6 marzo 2026 – Notiziario Africa
Scritto da Elena Pasquini in data Marzo 6, 2026
- Escalation in Medio Oriente. Raid israeliani su Beirut e città iraniane, risposta di Teheran con missili e droni. Oltre 1.200 morti dall’inizio del conflitto
- Il conflitto con l’Iran e gli impatti su economia e guerre africane
- Israele, l’Africa e il fronte del Mar Rosso
- Africa, laboratorio per la guerra del futuro
In Africa, il riconoscimento della nostra interdipendenza si chiama ubuntu. È l’essenza dell’essere umano. Indica il fatto che la mia umanità è coinvolta e indissolubilmente legata alla tua. Sono umano perché appartengo al tutto: alla comunità, alla tribù, alla nazione, alla terra. Ubuntu è sinonimo di completezza, di compassione per la vita.
Ubuntu ha a che fare con l’essenza stessa dell’essere umano, con la consapevolezza di essere legati agli altri nel fascio della vita. Nel nostro mondo fragile e affollato possiamo sopravvivere solo insieme. Possiamo essere veramente liberi, in definitiva, solo insieme. Possiamo essere umani solo insieme.
Così diceva Desmond Tutu, l’arcivescovo e attivista sudafricano che lottò contro il regime dell’apartheid. Alle sue parole dobbiamo tornare oggi che il mondo sembra dimenticare l’appartenenza di tutti allo stesso tutto, alla stessa terra.
Con in mente l’indissolubile legame tra ogni popolo, nazione, essere umano, proviamo a leggere l’escalation in Medio Oriente con gli occhi dell’Africa, dalle sue coste, dal cuore delle sue guerre.
Iniziamo da Gibuti, il piccolo territorio sullo stretto di Bab el-Mandeb che ospita le basi militari di tutto il mondo. Poi cercheremo di capire le possibili conseguenze della guerra in Medio Oriente sull’economia e sulla stabilità dell’Africa.
Quindi vi racconteremo della presenza israeliana nel continente e di un’Africa che è tragicamente laboratorio di sperimentazione militare. Chiuderemo anche oggi, con la musica, nonostante tutto. Jazz, questa volta, che è di nuovo ubuntu. Amnche se l’ultima parola andrà a Barbara Schiavulli che ci aggiorna sul Medio Oriente.
Oggi, 6 marzo 2026
Gibuti
Gibuti è un piccolo Stato affacciato sullo stretto di Bab el-Mandeb. È una meta costosa per un turismo estremamente di nicchia. Ci sono i laghi salati, una minuscola isola in mezzo al golfo di Tagiura, gli squali balena con cui nuotare quando è stagione. È una meta dolorosa e drammatica, invece, per chi dall’Africa cerca di raggiungere le sue coste in un caldo infernale per fuggire nella Penisola Arabica.
Non fa quasi mai notizia, anche se è uno dei territori più militarizzati dell’Africa. Ospita le basi militari di mezzo mondo: Stati Uniti, Cina, Francia, Italia, tra le altre, su uno dei punti più strategici e vulnerabili del pianeta, lì dove il Mar Rosso incontra l’Oceano nel Golfo di Aden.
Quelle basi, oggi, potrebbero diventare un bersaglio nella guerra che si è accesa in Medio Oriente dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, nonostante il profilo discreto del suo governo, il sostegno alla Palestina e “l’approccio non conflittuale con gli Houthi” yemeniti.
C’è un filmato che ha fatto il giro del web giovedì, pubblicato su Tik Tok. Un’esplosione con una frase in amarico: “L’Iran ha annunciato di aver attaccato una base militare americana a Gibuti con quattro missili”.
Il fact-checking dell’Agence France Press ha scoperto che un falso, che l’esplosione è quella di Port Sudan nel 2025. “Il post è stato condiviso più di 1.700 volte”, scrive AFP:
Secondo diversi analisti, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti potrebbe, però, realmente estendersi anche al Corno d’Africa, coinvolgendo Gibuti ma non solo. “Gli attori alleati dell’Iran potrebbero colpire le posizioni degli Emirati, di Israele o statunitensi nel Corno d’Africa”, scrive il Critical Threats Project, centro studi conservatore statunitense.
