3 aprile 2021 – Notiziario Africa

Scritto da in data Aprile 3, 2021

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  • Tunisia: proteste davanti all’ambasciata italiana a Tunisi per i rifiuti tossici che l’Italia non si riprende (copertina).
  • Mozambico: giunta in salvo la nave con i profughi di Palma.
  • Mali: due attacchi terroristici in un giorno.
  • Repubblica Centrafricana: il governo smentisce la presenza di mercenari russi denunciata dall’Onu.
  • Rep. Dem. Congo: un altro attacco delle ADF.
  • Namibia: a rischio una delle zone incontaminate più belle del mondo per nuove esplorazioni petrolifere.

Questo e molto altro nel notiziario Africa a cura di Giusy Baioni. Musiche di Walter Sguazzin

Tunisia

Mentre 600 container di rifiuti pericolosi e tossici destinati alla Tunisia sono stati bloccati dalle autorità doganali italiane, gli attivisti della società civile della città portuale di Sousse hanno manifestato davanti all’Ambasciata italiana a Tunisi. La manifestazione è stata organizzata giovedì per chiedere il rimpatrio in Italia di 282 container di rifiuti italiani ancora bloccati nel porto di Sousse. Gli attivisti hanno protestato trasportando sacchi della spazzatura con mazzi di fiori e scandito slogan come «La Tunisia non è la spazzatura d’Italia».

Gli attivisti hanno anche mostrato cartelli in italiano e criticato la negligenza delle autorità di entrambi i paesi e la corruzione che dilaga in questo settore.

Durante l’estate del 2020 la dogana aveva scoperto 282 container di rifiuti domestici – la cui esportazione è vietata dalla legge tunisina – presentati amministrativamente dall’azienda importatrice come rifiuti di plastica “innocui”. Alti funzionari doganali erano stati licenziati, così come il ministro dell’Ambiente, incarcerato dalla fine del 2020. E nonostante i procedimenti legali, le 7.800 tonnellate di spazzatura sono ancora in Tunisia. E così gli attivisti di Sousse si sono dati appuntamento giovedì davanti all’ambasciata italiana, portando fiori ma anche striscioni che non potevano essere più espliciti: «mafia italiana+mafia tunisina» o «prendi la tua merda». Ali Souéri, studente giunto apposta da Sousse per manifestare, ha dichiarato a RFI: «Siamo arrabbiati, il nostro paese non è un bidone della spazzatura!». «Chiediamo alle autorità tunisine di mostrare più determinazione« per la restituzione dei rifiuti, ha dichiarato Majdi ben Ghazala, consigliere comunale di Sousse che segue da vicino le procedure: «La mafia italiana dei rifiuti sceglie i paesi che non hanno un sistema di trattamento ecologico dei rifiuti. Secondo la Convenzione di Basilea, questo è un reato perché l’esportazione di rifiuti dovrebbe essere effettuata solo nei paesi che hanno i mezzi per trattare i rifiuti in modo rispettoso dell’ambiente».

Le autorità italiane hanno chiesto all’azienda esportatrice di rimpatriare i propri container, per il momento senza risultato. In Tunisia, 26 persone sono perseguite in questo caso di corruzione e falsificazione di documenti, tra cui l’ex ministro dell’Ambiente. Secondo la legge tunisina e le convenzioni internazionali, i rifiuti domestici sono infatti considerati pericolosi. La loro esportazione è quindi vietata, ma ciò non ha impedito alla società privata tunisina Soreplast di firmare un contratto con la società italiana SRA Campania, specializzata nella raccolta e trattamento dei rifiuti. È questo contratto, che prevede l’eliminazione di 120.000 tonnellate di rifiuti per un importo di oltre 5 milioni di euro, a porre un problema. Si afferma esplicitamente che l’obiettivo di Soreplast è quello di recuperare questi rifiuti per il successivo smaltimento in Tunisia. Il titolare dell’azienda tunisina Soreplast è fuggito ed è ora oggetto di mandato di cattura.

