Libano, la tregua senza pace
Scritto da Barbara Schiavulli in data Giugno 2, 2026
L’immagine dei soldati israeliani che issano la bandiera sulla fortezza di Beaufort, nel sud del Libano, è diventata in poche ore il simbolo di una nuova fase del conflitto tra Israele e Hezbollah.
Per il governo israeliano si tratta di una vittoria militare e simbolica. Per il Libano, per gran parte della comunità internazionale e per molti osservatori della regione, rappresenta invece qualcosa di molto diverso: l’espansione più profonda delle forze israeliane in territorio libanese dagli anni Duemila e il segnale che la guerra rischia di entrare in una fase ancora più pericolosa.
Mentre Donald Trump annuncia di aver convinto Israele e Hezbollah a una nuova de-escalation, sul terreno continuano bombardamenti, sfollamenti e morti civili. Ancora una volta, il Libano si ritrova intrappolato tra promesse diplomatiche e realtà militare.
Beaufort: il peso della storia e il fascino dell’occupazione
La conquista del castello di Beaufort non è soltanto un’operazione militare, è soprattutto un’operazione politica e simbolica.
Situata su una collina strategica che domina il sud del Libano, la fortezza crociata è stata per decenni uno dei punti più contesi della frontiera israelo-libanese.
Durante l’occupazione israeliana del Libano meridionale, terminata nel 2000, Beaufort era una delle principali postazioni militari israeliane. Tornarci oggi significa evocare una memoria precisa: quella dell’occupazione.
Le reazioni della leadership israeliana non lasciano spazio a interpretazioni. Benjamin Netanyahu ha parlato di una “fase drammatica” della guerra contro Hezbollah. Il ministro della Difesa Israel Katz ha celebrato il sacrificio dei soldati della brigata Golani.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich si è spinto oltre, sostenendo che il ritorno a Beaufort dimostrerebbe quanto fossero stati sbagliati il ritiro israeliano dal Libano nel 2000 e quello da Gaza nel 2005.
Dietro queste dichiarazioni emerge una visione precisa: l’idea che la sicurezza di Israele possa essere garantita attraverso il controllo territoriale e la forza militare permanente. È una teoria già sperimentata in passato. E che proprio in Libano aveva prodotto uno dei conflitti più lunghi e costosi della storia israeliana recente.
Per quasi tutti fuori da Israele, però, il significato è diverso. L’avanzata più profonda dell’esercito israeliano in Libano da oltre venticinque anni assomiglia sempre meno a una semplice operazione di sicurezza e sempre più a una nuova invasione. Una parola che in Israele viene evitata, ma che in Libano riapre memorie ancora vive.

La tregua che nessuno rispetta
Mentre i leader parlano di vittorie, la tregua continua a esistere soprattutto nei comunicati ufficiali. Nelle ultime ore Donald Trump è intervenuto personalmente per cercare di evitare un’ulteriore escalation che rischiava di far saltare non soltanto il fragile e non rispettato cessate il fuoco in Libano, ma anche i delicati negoziati regionali con l’Iran che ha minacciato di bloccare tutto se Israele non smette di bombardare il Libano.
Secondo quanto riferito da Reuters e confermato dalla Casa Bianca, il presidente statunitense ha avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu per fermare l’espansione delle operazioni israeliane verso Beirut.
Trump ha dichiarato pubblicamente che, dopo un colloquio definito “molto produttivo”, Israele avrebbe rinunciato all’invio di truppe nella capitale libanese e che le unità già in movimento erano state richiamate.
Ma la pressione americana non si è fermata a Israele. Trump ha affermato di aver parlato, attraverso intermediari e rappresentanti libanesi di alto livello, anche con Hezbollah, ottenendo l’impegno del movimento sciita a sospendere gli attacchi contro Israele.
Parallelamente Washington ha continuato i contatti con Teheran, che considera il fronte libanese una condizione essenziale per qualsiasi accordo più ampio nella regione. L’Iran aveva infatti avvertito che l’intensificazione dell’offensiva israeliana in Libano avrebbe potuto compromettere i negoziati in corso con gli Stati Uniti.
Secondo la proposta mediata dagli Stati Uniti, Hezbollah avrebbe accettato di interrompere il lancio di razzi e droni in cambio della fine dei bombardamenti israeliani su Dahieh, la periferia meridionale di Beirut, considerata una delle principali roccaforti del gruppo.