Uno degli obiettivi potenziali potrebbe essere proprio Camp Lemonnier, la principale base militare statunitense nella regione, situata a Gibuti. La struttura ospita oltre 4.000 militari e supporta operazioni antiterrorismo e di sicurezza marittima nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.
La densità di presenza militare extraregionale a Gibuti, scrive il think tank africano The Horn Review, “è spesso interpretata come una garanzia di deterrenza … (Ma) in uno scenario caratterizzato da spirali di escalation ed espansione orizzontale, la visibilità stessa delle forze straniere può passare da scudo a calamita. Se la logica strategica di un conflitto evolve verso l’individuazione di nodi logistici, basi operative avanzate o colli di bottiglia marittimi associati a coalizioni avversarie, il profilo di Djibouti cambia radicalmente”.
Un piccolo Paese strategico, affacciato sulla porta del Mar Rosso, il corridoio dove passa tra il 12 e il 15% del commercio marittimo globale, e il 30% del traffico di container.
“Nel 2023, per il canale di Suez sono passate 26.434 imbarcazioni, di cui 5.847 navi container”, scrive il World Shipping Council. Dalla fine del 2023, con l’intensificarsi degli attacchi alle navi da parte degli Houthi yemeniti, molte compagnie hanno deciso di cambiare rotta, circumnavigando l’Africa e aggiungendo almeno 17 giorni di navigazione al loro viaggio, con un importante impatto economico.
A Gibuti passa anche il 95% del commercio estero etiope. Ed è qui che si toccano altri equilibri, perché il conflitto con l’Iran si inserisce in una competizione geopolitica ancora più ampia che coinvolge tutte le potenze del Golfo, gli Stati Uniti, Israele, la Turchia, nel Corno d’Africa e non soltanto lì.
L’impatto su economia e conflitti
L’escalation in Medio Oriente tiene l’Africa con il fiato sospeso. Il continente che si racconta sempre lontano e invece è sempre al centro di ogni contesa geopolitica globale ora aspetta di sapere se diventerà bersaglio, se il conflitto cambierà la geografia delle guerre che l’attraversano e quali saranno le nuove ferite inferte alle sue fragili e vulnerabili economie.
“L’Africa sta già subendo l’impatto dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, con tensioni sulle catene di approvvigionamento e prezzi dell’energia più elevati”, ha dichiarato Cyril Ramaphosa, il presidente del Sudafrica, alla conferenza Africa Energy Indaba.
“Come abbiamo visto con Russia-Ucraina e durante la pandemia di COVID-19, i mutevoli scenari geopolitici evidenziano le vulnerabilità delle economie dipendenti dalle importazioni in tutta l’Africa”, ha aggiunto.
L’aumento dei costi dell’energia e la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento rischiano di avere effetti pesanti sulle famiglie e sul tessuto delle sue imprese. A guadagnare dalla crescita del prezzo del petrolio potrebbero essere, forse, solo i Paesi esportatori: Libia, Angola, Algeria ed Egitto.
Si rincorrono in rete le voci e la rabbia: “Non è stata l’Africa a iniziare questa guerra, ma ne pagheremo il prezzo più alto. Carburante, cibo, economia: tutto crolla a causa di una lotta che non è mai stata nostra”, si legge sulla piattaforma Wow Africa.
“Abbiamo già assistito a un balzo di quasi l’otto per cento nei prezzi internazionali del petrolio. Se la situazione dovesse intensificarsi, ci si può aspettare che i prezzi saliranno ancora di più”, ha detto Benjamin Boakye, direttore esecutivo dell’Africa Centre for Energy Policy, durante un’intervista radiofonica su Joy FM, facendo riferimento in particolare al Ghana.
L’incertezza sui rifornimenti energetici fa temere che “i prezzi più alti del carburante si traducano in costi di trasporto più alti, prezzi più alti del cibo e crescente inflazione”, spiega il Nyasa Times, testata del Malawi.
Ma non è solo l’impatto economico la grande incognita dell’Africa che guarda la guerra a un passo dalle sue coste. In Africa si continua a morire. Domenica, almeno 169 persone sono state uccise in Sud Sudan quando una milizia armata della contea di Mayom ha attaccato un villaggio nella contea di Abiemnom, vicino al confine con il Sudan.