Mozambico

Una barca che trasportava più di mille sopravvissuti all’attacco di Palma, compiuto dai ribelli legati allo Stato Islamico nel nord del Mozambico, è arrivata nel porto di Pemba giovedì. Gli operatori umanitari, al porto, hanno fornito soccorso ai fuggitivi, mentre una folla entusiasta salutava i propri parenti salvatisi dopo l’attacco dei giorni scorsi a Palma. Una fonte diplomatica ha riferito che a bordo c’erano circa 1.200 persone, tra cui 300 bambini e 400 donne. La fonte ha dichiarato a Reuters che tutti quelli a bordo erano persone sfollate a causa della violenza. Secondo un funzionario del Comitato internazionale della Croce Rossa, il governo sta controllando coloro che arrivano a Pemba per impedire l’infiltrazione di gruppi armati.

L’attacco ha sfollato decine di migliaia di persone, molte delle quali sono fuggite nella foresta o hanno tentato di fuggire via mare. Centinaia, tra cui molti lavoratori stranieri, sono stati evacuati per via aerea. I combattimenti sono continuati fino a martedì, ma non c’è per ora modo di verificare in modo indipendente i numeri di morti, feriti e sfollati poiché la maggior parte dei mezzi di comunicazione con la città sono stati interrotti dopo l’inizio dell’attacco, mercoledì scorso. Il governo del Mozambico ha confermato dozzine di morti a Palma. I testimoni hanno descritto corpi nelle strade, alcuni dei quali decapitati. Tuttavia il numero totale delle vittime e degli sfollati rimane poco chiaro.

Il distretto in cui si trova Palma è adiacente a giacimenti di gas naturale del valore di $ 60 miliardi. Ospita circa 110.000 persone, secondo le stime delle Nazioni Unite, di cui oltre 40.000 sfollati interni. A Palma, oltre ai 75.000 abitanti della città portuale, c’erano molti sfollati già vittime di attentati compiuti contro i loro villaggi. In una settimana, più di 8.000 persone sono arrivate nei distretti circostanti. Dopo aver inizialmente minimizzato l’entità dell’attacco a Palma, ieri, in occasione del Venerdì Santo, il presidente del Mozambico ha pregato per le vittime: «Possano le preghiere e le meditazioni portare la pace ai mozambicani. Possa ciò consentire alle popolazioni oggi vittime del terrorismo di porre fine al dolore e alla sofferenza». «Le persone che arrivano sono traumatizzate, sotto shock! Hanno dovuto lasciare la loro casa e hanno assistito a violenze estreme. Hanno visto persone uccise nel modo più violento possibile. È importante che la comunità internazionale vada oltre le parole, deve essere in grado di aiutare», ha dichiarato Margarida Loureiro, capo dell’ufficio dell’UNHCR per Cabo Delgado.

L’Unione africana chiede una risposta regionale e internazionale urgente. Intanto, il gruppo francese Total ha evacuato tutto il personale dal suo sito di estrazione del gas, e ieri il sito è stato chiuso. Il Portogallo, ex potenza colonizzatrice, sarebbe pronto a inviare 60 soldati per aiutare l’addestramento delle forze armate a Cabo Delgado. Anche gli Stati Uniti partecipano all’addestramento delle forze speciali mozambicane. Il Sudafrica ha proposto un intervento diretto a Palma, rifiutato però da Maputo.

