Pakistan: abusi sessuali online: minori sotto ricatto
Scritto da Barbara Schiavulli in data Settembre 26, 2026
Secondo i dati UNICEF riportati da AFP, circa 1,5 milioni di minori in Pakistan hanno subito abusi sessuali online in un anno. La storia di Zara racconta il potere del ricatto e la paura di chiedere aiuto.
Zara ha diciassette anni e teme che chiedere aiuto possa costarle la scuola. Che raccontare una minaccia possa significare non uscire più di casa. È questa la forza del ricatto che ha subito: convincerla che, se qualcuno avesse saputo, sarebbe stata lei a perdere la propria libertà.
Tutto era cominciato durante una partita a un videogioco online. Uno sconosciuto aveva iniziato a parlarle, comportandosi come un amico. Poi aveva proposto di incontrarla e, successivamente, aveva cominciato a chiederle fotografie intime. Al suo rifiuto, la minaccia: avrebbe rintracciato la sua famiglia sui social e raccontato delle loro conversazioni.
La ragazza lo ha riferito all’Agence France-Presse, che ne ha cambiato il nome, chiamandola Zara Shah, per proteggerla. La sua testimonianza è al centro del reportage AFP pubblicato dal Korea Times. Non occorreva neppure avere una fotografia da diffondere. Bastava la possibilità che i familiari scoprissero che aveva parlato con uno sconosciuto.
Zara ha scelto il silenzio. Ma quel silenzio non l’ha liberata dalla paura.
Un milione e mezzo di minori, oltre le denunce
Secondo un rapporto UNICEF pubblicato a settembre e citato da AFP, si stima che 1,5 milioni di bambini e adolescenti in Pakistan abbiano subito abusi sessuali online nell’arco di un anno. È una stima della diffusione del fenomeno, non il numero delle denunce raccolte dalla polizia.
La distinzione è essenziale, perché i dati riportati dall’agenzia descrivono una violenza che resta in gran parte nascosta: il 71 per cento delle vittime non ne ha parlato con nessuno. Tra i minori intervistati, nessuno ha segnalato l’abuso attraverso i canali formali, come polizia, linee di assistenza o operatori sociali.
Questo non significa che in tutto il Pakistan non esistano denunce, significa che nessuno dei bambini e ragazzi coinvolti nell’indagine ha utilizzato quei canali. E solleva una domanda precisa: quanto è accessibile una protezione che le persone a cui è destinata non riescono a chiedere?
Il ricatto comincia dalla fiducia
Il caso di Zara parte da uno sconosciuto, ma, secondo i dati sul Pakistan riportati da AFP, circa l’85 per cento degli autori degli abusi era conosciuto dalle vittime, di età compresa tra dodici e diciassette anni. Il pericolo non può quindi essere ridotto all’immagine di un estraneo nascosto dietro un profilo.
Daniel Kardefelt, autore principale del rapporto globale UNICEF, spiega all’agenzia che l’adescamento può iniziare con una conversazione amichevole, una partita, la promessa di regali, denaro o di una relazione sentimentale. La costruzione della fiducia può durare mesi, anche attraverso informazioni raccolte sui social.
È un tempo che conta. Prima della coercizione può esserci una relazione che il ragazzo o la ragazza considera importante. Prima della minaccia, qualcuno che sembra ascoltare. Il passaggio al ricatto sfrutta proprio quella fiducia.
Il programma di ricerca Disrupting Harm, condotto da UNICEF Innocenti, ECPAT e INTERPOL, studia come le tecnologie facilitino lo sfruttamento e gli abusi sessuali sui minori. Lo fa ascoltando anche i sopravvissuti, insieme a genitori, investigatori, professionisti della giustizia e operatori. Per capire dove la protezione fallisce, bisogna partire da chi avrebbe dovuto riceverla.
Quando parlare sembra più pericoloso che tacere
Nel reportage AFP, vergogna, stigma e timore delle reazioni familiari e sociali emergono come ragioni centrali del silenzio. Per le ragazze, il rischio può essere quello di subire ulteriori restrizioni: meno libertà di movimento, fino all’interruzione degli studi.
Zara dice di aver temuto proprio questo. Rivelare il ricatto avrebbe potuto significare essere tenuta lontana dalla scuola o non avere più il permesso di uscire. Tacere le era sembrata l’opzione meno pericolosa. Intanto, racconta, l’ansia continua a consumarla.
È qui che la sua storia interroga anche gli adulti che non hanno commesso l’abuso. Se una ragazza teme di essere punita per averlo subito, chi la ricatta dispone di un’arma in più. Può usare contro di lei la reazione che si aspetta dalla propria famiglia.