Trump ha persino dichiarato di sperare che Israele e Hezbollah smettano di combattere “per sempre”, presentando l’intesa come un primo passo verso una stabilizzazione più ampia del Medio Oriente.
La realtà, però, è molto meno lineare. Poche ore dopo gli annunci, Israele continuava a minacciare nuovi attacchi contro Beirut sud e Netanyahu ribadiva che le operazioni militari sarebbero proseguite se Hezbollah non avesse fermato completamente i lanci contro il territorio israeliano.
Hezbollah, dal canto suo, rivendicava ulteriori attacchi contro obiettivi israeliani nel sud del Libano e lungo la frontiera. Entrambe le parti continuano ad accusarsi reciprocamente di violare il cessate il fuoco entrato formalmente in vigore il 17 aprile e mai realmente rispettato.
Dietro le dichiarazioni pubbliche emergono inoltre tensioni sempre più evidenti tra Washington e Tel Aviv. Secondo Axios, durante una telefonata particolarmente dura Trump avrebbe accusato Netanyahu di mettere a rischio gli sforzi diplomatici americani e persino i colloqui con Teheran attraverso l’espansione delle operazioni in Libano.
Una frattura rara nei toni, soprattutto considerando la tradizionale vicinanza tra i due leader. Le immagini provenienti dal Libano raccontano intanto un’altra storia: famiglie in fuga dai quartieri meridionali della capitale, ospedali danneggiati, villaggi evacuati e una popolazione civile che vive nell’incertezza permanente.
Per molti libanesi, la parola “tregua” è ormai diventata sinonimo di attesa del prossimo bombardamento.
Il costo umano di una guerra senza strategia
Nel sud del Libano i numeri continuano a crescere. Secondo il Ministero della Salute libanese, dall’inizio dell’escalation del 2 marzo gli attacchi israeliani hanno provocato oltre 3.400 morti. Tra le vittime ci sono intere famiglie, operatori sanitari, giornalisti e civili che tentavano semplicemente di continuare una vita normale in mezzo alla guerra.
Uno degli episodi più tragici delle ultime ore ha colpito una famiglia nel villaggio di Qlayaa: un padre stava riportando i figli a casa dopo gli esami universitari sostenuti a Beirut quando la loro auto è stata colpita. Sono morti tutti e tre.
A Tiro, uno degli ospedali della città è stato danneggiato dai bombardamenti. Le immagini diffuse dal Ministero della Salute mostrano corsie devastate, soffitti crollati, vetri infranti e sangue sul pavimento.
Nel frattempo Hezbollah continua a lanciare razzi e droni contro obiettivi israeliani, mentre Israele amplia le operazioni terrestri e promette di creare una zona militarizzata lungo il fiume Litani.
Il rischio è che la logica della rappresaglia sostituisca completamente quella della politica.
Ripetere il passato non significa correggerlo
La convinzione di una parte della leadership israeliana è che i ritiri dal Libano e da Gaza abbiano rafforzato Hezbollah e Hamas e che sia quindi necessario tornare a controllare militarmente i territori considerati strategici.
Ma la storia del Libano racconta una lezione diversa. L’invasione israeliana del 1982 iniziò con rapidi successi militari e con l’obiettivo dichiarato di garantire sicurezza al nord di Israele, si trasformò però in un’occupazione durata diciotto anni, costata migliaia di vite e conclusasi senza aver eliminato Hezbollah, che anzi uscì politicamente e militarmente rafforzato proprio da quella esperienza.
Oggi il rischio è di assistere allo stesso copione. L’avanzata verso Beaufort, i bombardamenti su Beirut, la creazione di nuove zone militarizzate e la convinzione che più territorio significhi automaticamente più sicurezza sembrano riproporre una strategia già sperimentata e già fallita.
Il castello di Beaufort domina ancora le colline del sud del Libano come ha fatto per secoli. Ma la sua conquista non risolve le questioni che alimentano il conflitto. Non ferma i razzi. Non restituisce stabilità al Libano. Non costruisce una pace duratura.
Al contrario, rischia di ricordare quanto sia facile occupare una collina e quanto sia difficile uscire da una guerra.
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