Ascesa e declino del neoliberismo

Scritto da in data Luglio 20, 2020

Oggi parliamo del neoliberismo e per farlo torniamo al 1981, insediamento alla Casa Bianca di un nuovo Presidente repubblicano, Ronald Reagan. Ex attore, dalla parlantina sciolta, sentite un po’ cosa disse nel suo discorso di insediamento: “… in the present crisis government is not the solution to our problem, government is the problem”.

Non hai voglia di leggere? Ascolta il podcast. La musica, la voce, gli effetti renderanno l’esperienza più coinvolgente!

Traduciamo:

“… nell’attuale crisi il governo non è la soluzione al nostro problema, il governo è il problema”.

Il governo è il problema

Questa frase passò alla storia perché nella sua causticità sintetizzava un intero pensiero politico. Dopo decenni di politiche keynesiane, di forte intervento dello Stato nell’economia anche nei paesi capitalisti, i neoliberisti sostenevano, in estrema sintesi, che il mercato dovesse essere liberato da lacci e laccioli. Si doveva ridare spazio allo spirito imprenditoriale, si doveva ridurre il perimetro di intervento dello Stato nell’economia, procedendo a massicci piani di privatizzazioni, riducendo la pressione fiscale, riducendo la spesa sociale, liberando risorse che lo Stato impiegava in maniera inefficiente. Bisognava liberalizzare gli scambi commerciali, liberalizzare la finanza e i movimenti di capitale. Occorreva anche liberalizzare il mercato del lavoro riducendo lo strapotere dei sindacati ed eliminando tutele ai lavoratori.

Nei decenni successivi le teorie neoliberiste conobbero un successo eclatante diventando il pensiero dominante sia in ambito accademico, come anche a livello politico. Le politiche economiche dei vari governi occidentali si ispiravano al nuovo Verbo, quello del capitalismo rampante, senza più freni, il capitalismo che, tra l’altro, proprio in quegli anni, aveva sconfitto il comunismo.

La crisi irreversibile dei sistemi sovietici

Gli anni Ottanta del Novecento furono il periodo della crisi irreversibile dei sistemi sovietici. Il declino, soprattutto economico, dell’Unione Sovietica aveva causato una profonda crisi politica che portò al potere un riformatore convinto come Michail Gorbaciov, il quale tentò di riformare dalle fondamenta quel sistema ma non ci riuscì e il risultato fu il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del suo impero.

Nello stesso periodo l’altro grande paese comunista la Cina, guidata all’epoca da un leader molto intelligente e lucido come Deng Xiao Ping avvia invece una radicale riforma della sua economia, abbandonando i vecchi schemi ideologici del comunismo. La parola d’ordine che Deng Xiao Ping lancia ai contadini cinesi è: “Arricchitevi!”. Di Deng Xiao Ping si ricorda anche il seguente aforisma:

“Non importa se i gatti siano bianchi o neri, l’importante è che acchiappino i topi”,

spesso citato a conferma di un approccio molto pragmatico alle questioni economiche. Deng si rende conto che la Cina è riuscita, grazie al regime comunista, a riconquistare la sua indipendenza politica ma è ancora un paese di contadini poveri e se la Cina vuole recuperare quel ruolo, che ha avuto per secoli, di grande potenza e di grande civiltà, deve svilupparsi economicamente. Se per farlo bisogna abbandonare i vecchi schemi ideologici non c’è nessun problema: se il mercato e il capitalismo sono un modo più efficiente per raggiungere lo sviluppo economico, la Cina adotterà il mercato.

La fine dell’Unione Sovietica porta negli anni Novanta all’affermazione di un’unica grande potenza globale: gli Stati Uniti d’America. Le grandi innovazioni tecnologiche di quegli anni – l’informatica, il personal computer, internet, i telefoni cellulari – consentono di accorciare enormemente le distanze. Le nuove tecnologie informatiche applicate alla produzione e alla circolazione delle merci, aumentano in maniera esponenziale la diffusione delle informazioni e della conoscenza e, quindi, anche della produttività.

Il mondo diventa più piccolo e inizia una nuova globalizzazione.

Una nuova globalizzazione

Anche qui le teorie neoliberiste favorevoli all’abbattimento di ogni ostacolo al libero movimento di merci, capitali e lavoro, agevolano una globalizzazione rapida e sregolata, che certamente fa crescere il livello degli scambi commerciali ma causa anche nuovi insanabili squilibri.