La responsabilità della violenza appartiene a chi la esercita. Aver partecipato a una chat, giocato online o creduto a qualcuno non la trasferisce alla vittima. Una risposta di protezione deve rendere questa distinzione concreta: chiedere aiuto non dovrebbe costare a una ragazza il diritto di continuare a vivere la propria vita.
Online non significa senza conseguenze
Mehek Naeem, direttrice di PAHCHAAN, organizzazione per i diritti dell’infanzia con sede a Lahore, riferisce ad AFP che circa il 44 per cento degli abusi riportati si è svolto interamente online. Snapchat e WhatsApp figurano tra gli ambienti più ricorrenti.
“Interamente online” descrive il luogo e le modalità dell’abuso. Non misura quanto possa pesare nella vita di chi lo subisce. Nella testimonianza di Zara, la minaccia attraversa lo schermo e raggiunge la scuola, la casa, la possibilità di uscire, il rapporto con i familiari.
Anche le parole con cui raccontiamo questi fatti hanno un peso. Le linee guida terminologiche promosse da ECPAT invitano a usare un linguaggio preciso, centrato sulle vittime, evitando espressioni che attribuiscano responsabilità ai minori o nascondano la natura dell’abuso.
Dietro la produzione e la circolazione di materiale sessuale che coinvolge bambini ci sono persone da proteggere, non contenuti da trattare come una categoria qualsiasi del mercato digitale.
Vietare i social è una risposta sufficiente?
Secondo la stima UNICEF citata nel reportage, circa il 74 per cento dei ragazzi pakistani tra dodici e diciassette anni utilizza internet. La sicurezza digitale riguarda dunque una parte molto ampia della loro quotidianità.
AFP riferisce che a settembre in Punjab è stata approvata una risoluzione per vietare l’uso dei social ai minori di sedici anni. Una proposta che ha incontrato opposizione.
L’attivista per i diritti digitali Usama Khilji si oppone alla proposta. Nell’intervista all’agenzia ne contesta l’effettiva applicabilità, sostiene che i ragazzi potrebbero aggirarla con le VPN e richiama il loro diritto alla libertà di espressione.
Il confronto riguarda il modo in cui si intende la protezione. Limitare l’accesso non risolve, da solo, la paura di denunciare. Non spiega a una famiglia come accogliere una richiesta d’aiuto. Non garantisce che una segnalazione trovi un operatore preparato o che un ricatto venga fermato.
La storia di Zara pone una domanda che qualsiasi misura dovrebbe affrontare: quando una ragazza subisce una minaccia, chi può aiutarla senza restringere ulteriormente la sua vita?
La povertà trasformata in leva
Il Pakistan dispone di un quadro normativo contro i reati ai danni dei minori facilitati dalla tecnologia. Ma Tahira Afrasiyab, portavoce dell’organizzazione Muslim Hands, denuncia ad AFP la mancata applicazione delle norme. È la sua valutazione, cui si affianca quella degli esperti citati nel reportage sulle lacune legislative.
L’avvocato per i diritti umani Salman Afridi richiama anche la vulnerabilità economica: somme di appena diecimila rupie pakistane, circa 36 dollari secondo la conversione riportata dall’agenzia, possono essere offerte in cambio della produzione di materiale sessuale.
Afridi descrive una catena che comprende adescamento, allettamento, coercizione, ricatto, produzione, distribuzione e commercializzazione. Nella sua analisi, esistono solide ragioni per parlare di un sistema commerciale dello sfruttamento.
La vulnerabilità economica diventa così una leva nelle mani di chi abusa. Affrontarla significa anche guardare alle condizioni che rendono un bambino più esposto alle promesse di denaro, oltre che alla tecnologia attraverso cui viene raggiunto.
Il diritto di chiedere aiuto
Nel racconto di Zara, la paura non si è conclusa con il rifiuto di inviare fotografie. Continua a occupare le sue giornate. «Vivo nella paura», dice ad AFP.
È da qui che dovrebbe partire la risposta: dalla possibilità di parlare senza essere umiliati, di essere ascoltati senza perdere la scuola, di ricevere aiuto senza diventare gli imputati della propria storia.
A diciassette anni, Zara dovrebbe poter pensare a quello che vuole diventare. Il ricatto la costringe invece a temere ciò che potrebbe perdere. Proteggerla significa cominciare da una certezza che nessun bambino dovrebbe dover conquistare da solo: la colpa non è sua.
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