Le voci che Israele fa tacere
Scritto da Elena Pasquini in data Novembre 4, 2026
GERUSALEMME/MILANO – Non c’è attesa, ma la tensione fa del tempo un lunghissimo attimo. Al controllo passaporti ci sono solo una decina di stranieri in fila. “Forse non ci metteranno tanto a rimandarmi indietro. Forse, prima, mi porteranno in quella stanzetta dove fanno troppe domande, dove mi chiederanno se credo che a Gaza ci sia un genocidio oppure no. Forse vorranno esaminare il mio bagaglio a mano, o quello che indosso. Potrebbero prendere il mio cellulare”.
Mi faccio tutte queste domande perché non sarei la prima.
A Roma pochissime persone sanno che sono a Tel Aviv, nessun post di Radio Bullets ha avvertito chi legge che eravamo in partenza. Profilo basso per paura che il visto venga revocato, come è accaduto ad altri colleghi.
Sono qui senza il mio telefono, senza il mio numero, senza il mio computer, senza i social, senza accesso alla mail. Ho solo una manciata di contatti registrati su un dispositivo nuovo di zecca. Ho cancellato persino i post da Instagram che potessero essere troppo vicini alla causa palestinese.
Sono una pagina bianca, anche se so che potrebbe non servire proprio a nulla.
A giugno di quest’anno, il Comitato per la protezione dei giornalisti raccontava qualcosa di profondamente inquietante: per “due terzi (dei respinti alla frontiera) i funzionari (israeliani) hanno citato direttamente i loro articoli o le loro dichiarazioni pubbliche come motivazione delle decisioni, incluso l’uso di termini come “apartheid” o “genocidio” per descrivere le politiche israeliane. Gli altri hanno affermato di aver ricevuto poche o nessuna spiegazione, ma sospettano che i loro articoli abbiano avuto un ruolo”.
Anche io, rifletto mentre attendo il mio turno, ho usato quelle parole.
“Lei praticamente ci vive in Libano”, mi dice il funzionario alla frontiera mentre sfoglia il mio passaporto. Ho i visti dei miei viaggi precedenti in questi anni di guerra, in quel piccolo Paese che qui è un’altra terra da radere al suolo, per Israele solo la terra di Hezbollah. Un passaporto nuovo non ho potuto farlo.
“Che ci è andata a fare in Libano?”, mi chiede quell’uomo dai modi gentili e lo sguardo acuto. “Sono una scrittrice, una giornalista, sono andata per scrivere un libro”, rispondo. Dico la verità.
“Ha l’accredito del GPO?”, domanda ancora. No, l’Ufficio governativo per la Stampa non mi ha concesso il permesso temporaneo. Non lo concede a un freelance senza un contratto, e non alle testate indipendenti con cui lavoro. Non hanno i requissiti, dicono.
“Ho un foglio però dell’ufficio stampa che mi dice che posso lavorare comunque”, replico. Mostro la mail.
Sulla carta questo è un Paese libero, una democrazia che t’illude che sei al sicuro al sicuro mostrando un volto troppo simile a quello dei Paesi occidentali. L’unica democrazia del Medio Oriente.
“Dove alloggia?”, chiede di nuovo il funzionario. Gli do l’indirizzo del mio albergo.
“Benvenuta in Israele”, conclude, infilando nel passaporto il foglio che equivale a un timbro.
Il rischio di raccontare
Ho il permesso di entrare. Mi chiedo se sia stato un bene. A molti colleghi è andata molto peggio che essere respinti, quando gli è stato concesso di entrare. A tanti in questo Paese viene sistematicamente chiusa la bocca, non solo ai giornalisti, ma agli attivisti, ai manifestanti, a chi ha semplicemente pubblicato un post per dire che ‘i bambini uccisi a Gaza sono solo bambini’.
In Israele la libertà di stampa e quella di esprimere un’opinione sono compresse al punto che esercitarle espone ad arresti arbitrari, violenze, intimidazioni.