Anche il Sudan continua a bruciare. “Le Rapid Support Forces hanno preso di mira la zona industriale di El-Obeid, l’Università di Kordofan, un centro medico e altre strutture civili. Secondo le autorità sudanesi, l’attacco ha colpito aree popolate della città, provocando vittime, sebbene non siano stati forniti ulteriori dettagli. Gli attacchi hanno scatenato il panico tra la popolazione”, scrive Radio France International.
Venti di guerra anche in Etiopia, che vuole a ogni costo l’accesso al mare, e dove rischia di esplodere di nuovo la contesa con lo Stato del Tigray e con la vicina Eritrea.
Conflitti dove le dinamiche locali si intrecciano a quelle internazionali, perché quelle africane sono guerre dove si gioca la competizione tra tutti gli attori che oggi affrontano l’escalation in Medio Oriente, quella, per esempio, che vede gli uni contro gli altri gli Stati del Golfo, gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita.
“La guerra con l’Iran avrà probabilmente effetti a breve termine sulle controversie nel Corno d’Africa legate alla competizione tra attori mediorientali nel Mar Rosso, come la guerra civile sudanese e il potenziale conflitto nell’Etiopia settentrionale, sebbene non sia chiaro se la guerra accelererà o attenuerà il conflitto a breve termine”, scrive Critical Threads.
In Sudan gli Emirati sostengono e armano le Forze di Supporto Rapido, i paramilitari che combattono contro le Forze Armate sudanesi appoggiate dall’Arabia Saudita. Arabia Saudita vicina all’Eritrea, Emirati all’Etiopia: “Gli Emirati Arabi Uniti hanno anche continuato un massiccio ponte aereo verso l’Etiopia iniziato a ottobre per aprire una nuova linea di rifornimento per le RSF attraverso l’Etiopia, che ha permesso al gruppo di aprire un nuovo fronte contro le Forze armate sudanesi sostenute dall’Arabia Saudita nel Sudan orientale a gennaio.
L’Arabia Saudita ha risposto con forza per contrastare gli Emirati Arabi Uniti in tutta la regione”, spiega Critical Threads.
Arabia Saudita che, all’inizio dell’anno, avrebbe mediato un accordo sulle armi tra Pakistan ed esercito sudanese del valore di 1,5 miliardi di dollari. Tutto per il controllo di un mare strategico.
Ora gli Stati del Golfo faranno fronte comune in Medio Oriente, mettendo da parte la concorrenza nel Mar Rosso per la minaccia iraniana, o continueranno a farsi guerra per procura in Africa? Questa decisione sarà cruciale per l’andamento dei conflitti africani, con due scenari possibili in caso di riavvicinamento, secondo Critical Threads.
Una de-escalation dovuta a “un minore supporto esterno che potrebbe attenuare i conflitti in Africa, riducendo la capacità degli attori chiave di perseguire i propri obiettivi con la forza”.
Oppure, ancora escalation. La nuova guerra potrebbe concedere “alle coalizioni rivali maggiore libertà di azione” e distogliere almeno temporaneamente l’attenzione dagli sforzi di pace. “Una minore pressione esterna creerebbe opportunità per gli attori africani o i loro sponsor di agire impunemente”.
Un altro ruolo, invece, per l’Africa, è quello che spera di poter giocare Cyril Ramaphosa: “Il Sudafrica è sempre pronto a svolgere un ruolo di contributo, sia nella mediazione sia in qualsiasi altra forma di sostegno…”, ha detto il presidente sudafricano.
Israele, l’Africa e la nuova geopolitica del Mar Rosso
Berbera è una città portuale di circa 70 mila abitanti nell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, dove gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito infrastrutture all’avanguardia con scopi commerciali, ma dove hanno anche una base militare. Ora rischia di diventare un possibile bersaglio della risposta iraniana agli attacchi di Israele e Stati Uniti.
Città araba dello Stato di Adal, per il porto di Berbera sono passate le ricchezze di due continenti: spezie, incenso, gomma arabica, pecore, pelli, burro ghee. È stata saccheggiata dai portoghesi nel Cinquecento, occupata dagli yemeniti, dagli egiziani e poi dagli inglesi.
È ancora più a rischio, oggi, dopo che Israele ha deciso di riconoscerne l’indipendenza dalla Somalia.
