Bambini sfollati più che raddoppiati

Scritto da in data Febbraio 22, 2024

Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo terzo anno, Save the Children – l’Organizzazione Internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro – lancia un’inedita elaborazione di dati, secondo la quale ogni giorno circa 29mila bambini e bambine sono costretti a lasciare le proprie case nei 10 peggiori scenari di crisi mondiali, per un totale di oltre 10,5 milioni nel 2023.

Questo ha più che raddoppiato il numero di bambini sfollati nel mondo dai circa 20,6 milioni del 2010, alla cifra record di oltre 50 milioni – la più alta nella storia – a causa di vari fattori, dai cambiamenti climatici alle alluvioni, alle siccità e, in primo piano, a causa dei conflitti.

Le aree di crisi

Francesco Alesi/Save the Children

Il continente africano è l’area con il maggior numero assoluto di minori in contesti di guerra, mentre il Medio Oriente, già prima del conflitto in corso a Gaza, registrava la percentuale più elevata, pari a un bambino su tre.

Tra le principali aree di crisi globali quali Afghanistan, Etiopia, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia, Sud Sudan, Sudan, Territori palestinesi occupati, Turchia/Siria (terremoto), e Ucraina.

Quest’ultima a causa dell’escalation del conflitto nel febbraio 2022, ha vissuto la crisi di sfollamento più rapida in Europa dalla Seconda guerra mondiale, mentre ora sta vivendo una fase di ritorno: circa 630mila bambine e bambini sfollati – più di un bambino su 12 sul totale di bambini prima della guerra – sono tornati a casa, e ora vivono in condizioni di estremo bisogno, tra pericoli, distruzione e povertà.

“Secondo le Nazioni Unite, i bambini rappresentano circa il 40% delle persone costrette ad abbandonare le loro case nel mondo. Molti di loro non possono andare a scuola, non hanno cibo a sufficienza, hanno scarso accesso all’assistenza sanitaria, sono a rischio di abusi e violenze e necessitano di sostegno psicologico dopo gli eventi di cui sono stati testimoni. Le difficoltà economiche possono, inoltre, esporre i bambini al rischio di essere coinvolti in attività criminali, lavoro minorile, sfruttamento sessuale o di aderire a gruppi armati”, dice Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children.

“Le statistiche sono schiaccianti, ma un bambino sfollato non è solo un numero. È un bambino che molto probabilmente è stato testimone del tipo di violenza o distruzione che nessun bambino dovrebbe mai vedere, prima di doversi lasciare alle spalle tutto ciò che conosce. Quando i bambini perdono le loro case, perdono quasi tutto: l’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, al cibo e alla sicurezza. Cose che non possono essere portate con sé. Ecco abbiamo voluto invitare tutti a porsi una semplice domanda: cosa salveresti se dovessi fuggire dalla tua casa?”, conclude Daniela Fatarella.

I rischi del ritorno per i bambini e le bambine in Ucraina

Francesco Alesi/Save the Children

Nei due anni trascorsi dall’escalation del conflitto in Ucraina, avvenuta il 24 febbraio 2022, milioni di persone sono fuggite per mettersi in salvo, oltre 15 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case. Ancora oggi, 6,3 milioni di ucraini sono rifugiati all’estero e 3,7 milioni sono sfollati all’interno del Paese.

A due anni di distanza, nonostante la guerra continui e ogni giorno si verifichino attacchi aerei ed esplosioni, oltre 4,5 milioni di persone sfollate sono tornate a casa, tra cui 1,1 milioni di bambine e bambini.

Di questi, circa 630mila minorenni sono tornati in situazioni di povertà e pericolo, e di questi circa 360mila sono rientrati nelle regioni colpite dalla guerra e in prima linea, tra cui Dnipro, Kharkiv, Mykolaiv, Odessa e Sumy, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM).

Dall’analisi è emerso che la maggior parte dei bambini rientrati è stata spinta a una condizione di “estremo bisogno”: sono tornati in case e infrastrutture danneggiate e hanno il 62% in più di probabilità di trovarsi in condizioni di estremo bisogno rispetto al resto della popolazione.

“I bambini in Ucraina hanno sopportato due lunghi anni di violenza e distruzione. Molte famiglie sono state costrette a lasciare le loro case in cerca di sicurezza e hanno scelto di tornare non appena è stato possibile farlo. Per loro, nessun posto è come la loro casa e noi dobbiamo rispettare la loro volontà di essere nel luogo a cui appartengono”, spiega Sonia Khush, direttrice di Save the Children Ucraina.

“Entrando nel terzo anno di guerra, la nostra attenzione si sposta sull’aiuto alle comunità colpite dal conflitto a ricostruire e a riprendersi, in modo che le famiglie abbiano gli strumenti per ricominciare la loro vita e i bambini possano essere bambini – imparare, giocare e ridere insieme ai loro amici – nonostante le atrocità che li circondano”.

Save the Children chiede a tutte le parti in guerra di proteggere i civili e di fermare l’uso di armi esplosive nelle aree popolate. L’accesso umanitario alle famiglie coinvolte nella crisi, comprese quelle delle aree colpite dalla guerra, deve essere completo e senza ostacoli.

I dati globali sui bambini e le bambine sfollati

A livello globale, il maggior numero di bambini costretti a lasciare le loro case nel 2023, 4,1 milioni, si è registrato in Sudan, dopo lo scoppio della guerra lo scorso aprile; 3,3 milioni sfollati interni, mentre altri 850mila bambini e bambine sono fuggiti nei Paesi vicini, tra cui il Sud Sudan, il Ciad, la Repubblica Centrafricana e l’Egitto.