A Roma, alla vigilia di questa partenza, la Procura ha aperto un’inchiesta per l’abbordaggio delle barche della Flottila, per le condizioni di detenzione, i trattamenti degradanti, le torture, la mancanza di rispetto dei diritti fondamentali che definiscono un Paese libero da uno che non lo è, il diritto alla difesa, per esempio. Lo sa Barbara Schiavulli, che nelle prigioni israeliane ci è finita. La direttrice della testata su cui scrivo non è il miglior biglietto da visita per fare il mio lavoro, forse è invece la corsia preferenziale per finire in un mucchio di guai.
Appena uscita penso al primo caso che ricordo. Un mite professore israeliano di storia, Mair Baruchin che nel novembre del 2023 ha pubblicato sui suoi social i volti, i nomi e le storie dei palestinesi uccisi a Gaza. Per ricordare che sono persone. Licenziato, sbattuto in cella, ammanettato mani e piedi, in isolamento, senza poter ricevere una visita, senza libri, senza comunicazione, accusato di essere un ‘traditore’.
Snocciolo i nomi dei colleghi arrestati, di quelli mandati a casa. E, ancora, più lunga, la lista degli attivisti, dei manifestanti, la maggior parte dei quali cittadini israeliani arabi.
Sono sola, non ho un team come i network dai budget illimitati, ma una rete di contatti affidabili, il numero d’emergenza dell’ambasciata italiana e di un’organizzazione di avvocati, Adalah, che in arabo significa “giustizia”.
Battaglie per la libertà di parola
Hadeel Abu Saleh è una di loro, una legale dell’Unità per i diritti divili e politici. Rappresenta principalmente casi di libertà di espressione, di chi ha pubblicato online o di chi è stato arrestato durante le manifestazioni. Era una penalista come altri, ma dopo il 7 ottobre ha deciso di impiegare le sue competenze dove “poter difendere la collettività” a cui appartiene. Adalah si occupa dei diritti della minoranza araba. Sono i cittadini arabi ad essere vittime in modo sproporzionatamente più grande della repressione del dissenso.
Parlo con lei, mentre sono a Tel Aviv, il giorno prima delle elezioni, in un momento in cui più forte e intenso si fa lo scrutinio delle voci che possono parlare e di quelle che devono tacere.
Negli ultimi anni, mi dice, “siamo stati testimoni di una gigantesca repressione della libertà di parola. È stato il principale campo di oppressione verso i cittadini palestinesi di Israele dopo il 7 ottobre, e dove il Governo, tutte le autorità e anche l’opinione pubblica israeliana cercavano vendetta e rappresaglia … La polizia ha iniziato una campagna diretta dalla pubblica procura dove (le osno date sitruzioni) di arrestare chiunque esprimesse la propria solidarietà online”, mi spiega Hadeel.
In nome della sicurezza ed invocando la Legge antiterrorismo, basta un post per essere accusati di due reati d’opinione: “incitamento al terrorismo” o “identificazione con un’organizzazione terroristica”. “Stiamo parlando di almeno mille arresti dal 7 ottobre per post pubblicati online”, sottolinea l’avvocatessa.
Meno della metà di quegli arresti finisce con un rinvio a giudizio, ma intanto si resta in cella o sottoposti a misure restrittive. “Più di cinquecento persone hanno trascorso giorni e settimane in custodia cautelare e alla fine non hanno affrontato accuse penali. Ma questi arresti non hanno un impatto solo sull’individuo arrestato, ma hanno un effetto intimidatorio (chilling effect) sul pubblico palestinese”. Significa, aggiunge, che le persone tendono poi ad autocensurarsi.
Significa avere pura, scegliere di non parlare, al massimo sussurrare, come gli uomini che abbassano la voce nel locale dove mi fermo a mangiare una shawarma, perché, mi dice la persona che mi accompagna, stanno criticando Israele.