“È opinione diffusa che ci sia una presenza militare o di sicurezza israeliana nel Paese”, ha dichiarato all’Agence France Press un diplomatico occidentale, in condizione di anonimato. “Tuttavia, qualsiasi cooperazione militare rimarrà segreta”, scrive The Africa Report citando AFP.
“Non sappiamo davvero cosa stia succedendo (nella base degli Emirati). A volte arrivano 20 aerei in una settimana”, ha detto un dipendente di DP World (società emiratina di logistica e servizi marittimi), parlando anche lui in condizione di anonimato”, li legge ancora. “Abdel Malek al-Houthi, leader del gruppo ribelle Houthi sostenuto dall’Iran nello Yemen, aveva precedentemente avvertito che qualsiasi presenza israeliana in Somaliland sarebbe stata considerata un ‘obiettivo militare’”, prosegue The Africa Report.
Il caso Somaliland, però, non è isolato, perché nell’ultimo decennio Israele ha progressivamente rafforzato la propria presenza nel continente attraverso diplomazia, cooperazione militare e sviluppo tecnologico, come era stato negli anni Sessanta.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha più volte descritto questa strategia come parte del ritorno globale di Israele. “Israele sta tornando in Africa e l’Africa sta tornando in Israele”, dichiarò già nel 2016, durante un vertice diplomatico, primo premier a viaggiare in Africa dopo decenni, dopo l’unico viaggio di Yitzhak Rabin nel 1993 in Marocco.
Anche se sono moltissime le aree di intervento israeliano in Africa, e le start-up israeliane lavorano con i governi africani in ambiti come, per esempio, la gestione dell’acqua o l’agricoltura, la sicurezza resta uno dei pilastri della cooperazione, dall’addestramento militare alla vendita di droni, dalle tecnologie di sorveglianza alla cybersecurity. Secondo i dati del SIPRI, l’istituto di ricerca sulla pace che si occupa di conflitti, armamenti e monitora la spesa militare mondiale, Israele sarebbe diventato uno dei fornitori chiave di tecnologie militari e sistemi di sorveglianza per diversi Paesi africani.
Una presenza particolarmente forte nel Corno d’Africa che va letta alla luce della competizione globale per il controllo del Mar Rosso, una delle rotte commerciali più importanti del mondo. “L’Africa, per Israele, è sempre più strategica, una macroregione in cui si combinano sicurezza, diplomazia e opportunità economiche.
In primo luogo, la dimensione strategica e militare costituisce una delle chiavi di lettura fondamentali. Il continente africano, in particolare l’Africa orientale e il Corno d’Africa, assume per Israele un’importanza essenziale a causa della posizione geografica”, scrive Giulio Albanese sull’Osservatore Romano.
La guerra tra Iran, Israele e le monarchie del Golfo, sta ora mutando, o accelerando questo processo che fa del Corno d’Africa un nuovo fronte geopolitico.
Africa, laboratorio militare globale
Alla più atroce delle arti ci si addestra in Africa. È qui che si sperimenta, si testa, si impara. È l’altra faccia della massiccia presenza militare straniera sul continente che, a leggerlo solo come tormentato da conflitti locali, si compie un’opera di pericolosa semplificazione.
Quando lo US Africa Command ha annunciato l’inizio dell’esercitazione Justified Accord, alla fine di febbraio — la più grande esercitazione multinazionale annuale in Africa orientale, con Gibuti, Kenya e Tanzania e 1.700 uomini — ne ha chiarito gli obiettivi: “rafforzare la prontezza operativa, approfondire le alleanze e consolidare la sicurezza regionale”.
La portata, però, della presenza degli eserciti di mezzo mondo, USA in testa, in Africa è molto più ampia. Esercitarsi alla guerra significa anche testare tecnologie e strategie.
In un lasso di tempo brevissimo, “la natura della guerra in Africa è fondamentalmente cambiata. I conflitti contemporanei non riguardano più principalmente la presa del potere statale o il raggiungimento di una vittoria militare decisiva. Essi somigliano sempre più a guerre di permanenza: lotte aperte sostenute dalla frammentazione politica, dagli incentivi economici e dalla rivalità geopolitica”, scrive l’Istituto Amani nello studio La tempesta che incombe sull’Africa nel 2026.
