Amnesty: “Le aziende di vaccini contro il Coronavirus alimentano la crisi umanitaria”

Scritto da in data Settembre 22, 2021

Sei aziende farmaceutiche produttrici del vaccino contro il Coronavirus «stanno alimentando una crisi dei diritti umani senza precedenti». È l’accusa, pesantissima, contenuta in un report diffuso oggi da Amnesty International. La ragione? «Si rifiutano di cedere i diritti di proprietà intellettuale e di condividere la tecnologia necessaria e, nella maggior parte dei casi, non dando priorità alla distribuzione dei vaccini negli stati più poveri».

L’organizzazione per i diritti umani ha esaminato sei delle aziende farmaceutiche che hanno nelle mani il destino di miliardi di persone: AstraZeneca plc, BioNTech SE, Johnson & Johnson, Moderna Inc., Novavax Inc. e Pfizer Inc. Nomi che ormai fanno parte della nostra quotidianità. «Ne è venuta fuori l’immagine sconfortante di un’industria che sta totalmente venendo meno al rispetto dei diritti umani», si legge in una nota di Amnesty.

L’accusa dell’ong

«Vaccinare il mondo è l’unico modo per uscire da questa crisi e, quindi, dovremmo celebrare come eroi queste aziende capaci di creare i vaccini così velocemente. Invece, per loro vergogna e nostra sfortuna, la loro posizione contro il trasferimento della conoscenza e il favore da loro concesso agli stati ricchi, hanno dato luogo a una tanto prevedibile quanto assai devastante penuria di vaccini per tanti altri», spiega Agnès Calamard, segretaria generale di Amnesty International.

«Questo atteggiamento sta facendo ripiombare zone dell’America Latina, Africa e Asia in una nuova crisi e sta portando allo stremo sistemi sanitari già deboli, con la conseguenza di decine di migliaia di morti evitabili ogni settimana. In molti stati a basso reddito neanche gli operatori sanitari e le persone a rischio di contagio hanno ricevuto il vaccino», aggiunge Callamard.

«A fronte di queste enormi diseguaglianze è previsto che alla fine del 2022 BionTech, Moderna e Pfizer avranno realizzato complessivamente guadagni per 130 miliardi di dollari. I profitti non dovrebbero mai venir prima delle vite umane», sottolinea.

Prima della pubblicazione del suo rapporto, Amnesty International racconta di avere scritto alle sei aziende farmaceutiche. «Cinque − AstraZeneca, Moderna, Pfizer, BioNTech e Johnon & Johnson − hanno risposto riconoscendo che è essenziale un’equa distribuzione, soprattutto negli stati a basso reddito. Tuttavia, queste aspirazioni e la loro responsabilità per i diritti umani sono rimaste sulla carta». Se solo il 50% della produzione globale prevista entro la fine del 2021 venisse distribuita negli stati a basso e a medio-basso reddito, ricorda AI, «ciò si tradurrebbe in 2,6 miliardi di vaccini disponibili».

Le mancate responsabilità sui diritti umani

Per valutare la loro risposta alla crisi, Amnesty International ha analizzato per ognuna delle sei aziende la policy sui diritti umani, la struttura dei prezzi dei vaccini, i loro precedenti in termini di condivisione dei brevetti, della conoscenza e della tecnologia. Sebbene a livelli diversi, i sei produttori i vaccini sono venuti meno alle loro responsabilità sui diritti umani.

«Su 5,76 miliardi di vaccini distribuiti nel mondo, solo lo 0,3% è stato destinato agli stati a basso reddito, mentre oltre il 79% a stati ad altissimo e alto reddito. Nonostante le richieste di prediligere gli strumenti di solidarietà internazionale come il Covax − creato per assicurare un’equa distribuzione dei vaccini − alcune delle aziende esaminate hanno continuato ad accantonare scorte per stati già noti per la loro capacità di accumulazione».

Le sei aziende «hanno finora rifiutato di partecipare alle iniziative coordinate a livello internazionale per aumentare le forniture globali attraverso la condivisione della conoscenza e della tecnologia. Si sono anche opposte alla proposta di cedere temporaneamente i brevetti, presentata da India e Sudafrica».

I numeri

I dati raccolti da Amnesty contribuiscono a scattare una chiara fotografia della situazione. «Pfizer e BioNTech hanno finora inviato alla Svezia una quantità di vaccini nove volte superiore a quella inviata a tutti gli stati a basso reddito messi insieme, ai quali è andato meno dell’1% della produzione totale. Grazie agli alti prezzi dei vaccini, è previsto che alla fine del 2022 le due aziende avranno realizzato profitti per oltre 86 miliardi di dollari», si legge nella nota dell’ong. Moderna «non ha ancora inviato una singola dose di vaccino a uno stato a basso reddito, ha fornito appena il 12% dei vaccini a stati a reddito medio-basso e non evaderà gli ordini per il Covax fino al 2022. Grazie agli alti prezzi dei vaccini, è previsto che alla fine del 2022 avrà realizzato profitti per oltre 47 miliardi di dollari».

Johnson & Johnson «è stata l’unica azienda a sviluppare un vaccino monodose e a venderlo a prezzi di costo, ma non evaderà gran parte degli ordini verso il Covax e l’Unione Africana fino al termine del 2022», si spiega ancora. «Si è inoltre opposta a fornire una licenza a un’azienda canadese, proponendo in cambio di produrre altri milioni di dosi». E AstraZeneca? «Ha inviato la maggior parte dei vaccini a stati a basso reddito, vendendoli a prezzo di costo, e ha trasmesso alcune licenze ad altri produttori. Tuttavia, ha rifiutato di condividere apertamente conoscenza e tecnologia nell’ambito delle iniziative dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e si è opposta alla cessione temporanea dei brevetti». Infine Novavax, che «deve ancora ricevere l’approvazione per il suo vaccino ma prevede di destinare quasi due terzi della sua produzione al Covax. Tuttavia, come le altre aziende, ha rifiutato di condividere conoscenza e tecnologia e si è opposta alla cessione temporanea dei brevetti».

«Oggi mancano 100 giorni alla fine dell’anno. Chiediamo agli stati e alle aziende farmaceutiche di cambiare profondamente rotta e fare tutto quanto necessario per fornire, a partire da ora, due miliardi di vaccini agli stati a basso e a medio-basso reddito. Nessuno dovrebbe trascorrere un altro anno tra sofferenza e paura», dice Callamard.

In copertina Flickr/Global Conference for Media Freedom | Agnes Callamard, già UN Special Rapporteur oggi segretaria generale di Amnesty International, Londra, 10 luglio 2019.

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