Parlare è pericoloso
Parlare è pericoloso. È la prima cosa su cui mi mette in guardia l’autista che mi porta dall’aeroporto a Gerusalemme, la prima persona che incontro. Lo sa anche l’ultima che intervisto prima di ripartire. In mezzo, le voci che ho raccolto in questo reportage. Quelle che ho incrociato per strada, quelle che mi hanno concesso ore del loro tempo. In tanti come raramente accade, mi hanno chiesto di non pubblicare il loro nome, di non includere nessun tipo di dettaglio che potesse farli riconoscere, di non fare foto, di non registrare.
Chi ha subito violenza, chi è stato arrestato, non vuole finire di nuovo nelle mani della polizia e della giustizia israeliane, chi è stato risparmiato, sa cosa può accadere.
È un effetto intimidatorio che colpisce anche chi vuole manifestare, esprimere il dissenso scendendo in piazza, come è accaduto dopo l’arresto di due attivisti palestinesi di Umm al-Fahm, una città araba dell’interno. La loro colpa è stata aver intonato “cori che i palestinesi intonano da oltre cinquant’anni”. Era l’ottobre del 2023, due giorni dopo il bombardamento di un ospedale a Gaza. Uno di loro ha trascorso otto mesi in custodia cautelare prima del processo, l’altro quattro. Nessuno, né prima né dopo, è stato mai neppure interrogato per qui cori, mi spiega Hadeel. “L’effetto intimidatorio di questo rinvio a giudizio è stato molto visibile perché dopo le persone che manifestavano hanno preferito farlo nella forma di manifestazione silenziosa, senza dire nulla, senza intonare alcun coro, perché non erano sicure delle implicazioni penali dell’uso di quei cori”. Gli attivisti alla fine sono stati assolti per incitamento diretto, condannati per incitamento indiretto e identificazione con un’organizzazione terroristica. Condanna a cui Adalah sta facendo appello.
Solo ad Haifa, l’organizzazione legale ha rappresentato almeno trecento persone che hanno partecipato a manifestazioni contro la guerra. “Quasi ogni settimana, il giovedì, c’erano proteste e la polizia arrestava decine di persone per poi rilasciarle la sera stessa a determinate condizioni, oppure per portarle in tribunale, che le avrebbe poi rilasciate”, aggiunge Hadeel.
Arristi, umiliazioni e violenze
“La maggior parte degli arresti è stata umiliante”, racconta. L’obiettivo, mi spiega, è mandare un messaggio al pubblico. “Venivano fotografati con la bandiera israeliana sullo sfondo. Venivano ammanettati. Venivano bendati. Tutti gli arresti sono stati documentati e in molti casi i video sono stati pubblicati online. E l’oppressione non stava solo nell’arresto in sé, ma si trattava di una campagna pubblica di incitamento contro la persona arrestata”. Spirito
Se in un Paese democratico servono più prove per dimostrare che una persona è pericolosa e per limitare la sua libertà, qui alla giustizia basta invocare gli straordinari e pericolosi tempi che Israele sta attraversando, appellarsi alla sicurezza. “(Per condannare, i giudici) si sono basati sulla situazione generale, dicendo che stiamo affrontando un duro periodo di guerra, un periodo pericoloso, e che qualsiasi persona che dica qualcosa che possa sembrare un incitamento” o che sembri identificarsi, sostenere un’organizzazione definita terroristica, “può essere considerata pericolosa”, mi spiega Hadeel.
Vengono arrestate per reati di opinione anche persone senza precedenti, con pochissimi followers, che non hanno alcuna capacità di influenzare il pubblico. Basta un post con due, tre, al massimo dieci like. “E quando qualcuno viene arrestato per reati di opinione secondo la legge antiterrorismo, viene classificato come detenuto di sicurezza, il che significa che viene tenuto nei bracci di sicurezza”.