“Le guerre locali acquisiscono conseguenze continentali e globali, interrompendo i corridoi commerciali, alimentando migrazioni forzate e coinvolgendo sempre più attori esterni”, spiegano gli analisti. “Gli attori armati sono proliferati e diversificati … e la violenza è stata esternalizzata”, aggiungono.
È in questo scenario che l’Africa diventa laboratorio di guerra. E non soltanto nelle esercitazioni congiunte, come African Lion 2026, in Tunisia, insieme anche all’Italia, che per AFRICOM è stata occasione di testare e convalidare tecnologie emergenti. Sono le guerre combattute il primo terreno di prova.
Come il Sudan. Rapporti di Al Jazeera e Amnesty International raccontano come il conflitto venga alimentato dall’impiego massiccio di nuove armi, in particolare droni, provenienti da Cina, Turchia, Russia e Serbia, come il drone Yugoimport VTOL, “un drone a quattro rotori che può decollare verticalmente e, a quanto si dice, è stato modificato per trasportare proiettili di mortaio come bombe ‘mute’”, scrive Al Jazeera.
Droni e armi che vengono riadattati e poi testati dai gruppi armati, come le RSF. Andreas Krieg, professore associato presso la School of Security del King’s College di Londra, ha dichiarato alla testata qatariota che “per quanto riguarda gli adattamenti delle RSF, sì, c’è ingegno, ed è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da una forza decentralizzata con opzioni di fornitura esterna … Le RSF sembrano intenzionate a trasformare in armi i quadricotteri commerciali, a riutilizzare droni agricoli o logistici e a modificare le piattaforme oltre il loro progetto originale.
Questo tipo di adattamento prospera nelle strutture delle milizie perché le catene di approvazione sono più brevi e la propensione all’improvvisazione è maggiore. È anche coerente con l’abilitazione esterna. Più un gruppo è inserito in una rete di supporto transnazionale, più può sperimentare componenti, munizioni e tecniche finché qualcosa non funziona”.
Amnesty International ha identificato inoltre bombe guidate GB50A e obici AH-4 da 155 mm di produzione cinese. “È la prima volta che le bombe GB50A vengono documentate in uso attivo in un conflitto a livello mondiale… Le armi sono state quasi certamente riesportate in Sudan dagli Emirati Arabi Uniti”, scrive l’organizzazione per i diritti umani.
Mentre gli USA testano nuovi sistemi di supporto alle decisioni basati su IA in esercitazioni come African Lion, la Russia si concentra su nuove forme di reclutamento. L’Africa diventa così banco di prova anche per regimi di sorveglianza di massa, così come per il cyberspazio.
Secondo Guy Golan, CEO e presidente esecutivo di Performanta, multinazionale specializzata in sicurezza informatica, “i Paesi BRICS, e in particolare il continente africano, sono diventati un banco di prova per gli attacchi degli Stati nazionali”, come racconta Dark Reading
Invito all’ascolto, Nduduzo Makhathini, In The Spirit of Ntu
Nduduzo Makhathini è un pinaista, compositore sudafricano. “Le mie composizioni funzionano come preghiere”, racconta Makhathini in un’intervista a Tidal. “Ntu è una forza creativa che cerca di condurci a ricordare la nostra essenza”, spiega. “C’è spirito nell’ambiente, negli animali e in tutti gli esseri viventi: lo spirito del tempo e dello spazio, lo spirito dell’estetica. Quindi, per estensione, questo diventa un’universalità: non un universale astratto, ma un modo per dire veramente: “Questa è musica per tutti”. E il codice per entrare è l’amore, giusto? Nello stesso modo in cui Coltrane pensava all’amore. È compassione”.
https://www.youtube.com/watch?v=Bq9cFt8Wt7k
Invitandovi ad ascoltare la musica che parla di un amore universale, chiudiamo oggi il nostro notiziario Africa.
A te, Barbara, con gli aggiornamenti dal Medio Oriente.
Medio Oriente
Grazie Elena, cominciamo dal Libano.
Le IDF israeliane hanno iniziato a colpire quelle che descrivono come infrastrutture di Hezbollah in aree commerciali e residenziali densamente popolate nella periferia sud di Beirut.