La Somalia ha visto il secondo maggior spostamento forzato di popolazione infantile nel 2023, soprattutto a causa di inondazioni, siccità, conflitti e insicurezza. Circa 1,6 milioni di bambini potrebbero essere stati sfollati internamente o esternamente nel 2023, portando il numero totale di bambini sfollati in Somalia a 2,4 milioni.

Anche i Territori palestinesi occupati figurano tra i primi cinque luoghi in cui la situazione è peggiorata maggiormente nel 2023. L’analisi di Save the Children ha rilevato che, al 21 dicembre 2023, circa 890mila bambini e bambine avevano lasciato le loro case a Gaza in seguito all’avvio delle operazioni militari israeliane in risposta agli attacchi subiti il 7 ottobre. Alla fine del 2023, la percentuale di popolazione sfollata a Gaza in sole 10 settimane era una delle più alte registrate a livello globale.

Attualmente, più di 1,3 milioni di civili palestinesi, tra cui più di 600mila bambini e bambine, sono intrappolati nell’area di Rafah, con il rischio di un attacco da un momento all’altro. La guerra a Gaza è oggi tra le più sanguinose e distruttive della storia recente e ha portato alla registrazione di una serie di gravi violazioni contro i bambini, a un ritmo senza precedenti.

La campagna “Cosa salveresti?”

Francesco Alesi/Save the Children

Save the Children lavora ogni giorno per fornire alle bambine e ai bambini che vivono nelle zone di conflitto un sostegno immediato e a lungo termine. Ecco perché, alla vigilia del secondo anniversario dell’acuirsi del conflitto in Ucraina, ha lanciato un flash mob in Piazza della Rotonda, vicino al Pantheon, a Roma, e la campagna “Cosa salveresti?”.

È necessario focalizzare l’attenzione sulle drammatiche conseguenze della guerra sui più piccoli e invitare a riflettere sulle sfide vissute dai bambini provenienti da zone di conflitto. I bambini e le bamine nei paesi in guerra perdono tutto: i loro giocattoli, le loro case, le loro comunità, la loro sicurezza. Tutto il loro mondo.

Con la campagna “Cosa salveresti?”, Save the Children invita tutti a rispondere a questa domanda: “Cosa salveresti se fossi costretto ad abbandonare la tua casa a causa di una guerra?”.

Durante il flashmob, degli attori che interpretano dei profughi sono comparsi tra la folla, con una valigia, dove raccogliere giocattoli, fotografie, vestiti e poco altro, e un’etichetta che racconta la storia di chi è costretto a fuggire.

Ma quando scoppia una guerra c’è tanto altro che è impossibile da salvare: la sicurezza, un reddito, un posto dove giocare, ridere e imparare, qualcuno che combatta per i diritti di chi è costretto a fuggire. Per questo Save the Children c’è ed è presente nella risposta ai conflitti.

Da Kherson a Gaza: le drammatiche testimonianze

Francesco Alesi/Save the Children

Maryna*, 39 anni, di Kherson, è fuggita con la famiglia in un villaggio vicino a Mykolaiv, nel settembre 2022. Quando la famiglia è tornata a casa, in un villaggio della regione di Kherson, le finestre si sono frantumate e il marito di Maryna aveva perso i suoi mezzi di sostentamento a causa delle mine, ha raccontato Maryna: “Il terreno era più o meno a posto, ma la casa era distrutta. Quando siamo tornati qui, non c’era lavoro perché tutto era stato distrutto qui intorno. In estate hanno iniziato a riparare i macchinari che erano rimasti… così mio marito veniva pagato un tanto all’ora. Ora, in inverno, non ha lavoro e nessuno sa se in primavera ce ne sarà perché i terreni agricoli non sono stati sminati”.

Lo sfollamento può avere un impatto psicologico sui bambini e sulle loro famiglie, che si lasciano alle spalle i propri cari e tutto ciò che è familiare. La figlia di Maryna, Anna*, 12 anni, desiderava tornare a casa a Kherson: “La gente dice: Est o Ovest, la casa è la cosa migliore. Il villaggio in cui abbiamo soggiornato era un posto migliore e più curato. Avrete visto che qui non abbiamo nulla. Ma a casa si sta molto meglio. Qui abbiamo cani e gatti, le sono mancati molto. E anche la nonna e il nonno”.

“Vorrei studiare a scuola, in qualche modo, ma non a distanza. Parlare con gli insegnanti a scuola, con i bambini – in modo che ci sia comunicazione, che possa vedere gli amici. La mia amica vive lontano, vorrei parlarle. Ci parlo comunque, ma vorrei farlo di persona”, ha raccontato Anna*, che frequenta solo lezioni online perché è troppo pericoloso giocare all’aperto, a causa dei bombardamenti.

Shady*, 40 anni, agricoltore del nord di Gaza, è fuggito ad Al-Mawasi, nel sud di Gaza, con la sua famiglia quando i bombardamenti si sono intensificati. Ora vivono in una tenda. Una settimana dopo la partenza, è finalmente riuscito a procurarsi alcuni beni di prima necessità per i suoi figli, come coperte e vestiti, ma il clima freddo, la mancanza di cibo e le carenze igieniche sono una sfida.

“Ci siamo lasciati tutto alle spalle. Tutti i nostri beni, tutto ciò che possediamo, i nostri vestiti e le nostre lenzuola, tutto è rimasto indietro”, racconta Shadi. “Durante il giorno, nella tenda fa caldo. E quando arriva la notte, è freddo. Fa un freddo cane fino alle 7 del mattino. Stringiamo i nostri figli nei nostri vestiti per riscaldarci”.

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