Ma in quegli anni si sviluppa sempre più anche un altro fenomeno: la crescente finanziarizzazione dell’economia. Vengono eliminate tutta una serie di normative che ostacolavano i flussi di capitale tra i vari paesi, crescono a dismisura i paradisi fiscali, si eliminano tutta una serie di controlli sulle attività bancarie e finanziarie. Il risultato è una crescita abnorme, ipertrofica della finanza, che acquisisce una sua autonomia staccandosi nettamente dall’economia reale, cioè dalla produzione effettiva di beni e servizi.

La deregolamentazione del settore finanziario serve anche per un’altra ragione. Le politiche di riduzione dei diritti dei lavoratori, di precarizzazione del lavoro e di compressione salariale hanno un perverso effetto economico. I lavoratori infatti sono un costo per l’impresa ma sono, per l’economia nel suo complesso, anche dei consumatori. Se i loro redditi reali si comprimono, ridurranno i loro acquisti di beni e servizi e quindi si ridurranno i profitti delle imprese. La soluzione escogitata dai neoliberisti è semplice: favorire l’indebitamento. Contenimento salariale e promozione dell’indebitamento sono due facce della stessa medaglia. Si possono chiedere prestiti per qualsiasi tipo di spesa: per acquistare una casa, un’auto, un elettrodomestico ma anche per pagare gli studi ai figli, le spese dentistiche, una vacanza e persino i funerali. Il risultato è l’esplosione del debito privato un po’ in tutti i paesi dell’Occidente, un po’ meno in Italia. Le ragioni principali del ritardo italiano sono sostanzialmente due: innanzitutto la relativa arretratezza del nostro sistema bancario e finanziario e dall’altro l’elevata propensione al risparmio delle famiglie italiane. Gli italiani, famiglie e imprese, contrariamente a quanto sostiene ancor oggi una deleteria propaganda nordeuropea, non sono e non sono mai stati un popolo di cicale. Altra cosa ovviamente è il debito pubblico.

Negli anni Novanta la deregulation dei mercati finanziari porta all’abolizione anche del Glass & Steagal Act, una legge importantissima promulgata da Roosevelt negli anni Trenta che separava nettamente le banche d’affari o d’investimento, quelle che possono fare speculazione sui mercati finanziari, dalle banche tradizionali, per dirla in termini semplici, quelle che si occupano del risparmio dei clienti e dei prestiti alle famiglie e alle imprese. Quella normativa serviva per evitare che le banche utilizzassero, per esempio, i risparmi della clientela per operazioni speculative. Venendo meno tutta una serie di vincoli e di controlli sull’attività bancaria esplode la finanza, l’economia di carta, la speculazione, anche quella ad alto rischio.

La bolla finanziaria e la crisi del 2008

Tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio le attività finanziarie crescono a dismisura, cresce in maniera abnorme anche il mercato dei derivati – prodotti finanziari inizialmente creati per proteggersi dal rischio – che diventano in pochi anni realtà evanescenti senza più alcun sottostante reale. Si crea quindi un’enorme bolla finanziaria. Basti pensare, per dare un ordine di grandezza, che all’inizio del 2008 a pochi mesi dal fallimento della banca Lehman Brothers, a fronte di un PIL mondiale che si aggirava all’incirca sui 50.000 miliardi di euro, c’erano in circolazione derivati per un valore di oltre 500.000 miliardi di euro, dieci volte tanto.

La finanza, che pure è un’attività fondamentale per far funzionare in maniera efficiente un sistema economico, stava diventando una sorta di tenia che divorava qualunque cosa e distruggeva attività produttive.

L’ipertrofia della finanza porta alla crisi del 2008. Il 15 settembre del 2008 fallisce la banca d’affari americana Lehman Brothers e determina uno sconquasso in tutto il sistema finanziario, prima statunitense e poi mondiale. Nell’arco di pochi mesi la crisi dalla finanza si estende all’economia reale, con il fallimento di migliaia di aziende e milioni di persone che perdono il lavoro.

Per fronteggiare la crisi finanziaria che rischiava di portare al fallimento centinaia di istituti bancari e quindi al collasso dell’intero sistema capitalistico, gli Stati sono costretti a intervenire con iniezioni massicce di liquidità nel sistema bancario. In molti paesi diverse banche vengono nazionalizzate o ricapitalizzate con generosi aiuti statali.

La crisi del 2008 mette in discussione l’intero apparato ideologico neoliberista. Il mercato lasciato libero da lacci e laccioli non è stato capace di autoregolarsi ma ha causato la peggior crisi finanziaria ed economica dopo quella del 1929.