Secondo quanto riportato da Reuters, Hezbollah del Libano ha intimato ai residenti israeliani di evacuare le città entro 5 km (3,11 miglia) dal confine tra i due Paesi in un messaggio pubblicato sul suo canale Telegram in ebraico nelle prime ore di venerdì.
L’aggressione del vostro esercito alla sovranità libanese e alla sicurezza dei cittadini, la distruzione delle infrastrutture civili e la campagna di espulsione che sta portando avanti non passeranno inosservate.
Il messaggio di Hezbollah giunge mentre l’esercito israeliano ha iniziato una nuova ondata di attacchi nella periferia sud di Beirut , dopo aver precedentemente emesso ordini di evacuazione forzata per l’intera popolazione della zona, che conta 500.000 persone.
Sul terreno cresce la sensazione che il conflitto stia rapidamente allargandosi oltre la linea di confine.
In collegamento da Beirut abbiamo Ginevra Fioretti, operatrice umanitaria.
Lunedì si erano intensificati gli scontri transfrontalieri, dopo che Hezbollah ha lanciato missili e droni verso Israele in rappresaglia per l’ uccisione della guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei.
Israele ha dichiarato che non evacuerà le sue città di confine e ha inviato altri soldati in Libano, affermando che si trattava di una misura difensiva volta a proteggere i suoi cittadini che vivono nelle vicinanze.
Il bilancio delle vittime dell’offensiva israeliana continua a salire. Secondo le informazioni diffuse nelle ultime ore da media regionali e autorità locali, almeno 123 persone sono state uccise, tra cui sette bambini, e i feriti sono almeno 683.
Nel frattempo, nel tentativo di evitare un ulteriore deterioramento della sicurezza interna, l’esercito libanese ha annunciato l’arresto di 27 persone – 26 cittadini libanesi e un palestinese – accusate di possesso illegale di armi e munizioni. Gli arresti sono avvenuti in diversi posti di blocco negli ultimi due giorni, ma le autorità non hanno specificato se i sospettati siano collegati a Hezbollah o ad altri gruppi armati.
Da parte sua, Hezbollah alza i toni. Il segretario generale del movimento, Sheikh Naim Qassem, ha dichiarato che la via diplomatica con Israele “è fallita” e ha avvertito che la pazienza del gruppo non è infinita.
Nel suo primo intervento pubblico dall’escalation regionale legata alla crisi con l’Iran, Qassem ha definito gli attacchi israeliani “un’aggressione pianificata” che avrebbe superato una linea rossa. Hezbollah ha anche diffuso un video che mostrerebbe un’operazione contro un carro armato Merkava israeliano vicino al villaggio di Kfar Kfila, lungo il confine meridionale.
L’intensificazione dei bombardamenti, l’estensione degli attacchi fino a Beirut e gli ordini di evacuazione indicano che il conflitto sta superando la dinamica di scontri limitati lungo il confine che aveva caratterizzato gran parte della guerra dal 2024.
E se l’escalation dovesse continuare, il Libano – già piegato da anni di crisi economica e instabilità politica – rischia di trovarsi davanti a un conflitto su larga scala.
E ancora una volta, a pagare il prezzo più alto sono i civili.
Medio Oriente
Settimo giorno di guerra, Le ultime ore sono state segnate da nuove ondate di raid aerei statunitensi e israeliani su diverse città iraniane, mentre Teheran ha risposto con attacchi missilistici verso Israele. Il conflittonon sta solo aumentando di intensità militare: sta cominciando a ridisegnare gli equilibri regionali e quelli energetici globali, a partire dal nodo strategico dello Stretto di Hormuz.
Donald Trump ha respinto le dichiarazioni iraniane secondo cui Teheran sarebbe pronta a resistere a una possibile invasione di terra da parte di Stati Uniti e Israele.
In un’intervista a NBC News, il presidente statunitense ha definito l’ipotesi “una perdita di tempo”, sostenendo che l’Iran avrebbe ormai perso gran parte delle sue capacità militari.
Trump rispondeva al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che aveva avvertito che un’invasione sarebbe “un grande disastro” per Stati Uniti e Israele, assicurando che Teheran sarebbe pronta a combattere.
Nella stessa intervista Trump ha parlato anche del futuro politico dell’Iran, dicendo che Washington vuole “ripulire tutto” e favorire l’arrivo di un nuovo leader, senza però fare nomi.