Repubblica Centrafricana

Il portavoce del governo della Repubblica Centrafricana smentisce l’uso di mercenari da parte governativa e assicura che «verrà data una risposta ufficiale nei prossimi giorni». Mercoledì 31 marzo, infatti, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha denunciato le «gravi violazioni dei diritti umani» commesse dai paramilitari russi, che combatterebbero a fianco delle forze governative da dicembre, contro i ribelli. Il Gruppo di esperti sui mercenari delle Nazioni Unite denuncia un grande utilizzo di società di sicurezza private da parte delle autorità di Bangui. «Avremmo voluto che questo gruppo di esperti menzionasse tutti gli abusi compiuti dal PCC, dai gruppi armati che si sono ritirati dall’accordo di pace e che sono guidati principalmente da stranieri – ha aggiunto il portavoce del governo – e forse sfide o carenze che le nostre forze armate centrafricane e i loro alleati potrebbero averne sperimentato, ma questo, a quanto pare, non è all’ordine del giorno di questo gruppo di esperti».

L’Ambasciata della Federazione Russa nel paese lunedì aveva dichiarato di aver inviato nella sola capitale Bangui degli “istruttori”, «in maggioranza ex ufficiali della Federazione Russa», che «non prendono parte ai combattimenti» a meno che non siano direttamente «presi di mira». Fonti di Radio Bullets sul posto confermano da tempo la presenza di russi in prima linea e denunciano una situazione tuttora di forte instabilità per la popolazione, presa tra due fuochi.

Intanto ieri uno dei principali gruppi armati, membro della coalizione ribelle che cerca di rovesciare il presidente Faustin Archange Touadéra, ha annunciato la morte del suo leader, Sidiki Abass. In un comunicato, il gruppo “3R” ha annunciato la «triste notizia della morte del suo presidente fondatore, il 25 marzo» in un centro sanitario nel nord del paese, «a seguito delle gravi ferite riportate durante gli attacchi avvenuti a Bossembélé il 16 novembre 2020».

Mali

Due attacchi terroristici hanno preso di mira ieri l’esercito maliano, nel centro del paese, e la Missione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma), nell’estremo nord. Quest’ultimo attacco è stato particolarmente violento. Nella stessa regione, giovedì primo aprile, l’esercito francese aveva effettuato un attacco contro un campo di sospetti jihadisti.

L’attacco a Minusma è iniziato con una ventina di razzi caduti sul campo delle Nazioni Unite di Aguelhoc (regione di Kidal), seguito da un veicolo kamikaze, poi un centinaio di aggressori a bordo di motociclette e pick-up. Lo scontro tra i caschi blu (del contingente ciadiano) e i terroristi è durato quasi tre ore, prima che l’intervento degli aerei della forza francese Barkhane costringesse gli aggressori alla fuga. Un rapporto di una fonte delle Nazioni Unite riferisce di quattro caschi blu uccisi e venti feriti, a fronte di una ventina di jihadisti uccisi.

Quasi contemporaneamente, stavolta nel centro del paese, a Diafarabé, vicino a Tenenkou (regione di Mopti), intorno alle 5 del mattino un campo militare maliano è stato attaccato. Gli aggressori sono stati alla fine respinti, ma tre soldati maliani sono stati uccisi e circa quindici feriti. Durante la risposta del Mali, secondo le fonti, sono stati uccisi da cinque a dieci aggressori. Giovedì, le forze francesi di Barkhane hanno effettuato un’operazione antiterrorismo con elicotteri contro un campo nomade nella regione di Kidal. Secondo diverse fonti locali, un sospetto jihadista e sua moglie sono stati uccisi, la loro figlia ferita è stata evacuata. I due attacchi non sono stati ancora rivendicati.