La crisi causata dal coronavirus

A dodici anni di distanza un virus assassino, una pandemia, uno di quegli eventi che nei tempi moderni non eravamo più abituati a vedere e affrontare ma che, nei secoli passati, avevano periodicamente falcidiato le popolazioni del pianeta, si ripresenta e causa una crisi ancora peggiore di quella del 2008-2009. Anche in questo caso per affrontare la crisi, per evitare il collasso del sistema, gli Stati sono costretti ad intervenire con iniezioni massicce di liquidità e di aiuti.

Il vecchio slogan di Ronald Reagan che abbiamo sentito all’inizio – lo Stato non è la soluzione ai nostri problemi, lo stato è il problema – per quanto suggestivo, è superato dagli eventi storici.

Il sistema capitalistico e il mercato hanno sicuramente molti vantaggi e sono, in alcuni contesti, dei sistemi molto efficienti per organizzare le attività economiche. Hanno, però, un fondamentale difetto: non sono in grado di affrontare gli imprevisti, non sono in grado di affrontare le crisi, non sono in grado di affrontare i grandi cambiamenti storici. Le grandi sfide che l’umanità si trova a fronteggiare attualmente – pensiamo ai cambiamenti climatici o, ne parleremo nella prossima puntata, alla diffusione massiccia dei processi di automazione, come anche il tema non più eludibile della distribuzione delle ricchezze – sono tutte questioni troppo complesse che il mercato non è in grado di risolvere. Le teorie neoliberiste che hanno avuto un grande seguito e un grande, e forse, immeritato successo, ormai mostrano la corda.

Risulta sempre più evidente che quel grande movimento culturale diventato ideologia, come accade spesso alle ideologie finisce per basarsi su visioni semplicistiche, riduttive e schematiche della natura umana, e le grandi promesse di maggior ricchezza e maggiori opportunità per tutti, col tempo si sono rivelate delle grandi illusioni.

Il neoliberismo come tutte le grandi rivoluzioni culturali, di qualunque segno politico siano, si basava anche su analisi molto lucide sui difetti, le criticità, le inefficienze, gli sprechi dell’intervento dello Stato nell’economia: il problema è che le soluzioni proposte hanno spesso causato problemi ancora più gravi. Come dice il saggio, di buone intenzioni è lastricata la via per l’inferno. E le, talora, ottime intenzioni dei neoliberisti si sono irrimediabilmente schiantate contro l’inferno delle crisi, di fronte alle migliaia di aziende fallite, ai milioni di lavoratori che hanno perso il lavoro, il reddito, la casa, la dignità, la speranza di una vita se non migliore, quanto meno decente.

Idee schiantate

L’idea che il mercato lasciato libero avrebbe dato maggiori opportunità a tutti si è schiantata contro la crescita delle grandi multinazionali che dominano interi settori schiacciando i piccoli operatori. Si è schiantata contro l’aumento ormai inaccettabile delle disuguaglianze, con piccole oligarchie che continuano ad accumulare ricchezze e potere mentre la gran parte sia dei lavoratori che della middle class continuano a perdere diritti, reddito, opportunità, prospettive. Le maggiori opportunità il neoliberismo le promette a tutti ma le concede a pochi.

L’idea che la finanza, il credito facile, avrebbero creato nuova ricchezza per tutti si è schiantata nel 2008 contro la crisi dei mutui subprime, i titoli tossici, i fallimenti di banche e società finanziarie, i pignoramenti che hanno portato via la casa a milioni di “poveri cristi” che a quella grande promessa avevano creduto.

L’idea che la privatizzazione, anche di diritti inalienabili come quello alla salute, portasse a un miglioramento dei sistemi sanitari si è schiantata contro la pandemia da coronavirus, quando si è visto che la sanità pubblica è stata più efficiente nell’affrontare crisi sistemiche.

L’idea che si dovessero togliere tutele e diritti ai lavoratori per renderli più efficienti, più flessibili, più disponibili ad accettare sacrifici, si è rivelata per quello che è: un’idea antiquata, ottocentesca. L’idea che gli esseri umani diventino più produttivi e più efficienti se li si fa vivere in uno stato perenne di incertezza, di precarietà, di ansia, di paura – la paura di perdere il lavoro, la paura di perdere il proprio reddito, di perdere i pochi diritti rimasti, la paura di non farcela – è una sesquipedale stupidaggine. Le persone, anche chi fa i lavori peggiori e più umili, diventano produttive e svolgono al meglio il loro lavoro se le si tratta bene, se gli si dà una retribuzione dignitosa, se le si fa sentire utili e importanti, se si è capaci di dargli le giuste motivazioni, se si sentono rassicurate, valorizzate e apprezzate.

