E mi dice: “Tu questi te li devi portare a Londra, devi fare le fotocopie e ce le devi riportare qui perché noi dobbiamo continuare il nostro studio. Dobbiamo continuare ad educare i nostri bambini perché vogliamo ritornare in Sudan allo stesso livello. Non vogliamo che la guerra ci tolga il nostro diritto a continuare a studiare nella nostra società, a passare i nostri esami”.

A Londra, Giovanna non fa delle fotocopie, ma decide, armata solo di buona volontà e determinazione, di stampare migliaia di libri, copie dell’intero curriculum scolastico del Sudan, perché il Sudan ha un corso di studio anglofono, mentre il Ciad è francofono. In Ciad i libri non sono gli stessi.

Giovanna, che oggi non è solo produttrice di Native Voice Films ma anche direttrice di React, un’organizzazione che si occupa di garantire educazione ed una vita dignitosa a ragazzi con un background migratorio, è arrivata a stampare 30-40 mila copie di quei libri, e a farli arrivare attraverso le agenzie dell’Onu nei campi. “E questo è nato da quel plico che mi è stato dato in mano da una maestra di una scuola in un campo di rifugiati”.

 

Una donna sudanese, di quel Sudan che oggi è terra di oltre dieci milioni di persone sfollate, cimitero di un numero incalcolabile di morti, ma che il film prodotto da Giovanna, nel suo realismo senza conti, non smette però di celebrare come terra di speranza.

 

Credits: Native Voice Films

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