Intanto, in una lettera inviata alle autorità francesi, una copia della quale è stata condivisa da Mediapart e da The Guardian, Agnès Callamard, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, accusa l’esercito francese di ostacolare le indagini delle Nazioni Unite sull’assassinio di Ghislaine Dupont e Claude Verlon in Mali. E denuncia «inquietanti zone d’ombra». Sette anni dopo l’assassinio dei giornalisti francesi di RFI Ghislaine Dupont e Claude Verlon vicino a Kidal, la relatrice speciale delle Nazioni Unite afferma che l’esercito francese sta abusando delle regole sul segreto della difesa per impedire agli investigatori di stabilire la verità, e denuncia ostacoli alle indagini giudiziarie e una violazione del diritto internazionale. Cita anche le «bugie iniziali» delle autorità francesi. Allusione in particolare al modo in cui l’ex presidente François Hollande aveva modificato le sue dichiarazioni, ammettendo all’inizio l’esistenza di una intercettazione telefonica tra un presunto mandante e un rapitore di Ghislaine Dupont e Claude Verlon. Nella lettera Agnès Callamard è anche interessata al destino di Seidane Ag Hitta, il presunto mandante dell’assassinio. L’uomo è ricomparso in occasione della liberazione di quattro ostaggi, tra cui la francese Sophie Pétronin, lo scorso ottobre. Ag Hitta ha partecipato ai negoziati. Callamard denuncia quella che per lei costituisce «una progressiva riabilitazione» della mente del duplice omicidio. Tanto più, aggiunge, dal momento che quest’uomo ha servito direttamente o indirettamente come interlocutore per la Francia.

Repubblica Democratica del Congo

Nuovi attacchi dei ribelli delle ADF a Beni, nel Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo, si sono registrati questa settimana. Stavolta i ribelli hanno colpito la località di Manyama, importante località agricola finora risparmiata dalle violenze.

«Le popolazioni di questi villaggi sono allo sbando – ha dichiarato a RFI il presidente della société civile locale –. Il numero esatto non è noto, ma è quasi l’intera popolazione del villaggio di Manyama. C’erano molte persone lì perché Manyama non aveva ancora subito attacchi delle ADF. Ecco perché tutti quelli che stavano fuggendo da Maleki erano andati a Manyama per coltivare la terra».

Intanto, martedì 30 marzo le forze armate della RDC (FARDC) hanno annunciato che amplieranno la cooperazione militare con gli eserciti dei paesi della sub-regione. Gli incontri bilaterali tra i funzionari della sicurezza della RDC e quelli del Rwanda si sono moltiplicati da quando è al potere Félix Tshisekedi. L’obiettivo dichiarato è porre fine ai gruppi armati. I termini della cooperazione non sono però stati rivelati, e questo solleva interrogativi sia nella società civile che nei rappresentanti politici. A metà marzo è stato ricevuto a Kinshasa il capo di stato maggiore delle forze armate ruandesi. Sarebbe stato sviluppato un piano comune. Tuttavia nessuna informazione è filtrata su questo piano. Il timore è che queste manovre portino a ulteriori operazioni militari congiunte nell’est del paese. Nel dicembre 2020 il gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla RDC aveva riferito di operazioni militari effettuate dall’esercito ruandese nel Nord Kivu tra la fine del 2019 e l’inizio di ottobre 2020. Cosa che Kigali ha sempre negato.

Benin

Una dozzina di oppositori sono detenuti con varie accuse, a volte gravissime, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali previste per domenica 11 aprile: un numero abbastanza elevato di oppositori politici, ma anche di voci critiche del potere, che sono state arrestate o detenute, alcune con l’accusa di associazione a delinquere, altre per finanziamento del terrorismo, altre ancora in nome di una legge sul digitale adottata nel 2018. Le imminenti elezioni presidenziali si svolgeranno dunque in un clima teso, poiché la maggior parte degli oppositori non ha potuto presentarsi. Secondo le denunce delle associazioni per i diritti umani, alle persone incarcerate in diverse occasioni non è stato consentito di vedere i parenti e le discussioni con gli avvocati non si sono svolte in privato, il che è ovviamente contrario al diritto internazionale.