L’idea che i profitti, i soldi, l’avidità, siano dei valori in sé, anzi, i valori cardine attorno ai quali organizzare la nostra vita, le nostre società, la nostra economia, si è rivelata un’idea quantomeno volatile, perché se ti trovi intubato in una terapia intensiva ti rendi conto che le cose importanti sono forse altre: le persone a cui vuoi bene e che ti vogliono bene, le persone che hai conosciuto e ti hanno insegnato qualcosa, i tuoi sogni, i tuoi progetti, quelli che hai realizzato e quelli che vorresti realizzare, le carezze che hai dato o avresti voluto dare e quelle che hai ricevuto, le risate che ti hanno ridato il buon umore, le volte in cui qualcuno o qualcosa ti ha trasmesso un’emozione, le volte in cui ti sei innamorato, tutte le volte nelle quali con il tuo impegno sei riuscito a raggiungere un obiettivo, piccolo o grande che fosse, e ti sei sentito forte e vivo.

E in quel momento, quando ti trovi faccia a faccia con un virus assassino e realizzi che potresti perdere tutto, anche la cosa più cara hai, cioè la tua vita, ti rendi conto che saresti disposto a pagare tutti i soldi del mondo per vedere il sorriso di un medico o di un’infermiera che ti dica: lei ce la farà!

L’episodio precedente

Il ruolo dello stato nell’economia

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Opinioni dei Lettori
  1. Giovanni Ga   On   Luglio 25, 2020 at 2:56 pm

    1) Il punto di Gary Gorton è che il problema della crisi del 2008 è stato fondamentalmente il fatto di aver dato un rating troppo alto ai mutui “impacchettati” e non sufficienti garanzie (Gorton prende in considerazione l’ipotesi di un’assicurazione da parte del governo sui prodotti AAA). Ci sono casi in cui una banca fallisce senza che ci sia una crisi paragonabile a quella del 2008. Mi chiedo anche se sia così scontato che una bolla in un settore e in una certa area geografica debba necessariamente avere ripercussioni su tutto il mondo e di quella scala.
    L’accesso al credito lo considero un diritto. Quello che mi chiedo è se sia necessariamente causa di catastrofi oppure no. Non dobbiamo dimenticare che il microcredito è uno strumento fondamentale per creare sviluppo sociale dal basso.
    2) Tra educanda (o benefattore dell’umanità) e tenia ci sono un’infinità di sfumature. Perché insite con l’argomento fantoccio? Lei attacca chi pensa che chi lavora nel mondo della finanza sia un’educanda. Io non sono questa persona! Sicuramente i criminali non mancano, vuol dire che il la finanza è un covo di criminali? Posso citare diversi film in cui si dipingono gli italiani o gli ebrei come criminali (grazie al cielo c’è stato un drastico calo di film antisemiti), questo vuol dire che gli italiani o gli ebrei siano tutti malfattori?
    3) Non ha capito che sulla sanità pubblica la pensiamo allo stesso modo… Rilegga il mio commento!
    4) Titoli tossici non è sinonimo di derivati. Possiamo considerarli un sottoinsieme dei “credit derivatives”. Mi sa dire dei 500 trilioni di euro (calcoliamo sul nozionale se le fa piacere) quanti sono i “credit derivatives”?
    5) Questa è logica da liceo: (“Lo zucchero fa male” E “Favorisce l’obesità”) IMPLICA “Lo zucchero fa male”. Forse vuole riformulare l’esempio…
    I derivati continuano ad essere prodotti per tutelarsi dai rischi, come le assicurazioni. Questo indipendentemente dal fatto che alcuni assicuratori sono dei truffatori.
    6) Ok, se con “ansia” e “paura” intendiamo il discorso di Padoa Schioppa (che comunque non usa questi termini), capisco cosa si intende. Non userei questi termini ma è una questione di forma e non di sostanza. Basta capirsi. A questo punto però non vedo la “sesquipedale stupidaggine”. Ho conosciuto personalmente dei lavoratori che ricevendo lo stesso trattamento a parità di “rendimento lavorativo” decidono di fare il minimo (e a volte meno). Che in Europa dagli anni 70 ci siano problemi di produttività è un dato di fatto. Come è un dato di fatto che gli USA recentemente abbiano superato la produttività europea.

    Io mi sento molto scettico nei confronti del “neoliberismo” o come vogliamo chiamare questa tendenza alla deregulation. Tuttavia se vogliamo combattere queste teorie dobbiamo saperne estrarre il (poco di) buono che c’è, ovvero bisogna riconoscere che in media le persone seguono gli incentivi. Quando qualcosa “conviene”, gli agenti (che siano persone o aziende) lo fanno. Se lavorando o non lavorando mi pagano lo stesso, mi conviene non lavorare.

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