Ha anche affermato che dovrà “essere coinvolto nella nomina” del prossimo leader iraniano, come ha fatto in Venezuela , e ha respinto l’idea che il figlio dell’ayatollah assassinato, Mojtaba Khamenei, succeda al padre come leader supremo, definendola “inaccettabile”.
Raid su Teheran e altre città
Pesanti bombardamenti hanno colpito diverse aree del Paese. Un’ondata di attacchi anche questa mattina da parte di Israele. A Teheran esplosioni sono state segnalate vicino all’aeroporto di Mehrabad, in piazza Azadi e nei quartieri occidentali di Tehransar e Chitgar.
Attacchi sono stati riportati anche in altre città importanti, tra cui Bandar Abbas, Tabriz, Bushehr e Qazvin.
Secondo le autorità della provincia dell’Azerbaigian orientale, gli attacchi avrebbero provocato decine di vittime, mentre la distribuzione dei raid su più regioni indica un chiaro ampliamento della campagna militare.
Oltre 1.200 morti dall’inizio della guerra
Il bilancio delle vittime continua a salire rapidamente.
Secondo la Foundation of Martyrs and Veterans Affairs, organismo ufficiale iraniano che registra i morti civili e militari, le vittime hanno raggiunto almeno 1.230.
Il numero reale potrebbe essere più alto, anche perché molte zone colpite restano difficili da raggiungere e verificare.
La Mezzaluna Rossa: colpiti oltre 100 siti civili
La Mezzaluna Rossa iraniana ha denunciato che dall’inizio della guerra sono stati registrati 1.332 attacchi aerei condotti da Stati Uniti e Israele.
Secondo l’organizzazione, i bombardamenti hanno colpito 636 località in almeno 174 città.
Tra gli obiettivi ci sono almeno 105 siti civili, tra cui 14 strutture mediche e sette edifici della stessa Mezzaluna Rossa.
Scuole e impianti sportivi tra gli obiettivi
Secondo l’agenzia iraniana Fars, gli attacchi hanno colpito anche infrastrutture civili simboliche.
A Teheran sarebbero stati centrati due palazzetti dello sport, mentre lo stadio Azadi, uno dei luoghi più iconici dello sport iraniano, sarebbe stato distrutto.
Missili avrebbero colpito anche due scuole nella città di Parand, a sud-ovest della capitale.
Da parte sua, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver avviato una “grande ondata di attacchi contro infrastrutture a Teheran”.
I droni iraniani preoccupano Washington
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, emergono anche preoccupazioni tra i militari statunitensi.
Secondo CNN, funzionari dell’amministrazione Trump hanno informato il Congresso che i droni Shahed iraniani stanno rappresentando una sfida molto più difficile del previsto.
La loro capacità di volare lentamente e a bassa quota li rende più difficili da intercettare rispetto ai missili balistici.
Tensioni anche nei Paesi vicini
Il conflitto sta producendo effetti anche nei Paesi vicini.
Raid aerei hanno colpito strutture utilizzate da milizie curde nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, nella provincia di Sulaymaniyah, vicino al confine iraniano. Non è ancora chiaro chi abbia condotto gli attacchi.
Nel frattempo l’Azerbaigian ha accusato l’Iran di un attacco con droni contro l’aeroporto di Nakhchivan, accusa che Teheran ha respinto.
Lo Stretto di Hormuz e il petrolio
Uno degli effetti più immediati della guerra riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più strategici del commercio energetico globale, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Il prezzo del Brent è salito fino a 84,5 dollari al barile, e gli analisti di Goldman Sachs avvertono che potrebbe raggiungere i 100 dollari se le interruzioni nel traffico marittimo continueranno per alcune settimane.
Manifestazioni in Iran
Intanto, per la quarta notte consecutiva, manifestazioni si sono svolte in diverse città iraniane.
I cortei hanno commemorato l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e espresso sostegno alle forze armate.
Le mobilitazioni avvengono nonostante il presidente statunitense Donald Trump abbia invitato pubblicamente gli iraniani a ribellarsi al governo. Per ora non ci sono segnali di un’insurrezione interna su larga scala.