Ciad

Anche il Ciad andrà al voto l’11 aprile. E anche qui la tensione aumenta. Ieri la casa dell’avversario Saleh Kebzabo, che ha ritirato la candidatura contro il presidente uscente Idriss Déby Itno, in lizza per un sesto mandato, è stata circondata dalla polizia e dalle forze di sicurezza. Kebzabo voleva organizzare una manifestazione davanti a casa sua per invitare i ciadiani a boicottare le elezioni dell’11 aprile. Riunione vietata dalle autorità in quanto l’avversario non è più un candidato alla presidenza. Almeno venti camionette antisommossa della polizia sono arrivate davanti alla residenza. La polizia ha allontanato i giornalisti venuti a seguire l’incontro e si è ritirata solo la sera. Saleh Kebzabo denuncia «un restringimento della democrazia in Ciad».

Etiopia

Stati Uniti, Germania, Francia e altri paesi del G7 sono di nuovo intervenuti, ieri, sulla situazione in Etiopia, chiedendo un’indagine indipendente e trasparente su presunte violazioni dei diritti umani durante il conflitto nella regione settentrionale del Tigray. I ministri degli esteri del G7 di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti e il capo della politica estera dell’UE Josep Borrell hanno espresso le loro preoccupazioni in una dichiarazione congiunta.

«Tutte le parti devono esercitare la massima moderazione, garantire la protezione dei civili e rispettare i diritti umani e il diritto internazionale», hanno affermato i ministri. «È essenziale che vi sia un’indagine indipendente, trasparente e imparziale sui crimini denunciati e che i responsabili di queste violazioni dei diritti umani siano tenuti a renderne conto». Si chiede che il ritiro delle forze eritree dal Tigray sia rapido, incondizionato e verificabile, e che venga istituito un iter politico, accettabile per tutti gli etiopi, che porti a elezioni credibili e a un processo di riconciliazione nazionale.

Nigeria

Si moltiplicano le critiche dopo la partenza, martedì scorso, per Londra del presidente nigeriano Muhammadu Buhari per motivi di salute. I principali leader dell’opposizione e il mondo medico lo vedono come una conseguenza diretta del fallimento del governo nel riformare un sistema sanitario in crisi. Sui social l’hashtag #BuhariMustGo (Buhari deve andarsene) è stato condiviso decine di migliaia di volte. L’opposizione rileva che il denaro dei contribuenti viene utilizzato per pagare questi viaggi, mentre il presidente non ha intrapreso alcuna azione per ripristinare il sistema sanitario nel suo paese. Alcune persone chiedono ironicamente che Buhari sia curato in uno degli ospedali «magnifici e di successo» che ha costruito. L’obsolescenza delle apparecchiature in Nigeria rende questo paese uno dei peggiori del continente in termini di salute, mentre il numero dei medici è molto insufficiente: in media due medici ogni 10.000 abitanti. Dal 2016 Buhari ha effettuato diversi viaggi a Londra per motivi medici. Il suo stato di salute è stato anche oggetto di dibattito durante l’ultima campagna elettorale, con l’opposizione che ha affermato che non sia fisicamente in grado di governare.

Costa d’Avorio

La Camera d’Appello della CPI ha confermato mercoledì 31 marzo 2021 la decisione di assolvere definitivamente dalle imputazioni di crimini di guerra e crimini contro l’umanità Laurent Gbagbo e Charles Blé Goudé. Dopo più di dieci anni di procedimento dinanzi alla CPI, l’ex presidente ivoriano e il suo ex ministro della Gioventù, che vivono rispettivamente in Belgio e nei Paesi Bassi, vengono quindi rilasciati. Entrambi hanno già dichiarato di voler tornare in Costa d’Avorio. Decisione che potrebbe alterare pesantemente gli equilibri politici del paese.

Sudafrica

La South Africa’s Reserve Bank (SARB) ha dichiarato giovedì di aver imposto sanzioni amministrative alla filiale di Johannesburg della Deutsche Bank. La banca centrale del paese ha affermato di aver  riscontrato debolezze nelle sue misure di controllo sul riciclaggio di denaro a seguito di un’ispezione condotta nel 2019. Una sanzione di 28 milioni di rand ($ 1,91 milioni) è stata inflitta a Deutsche Bank, ha detto la SARB.

