Corri Wilma, corri

Scritto da in data Luglio 19, 2020

Se c’è un film che più di tutti mi ha colpito fin da quando lo vidi da bambino e che continua, ancora oggi, per motivi diversi, a stupirmi e a farmi riflettere, quello è Forrest Gump. Un capolavoro sotto tutti i punti di vista: dalla scrittura, alla colonna sonora fino alla straordinaria recitazione di Tom Hanks e Robin Wright. Si va be’, tutto vero ma che c’entra? C’entra, perché quando ho letto la storia dell’atleta protagonista di questa puntata di Sportcast non ho potuto fare a meno di pensare alle similitudini che ha con la pluripremiata pellicola di Zemeckis.

Invece di leggere prova ad ascoltare: la musica e la narrazione renderanno l’esperienza più coinvolgente!

Un’infanzia difficile

Wilma Rudolph nasce nel ’40, a Clarksville, non lontano dall’Alabama di Forrest Gump. Così come quella del personaggio interpretato da Tom Hanks, l’infanzia della Rudolph è tutt’altro che semplice visto che all’età di quattro anni contrae, insieme, scarlattina e poliomielite dopo che, anni prima, ha già fatto i conti con il morbillo, la pertosse e una polmonite doppia. Rischia di perdere gli arti inferiori ed è costretta a portare un supporto lungo le gambe fino ai nove anni, quando lo toglie per sostituirlo con una specifica scarpa ortopedica. Stessa sorte che tocca al piccolo Gump, anche lui, sebbene se per un problema diverso e assai meno grave, costretto da bambino a indossare un apparecchio alle gambe. Entrambi sono bersaglio dell’opinione pubblica e vengono guardati con distacco, per non dire disprezzo. Anche qui è uguale la sostanza ma diversa la motivazione: mentre Forrest Gump viene bullizzato per il suo ritardo, per la Rudolph è un problema di colore della pelle: Wilma Rudolph è nera e per i neri, in quegli anni, soprattutto nel sud degli Stati Uniti, è tutto molto ma molto più complicato.

Ad esempio, trovare un ospedale disposto a prendere in cura una bambina nera con la polio è tutt’altro che semplice. L’unica soluzione è il Meharry Hospital dove lavora un’équipe di medici di colore, se non fosse che la struttura è a più di 80 chilometri da casa e la Rudolph deve andarci due volte a settimana. Per due anni, grazie all’incredibile dedizione sia della madre che dei numerosi fratelli e sorelle (è la ventesima in famiglia se si considerano anche i figli della prima moglie del padre), Wilma Rudolph percorre il lungo tragitto da casa all’ospedale a bordo di un bus Greyhound, ovviamente sul retro, negli unici posti consentiti agli afroamericani. Dopo 200 di quei lunghi viaggi, la Rudolph è – finalmente – in grado di camminare anche se con un tutore in acciaio che le sorregge la gamba sinistra.

“Il medico disse a mia madre che non avrei più camminato ma mia madre non ci volle credere e mi disse che sarei guarita. Finii per credere a mia madre”,

racconta Wilma Rudolph nella sua autobiografia.

Risolti i problemi di salute, la Rudolph può cominciare a dedicarsi all’attività sportiva; lo fa al liceo, un liceo per soli neri ovviamente: e già, se neri e bianchi non possono mischiarsi negli ospedali figurarsi a scuola. Sarà così fino al 1954, l’anno in cui, grazie al processo Brown contro Board of Education, la segregazione razziale nelle scuole pubbliche degli Stati Uniti diventerà incostituzionale. Una sentenza che anticipa il Civil Rights Act del ’64 con cui, oltre che nelle scuole, viene dichiarata illegale la segregazione sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale.

Dal basket all’atletica

Torniamo alla Rudolph che comincia la sua attività sportiva con il basket, sport in cui è piuttosto brava e dove si guadagna il soprannome di “skeeter”, ovvero zanzara per via della sua rapidità. Proprio per le sue doti atletiche, Ed Temple, l’allenatore di atletica dello stato del Tennessee, la seleziona immediatamente per far parte della sua squadra, anche se la Rudolph non ha ancora raggiunto l’età minima per iscriversi al college. Temple si è accorto che oltre alle incredibili doti atletiche, la Rudolph ha un grandissimo spirito competitivo misto a forza d’animo, sviluppati entrambi, come rivelerà la stessa atleta nella sua autobiografia, a seguito dei momenti difficili vissuti a causa della malattia. Temple capisce di aver fatto bingo quando invita la statunitense a partecipare a una manifestazione estiva a Philadelphia in cui la Rudolph vince tutte e nove le gare in cui è iscritta. Sotto la guida di Temple continua ad allenarsi regolarmente all’università, nonostante sia ancora all’high school, e con la squadra dei Tigerbelles, appena sedicenne, grazie al tempo fatto registrare ai Trials di Seattle nei 200 mt, riesce a qualificarsi per i Giochi olimpici di Melbourne del ’56. È l’atleta più giovane di tutto il team USA a partire per l’Australia, e riesce anche a conquistare una medaglia, di bronzo, nella staffetta 4×100.

Quando la Rudolph torna a scuola, orgogliosamente ci va con la medaglia ed è impaziente di farla vedere ai suoi compagni, che se la passano di mano in mano per studiarla e ammirarla da vicino. Quando la medaglia torna alla Rudolph è piena di impronte e l‘atleta comincia a lucidarla scoprendo, con sommo dispiacere, che il bronzo non brilla.

“Ho deciso che quattro anni dopo avrei puntato direttamente all’oro”,

racconta la Rudolph in un’intervista al Chicago Tribune.