Netanyahu chiede chiarimenti a Washington
Secondo il sito Axios, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe chiesto alla Casa Bianca garanzie sul fatto che Washington non stia negoziando un cessate il fuoco con Teheran.
Funzionari statunitensi hanno risposto che non esistono trattative in corso, anche se l’Iran avrebbe inviato messaggi indiretti tramite mediatori regionali. Teheran, dal canto suo, ha negato qualsiasi contatto e ha dichiarato che il Paese si prepara a una guerra lunga.
Un conflitto che può cambiare l’equilibrio globale
Se il conflitto dovesse proseguire nelle prossime settimane, le conseguenze non riguarderanno solo il Medio Oriente.
Dalla sicurezza energetica ai mercati globali, dalle rotte marittime alla stabilità politica della regione, questa guerra rischia di produrre effetti ben oltre i suoi confini.
E mentre la diplomazia resta paralizzata, il numero delle vittime continua a crescere.
E concludiamo con la Palestina,
Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sulla guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, nella Striscia di Gaza si continua a morire. Senza tregua, senza pause reali, spesso lontano dai riflettori.
Gli episodi sono stati registrati in più aree. Spari nell’area di Al-Mawasi, vicino Rafah, che negli ultimi mesi è diventata uno dei principali luoghi di rifugio per gli sfollati. Attacchi con droni nei pressi del campo profughi di Al-Bureij, nel centro della Striscia. E bombardamenti di artiglieria nella città di Gaza, dove molte zone sono già state devastate da mesi di guerra.
In mezzo a questa violenza diffusa emerge anche la storia di Montaser Samour, un contadino palestinese fermato dall’esercito israeliano vicino alla località di Al-Qarara, nel sud della Striscia.
Secondo testimoni locali, l’uomo sarebbe stato detenuto dai militari e poi restituito alla famiglia morto. Il suo corpo, raccontano i presenti, era crivellato di colpi di arma da fuoco.
Le circostanze dell’episodio non sono state confermate in modo indipendente, ma secondo le testimonianze raccolte sul posto si tratterebbe di una esecuzione sul campo.
Intanto la crisi umanitaria continua ad aggravarsi. Israele mantiene il blocco sull’evacuazione dei pazienti da Gaza, impedendo a molti feriti gravi e malati di lasciare la Striscia per ricevere cure adeguate. Allo stesso tempo resta limitato anche il rientro di molti palestinesi sfollati, mentre gran parte delle infrastrutture sanitarie continua a funzionare a capacità ridotta.
Gli aiuti umanitari entrano con il contagocce. Secondo quanto riportato dall’agenzia AFP, mercoledì poco più di cento camion di aiuti hanno attraversato Rafah per raggiungere il valico di Karem Abu Salem, conosciuto in Israele come Kerem Shalom.
Numeri molto lontani da quelli necessari per sostenere oltre due milioni di persone intrappolate nella Striscia.
La situazione è peggiorata ulteriormente dopo che Israele ha reimposto un assedio totale su Gaza nel contesto dell’escalation militare con l’Iran. Questo significa meno carburante, meno cibo, meno medicine. E un sistema sanitario già al collasso che continua a reggersi su quello che resta.
Nel frattempo anche i tentativi diplomatici sembrano essersi fermati. Il ministro degli Esteri indonesiano Sugiono ha dichiarato che i colloqui sul cosiddetto “Board of Peace” per Gaza, il piano proposto dal presidente statunitense Donald Trump per creare una missione internazionale nella Striscia, sono stati sospesi.
L’Indonesia era tra i Paesi che avevano preso in considerazione l’invio di truppe per sostenere la missione. Ma ora, ha spiegato Sugiono ai giornalisti secondo quanto riportato da Reuters, l’attenzione si è spostata sulla guerra con l’Iran. Jakarta ha aggiunto che consulterà i suoi partner del Golfo, “perché anche loro sono sotto attacco”.
E così Gaza resta ancora una volta sullo sfondo di un conflitto più grande ma per chi vive lì dentro, la guerra non è mai uscita di scena. Continui bombardamenti, aiuti insufficienti, ospedali allo stremo e una popolazione che continua a pagare il prezzo più alto, giorno dopo giorno.
Musica: King David – Pond5
Foto di copertina Mihai Neagu su Unsplash
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