Namibia

Gli abitanti dei villaggi che vivono vicino al delta dell’Okavango hanno lanciato l’allarme, dopo che la compagnia canadese Reconnaissance Energy Africa (nota come ReconAfrica) ha acquistato licenze dal governo namibiano per condurre perforazioni petrolifere esplorative in tutto il paese e in Botswana.

La società, secondo l’emittente britannica Sky News, ritiene che l’area potrebbe contenere uno dei più grandi giacimenti petroliferi del mondo e scoprirlo potrebbe trasformare completamente il paese e potenzialmente renderlo ricchissimo. Si pensa che il petrolio sia situato in particolare nel bacino del Kavango, una vasta area che copre la maggior parte della Namibia e del Botswana, ma anche Angola, Sud Africa, Zambia e Zimbabwe. Parti del bacino ospitano anche alcuni dei paesaggi incontaminati più belli del mondo, una vasta gamma di animali selvatici, alcuni dei quali a rischio di estinzione, e centinaia di specie di uccelli. ReconAfrica potrebbe espandere il numero di siti di trivellazione petrolifera nell’area e costruire vaste infrastrutture, se la supposizione sulle dimensioni del giacimento petrolifero si rivelasse vera. ReconAfrica, dal canto suo, ha affermato di essere «consapevole e rispettosa delle leggi sulla terra della Namibia» e «ha lavorato a stretto contatto con il governo della Namibia e le autorità tradizionali per essere molto precisi sull’uso del suolo». Altri abitanti del villaggio sono eccitati dai piani di ReconAfrica e credono che gli investimenti stranieri porteranno al paese lo sviluppo tanto necessario.

Guinea

La Guinea giovedì ha segnalato il suo primo nuovo caso di virus Ebola in quasi un mese, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. In un post su Twitter, il direttore dell’Ufficio regionale dell’OMS per l’Africa, Matshidiso Moeti, ha rivelato che il caso è stato registrato a Souloutavillage della regione sud-orientale di N’Zerekore. «Siamo rattristati nel sentire del caso #Ebola segnalato in Guinea dopo 27 giorni senza un nuovo caso confermato. Restiamo in allerta − sostenendo gli sforzi di sorveglianza e la preparazione delle autorità sanitarie guineane nelle aree vicine», ha detto il direttore dell’OMS per l’Africa, Matshidiso Moeti, su Twitter.

Niger

Mohamed Bazoum ha prestato giuramento come nuovo presidente della Repubblica del Niger. La cerimonia si è tenuta ieri pomeriggio a Niamey, a ridosso di un tentativo di colpo di Stato fallito all’inizio di questa settimana. Si tratta della la prima transizione democratica del potere in Niger dall’indipendenza dalla Francia nel 1960. Il presidente uscente Mahamadou Issoufou, dopo due mandati quinquennali, ha ceduto il potere a Mohammed Bazoum, ex ministro degli interni, 61 anni, suo braccio destro. Un tentativo di colpo di Stato è fallito, martedì notte, dopo che un’unità militare ha tentato di impadronirsi del palazzo presidenziale. Gli assalitori, provenienti da una vicina base aerea, sarebbero fuggiti. Nel suo primissimo discorso, il nuovo presidente ha reso omaggio a Mahamadou Issoufou che lascia dopo dieci anni al potere. Bazoum si pone in continuità con Issoufou, riprendendone i temi: migliorare l’istruzione, e in particolare l’istruzione delle ragazze, i dati demografici, la corruzione, ma soprattutto combattere il terrorismo. Da segnalare la mano tesa alla società civile. Presenti all’investitura dieci capi di stato africani, tra cui il presidente del Burkina Faso Kaboré e il ciadiano Idriss Déby. La Francia era rappresentata dal ministro degli Affari esteri, Jean-Yves Le Drian.

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