Con Itamar Ben-Gvir ministro della sicurezza nazionale e responsabile del servizio carcerario israeliano, dopo il 7 ottobre, le misure sono diventate sempre più dure. “I prigionieri e i detenuti vengono torturati. Vengono privati di adeguate cure mediche, viene loro impedito di incontrare le famiglie. Ci sono anche restrizioni per gli avvocati che visitano i detenuti di sicurezza e i prigionieri. Queste condizioni hanno spinto per lo più le persone che affrontavano accuse penali ad ammettere i reati e ad accettare patteggiamenti”, prosegue Hadeel.
I reclami contro il servizio carcerario non portano a nulla, se la persona è ancora in detenzione un reclamo contro un agente del servizio carcerario può persino significare altra violenza. “Abbiamo rappresentato persone che hanno perso quaranta chili in pochi mesi a causa della politica di privazione del cibo in prigione. O che sono ancora in stato di trauma per il modo in cui sono state arrestate. Anche se la maggior parte delle volte sappiamo che non possiamo trovare giustizia nei tribunali israeliani, proseguiamo. Penso che lottare per la propria innocenza faccia parte del processo (di superamento del trauma)”.
La democrazia che muore nel silenzio
È questo il Paese dove mi accingo ad entrare e che provo a raccontare. Il Paese che a Gaza ha ucciso centinaia di giornalisti e che qui, all’interno dei confini del 1948, rende impossibile la vita ai giornalisti, soprattutto, come spiega Reporters senza Frontiere, se quei giornalisti sono arabi. Anche se, sottolinea RSF, “la repressione contro i giornalisti israeliani che seguono le proteste antigovernative si è intensificata”, e interventi legislativi tentano di rendere più difficile l’accesso alle fonti di informazione critiche.
Un emendamento del 2023 alla legge antiterrorismo, prosegue RSF, punisce chi “consuma sistematicamente e continuativamente pubblicazioni” definite terroristiche. “La sua ampia interpretazione mira a vietare i media ritenuti sfavorevoli, un obiettivo rafforzato da una legge del 2024 che consente il divieto di trasmissione di media stranieri considerati una minaccia alla sicurezza dello Stato”
Uno di questi media è Al Jazeera, che in questi giorni si è vista estendere il divieto di trasmettere per altri novanta giorni, oltre alla chiusura degli uffici e la limitazione dell’acceso a siti web e piattaforme, e i cui giornalisti, secondo un’indagine di Citizen Lab, sarebbero stai spiati con uno spyware di un’azienda israeliana, Candiru. È un software che funziona anche senza fare “click”. AdFection, la chiamano. Basta una pubblicità che passa sul telefono perché possano essere rubati dati sensibili, documenti, file, credenziali, per effettuare screenshot, copiare email e messaggi dalle chat, registrare da microfono e webcam.
Mentre nella mia stanza d’albergo a Gerusalemme inizio ad installare le app che mi servono a comunicare con il resto del mondo, a chiamare un taxi, pagare i mezzi pubblici, inizio a guardare con sospetto quelle pubblicità che mi compaiono davanti, che si aprono improvvise. Mi rassicura il fatto che forse ho scritto troppo di Africa e poco di Medio Oriente negli ultimi mesi, e che essere indipendentie può avermi consentito di passare inosservata, almeno per un po’, in questa società che si fa vanto del suo sviluppo tecnologico, della sua democrazia, l’unica del Medio Oriente, delle sue libertà civili, e oggi mi mostra il suo volto rassicurante, decifrabile perché sembra assomigliarci.
Eppure, in questo Paese che si pone come baluardo dei valori dell’Occidente contro l’ocurantimo araba, io non mi sento abbastanza sicura per scrivere questo pezzo da lì.
Non voglio farmi rimandare indietro adesso. Aspetto di essere in Italia per raccontare che sono la libertà di parola e quella di stampa, a fare, persino prima del diritto a voto, una democrazia.
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