Gaza: il piccolo Hamza è salvo

Scritto da in data Febbraio 15, 2024

Mancavano sei giorni, poi il piccolo Hamza avrebbe finito il cibo che poteva mangiare. Le medicine erano già finite.

Perché Hamza non solo è di Gaza, ma è anche affetto da una rara malattia genetica. Prima del 7 ottobre i suoi genitori riuscivano a cavarsela, poi ogni giorno, è stato quello di una tragedia annunciata nel pieno di una guerra contro la popolazione di Gaza che perdura da oltre quattro mesi.

Alcuni ospedali non funzionano più, altri sono sovraffollati, la famiglia del piccolo è sfollata e vive in una tenda. Ha bisogno di igiene. Entra ed esce dall’ospedale.

E’ un incubo per la gente che sta bene, per i malati cronici che necessitano di routine precisa, la vita diventa impossibile.

Nella Striscia c’erano solo due persone avevano questa patologia che colpisce una persona su un milione, un accumulo di glicogeno di tipo 1b, che rende il fegato incapace di convertire il glicogeno immagazzinato in glucosio a causa dell’assenza dell’enzima necessario. L’altra è morta.

Il sogno di Marta

Radio Bullets viene a conoscenza di questa storia mentre ci troviamo in Palestina, grazie ad un’amica, Alessandra Morelli, ex Onu che ci mette in contatto con Marta d’Agosto, una mamma italiana con una figlia affetta dalla stessa malattia che ha preso a cuore il caso di Hamza.

A Gaza un bambino muore o viene ferito ogni tre minuti

In Italia ci sono una ventina di persone con questa malattia che se seguono la dieta e le medicine giuste, possono avere una vita normale. Marta ha un sogno, quello di salvare Hamza.

In un posto dove un bambino muore o viene ferito ogni tre minuti, Hamza è solo uno dei tanti, ma non per Marta che sa più di chiunque altro cosa significa vivere quel tipo di malattia. E Marta non molla.

E così parlando con chiunque possa darle una mano, riesce ad innescare qualcosa di tanto piccolo quanto epocale: persone che si uniscono per salvare un bambino dalla guerra, dalla mala-diplomazia, dai visti che non arrivano. E Marta non molla.

La forza delle persone

E così chi la conosce si attiva, e chiama qualcun altro, e qualcun altro chiama qualcun altro, giornalisti amici, medici, diplomatici operatori umanitari, politici, religiose. Si trovano numeri, si chiama, si mandano messaggi. Un tam tam umanitario.

Italiani e non solo, si arriva agli Emirati Arabi, a primari, giornalisti, amici. Hamza deve entrare nella lista di quei pochi fortunati che passano in Egitto dove si parla di liste, di corruzione, di conoscenze.

Hamza non entra, qualcuno dice che possono uscire solo i feriti, qualcun altro dice che non si capisce chi decide, qualcun altro non collabora, ma tanti altri ci mettono il cuore.

Hamza non ha tempo

E Hamza non ha tempo. Il suo corpo ha una scadenza se non si riesce a farlo uscire, non sopravviverà.

Parliamo con la mamma di Hamza, con una connessione che va e viene, perché gli israeliani di tanto in tanto, tagliano internet in una Gaza sempre più martoriata. Noi siamo in Cisgiordania, loro sono a poche decine di km che sembrano dall’altra parte del mondo.

Gaza: bambini da salvare, la storia di Hamza

Mamma Haneen Farawneh, 29 anni, faceva l’insegnante. Ci racconta la sua fatica. Quella di essere in guerra, quella di aver un figlio che entra ed esce da ospedali nel mirino dei soldati israeliani, della voglia di vivere dei bambini travolti dalla paura, dal lutto e dalla speranza di non farcela. Ma Marta non molla.

Dall’Italia chiama e fa chiamare. Si irrita e si intenerisce. Coinvolge tutti.

E neanche la famiglia di Hamza dentro e fuori Gaza, si perde d’animo, soprattutto la zia che sta negli Stati Uniti.

E alla fine dopo un mese, quando ormai Hamza è stremato, come ogni persona che vive a Gaza, qualcosa succede.

Come se tutti i pezzi di un puzzle si unissero all’improvviso. E’ l’universo che cospira? E’ Marta che non si è data pace? La zia? I medici? O è la forza di tante persone che si sono unite per fare la differenza? Per essere la differenza?

Il messaggio di Marta

E’ una mattina romana, col suo sole caldo che scalcia un inverno riluttante. Il notiziario è quasi pubblicato, quando il telefono fa un buzz.

Sarà difficile dimenticare quel messaggio: “Hamza è uscito con la sorella e la mamma. E’ in volo per la Turchia. Decideranno da lì cosa fare. Grazie, grazie a tutti quelli che hanno fatto qualcosa”, ci dice Marta facendoci sprofondare in quella gioia commossa dalla quale ci si lascia travolgere.

Perché non capita smesso in un mondo che va a rotoli.

Sappiamo che Hamza è solo un bambino e che ce ne sono migliaia da salvare ma… ma in realtà, non c’è ma. Il mondo è fatto anche di piccole storie, di persone, di azioni, di aiuto condiviso.

Probabilmente non si saprà mai cosa ha sbloccato la situazione. Ci piace pensare che la pressione di un gruppo di persone che si sono messe insieme, è stata capace di sfondare un muro, di attraversare una guerra, di passare sopra a interessi ed egoismi e che abbia regalato una tregua ad Hamza.

Anche se suo padre è ancora dentro, e non si sa quanto sarà in grado di resistere, così come ogni persona schiacciata a Rafah, senza cibo, medicine, acqua, con le bombe che piovono ogni giorno come la peggiore delle tempeste.

Chi salva una vita, salva il mondo intero

Ma ormai lo sappiamo, Marta non molla, né la sua famiglia e neanche tutte le altre persone che sono state capaci di allungare la mano per un bambino sconosciuto, nonostante le resistenze di chi non voleva concedere i visti, di chi non gliene importava niente, di chi non vede oltre al posto dove nasce una persona.

Il Talmud dice: chi salva una vita, salva il mondo intero. Una frase che troppi che usano la religione per i propri interessi, si dimenticano. Perché non sarà l’indifferenza a fermare le guerre, non saranno gli interessi e non saranno gli uomini che si voltano dall’altra parte.

La guerra la fermerà la gente, quella che come Marta, come la famiglia di Hamza e come tutti quelli in cui ci siamo imbattuti, non mollano.

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