Quando nel ’58 può finalmente iscriversi all’università e frequentare più assiduamente gli allenamenti, rimane incinta ed è costretta a perdere quasi l’intera stagione. Oltretutto, a complicare le cose, il padre della Rudolph non vede di buon occhio il compagno della figlia a cui proibisce di vedere la bambina che viene cresciuta, perlopiù, da Yvonne, una delle tante sorelle della Rudolph.

La preparazione verso le Olimpiadi di Roma riprende e la statunitense riesce a recuperare velocemente la forma. La tabella di marcia prevede alcune gare di qualificazione in Texas ma il giorno delle gare, poco prima di arrivare allo stadio, sull’autobus si presenta un problema: l’autista si rifiuta di far salire la Rudolph per il colore della sua pelle. Per fortuna viene trovato un conducente sostitutivo giusto in tempo per farla correre nella gara in cui segna il nuovo record del mondo nei 200 mt. Che dite, la Rudolph si è ripresa dal parto?

Memorie Olimpiche – Bikila, Onishchenko e Redmond

Le Olimpiadi di Roma del 1960

Con la dolce vita a fare da cornice alle Olimpiadi di Roma del ’60, il 2 settembre l’atleta afroamericana Wilma Rudolph vince la sua prima medaglia d’oro ai Giochi, trionfando nella gara più attesa dell’atletica, i 100 mt, con un tempo di 11 secondi: il nuovo record del mondo. Un crono eccezionale, considerando sia le rudimentali metodologie d’allenamento sia che la Rudolph ha appena vent’anni. Il record del mondo, però, non viene omologato visto che, al momento della corsa, il vento soffia a 2,75 metri al secondo, al di sopra dei 2 metri consentiti dal Comitato Olimpico affinché i risultati possano essere conteggiati per i record del mondo. In tutto questo, stando a quanto riporta The New York Times, sembra che il giorno prima della gara la Rudolph avesse avuto un piccolo infortunio alla caviglia inciampando in una buca durante l’allenamento.

Con la sua bellezza, con la sua grazia e con la sua straordinaria velocità, la Rudolph conquista Roma e l’Italia. Il pubblico presente è abbagliato dalla sua eleganza espressa attraverso quell’ipnotica sequenza di passi rapidi. Viene immediatamente ribattezzata “gazzella nera”, i francesi preferiscono “perla nera” mentre gli inglesi optano per “l’uragano del Tennessee”.

“Sembrava una dea partorita per rendere ancora più speciale quell’edizione”,

ricorda Livio Berruti, il campione italiano della velocità ammaliato anche lui dall’atleta statunitense; durante i giochi corrono voci secondo cui i due velocisti siano impegnati in un affaire, vengono ritratti spesso insieme dai fotografi, mano nella mano. Ultimamente Berruti ha sconfessato questa ipotesi dando la “colpa” a un pugile americano, presente anche lui ai Giochi di Roma che, al tempo, si faceva ancora chiamare Cassius Clay, per il quale la Rudolph sembrava avere un debole.

Ma torniamo in pista: la “gazzella nera” non ha alcuna intenzione di accontentarsi all’oro nei 100 mt, tutt’altro: vince, infatti, con estrema facilità anche i 200 mt in cui, per non farsi mancare nulla, nelle batterie fa registrare il nuovo record olimpico. Ma non è ancora finita, c’è ancora la staffetta 4×100 da correre e vincere: pronostico rispettato anche se con un piccolo brivido, visto che la Rudolph, per un attimo, rischia di perdere il testimone; l’incidente non compromette la gara, anzi anche grazie alla sua frazione gli Stati Uniti fanno registrare il nuovo record del mondo nella specialità.

Riepilogando: 100 mt oro e record del mondo, anche se non omologato; 200 mt oro e record olimpico; staffetta 4×100 oro e record del mondo. Wilma Rudolph, quella che secondo i medici non avrebbe potuto più camminare, è la prima atleta donna statunitense a vincere tre medaglie d’oro in un’unica olimpiade.

Un ritiro precoce

Nonostante la sua strabiliante velocità e il suo talento, si ritira dall’atletica a soli 22 anni, poco prima di laurearsi; alcuni ipotizzarono che il suo ritiro fosse principalmente legato a una questione economica e che non riuscisse a guadagnare abbastanza; anni dopo la Rudolph racconta di essersi ritirata presto perché sentiva di non riuscire a essere all’altezza di sé stessa e di quanto aveva fatto in passato. Fra le molte sue professioni seguite alla carriera agonistica, dopo aver insegnato al college per qualche anno, avvia una fondazione sportiva a suo nome e diventa un’ambasciatrice onoraria degli Stati Uniti nell’Africa occidentale.

Ancora oggi, Wilma Rudolph è uno dei simboli più rilevanti della lotta per i diritti civili e per la causa afroamericana. Nella sua città natale svolse un ruolo fondamentale nel combattere la segregazione, lo stesso Muhammad Ali l’ha più volte considerata come un esempio da seguire. Per tutta la sua vita il tema della discriminazione razziale è sempre stato centrale e si è sempre battuta per questo.

Wilma Rudolph muore nel 1994, appena cinquantaquattrenne, vittima di un tumore al cervello.

“Non bisogna mai sottovalutare il potere dei sogni e l’influenza dello spirito umano. Siamo tutti uguali sotto questa luce. Dentro ognuno di noi c’è il seme di una potenzialità che ci può rendere grandi”.

Che poi è un po’ come dire che: “la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita”.

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Rivincite olimpiche

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