La terra promessa

Scritto da in data Giugno 30, 2020

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Immagina di svegliarti una mattina, aprire le finestre della tua casa non finita, perché stai aspettando di avere un po’ più di soldi per poter completare il lavoro, e vedere un bulldozer pronto a demolire quelle quattro mura che hai messo anni a costruire per dare un rifugio alla tua famiglia.
Immagina una mattina presto di andare verso il campo di olivi che hai ereditato dai tuoi genitori e loro dai nonni, e di trovare gli alberi tutti abbattuti. Immagina di avere un cancro e di non poter passare un posto di blocco perché quel giorno il soldato che avrebbe dovuto lasciarti passare non ha voglia di farlo.
Immagina di vivere in un palazzo, circondato da altri palazzi, e dove in qualsiasi momento potrebbe cadere un razzo e tu non hai un posto dove andare per stare al sicuro perché da una parte c’è il mare e dall’altra un confine. E tu ogni sacrosanto giorno della tua vita ti chiedi cosa hai fatto di male per essere prigioniero di una storia alla quale nessuno sceglierebbe di appartenere.
Immagina di dover insegnare ai tuoi figli che c’è qualcuno che può decidere della sua vita, del suo tempo, del suo spazio. Che potrà trattarlo male, sopraffarlo, umiliarlo.
Immagina di sentirti talmente solo, o abbruttito, da non avere niente da perdere qualsiasi cosa tu faccia.
Immagina di sentirti schiacciato e non poterlo dire a nessuno perché tutti quelli intorno a te provano la stessa cosa.

Un conflitto senza fine

Sono arrivata in Palestina più di due decenni fa quando gli accordi di Oslo erano stati firmati e tutto sembrava possibile. Ero giovane, piena di energia, ero sicura che avrei raccontato la fine di un conflitto che era già vecchio e logorato quando sono arrivata io. Sono stata accolta da due popoli, uno che mi ha spalancato le braccia quasi volesse provare in ogni momento che trascorrevo lì che ero la benvenuta. L’altro che mi metteva alla prova sempre quasi avesse bisogno di conferme da chiunque vi mettesse piede. Ho raccontato la seconda Intifada, ho assistito a elezioni, ho incontrato e intervistato tanta gente che ad un certo punto pensavo di conoscere anche i sassi. Ho attraversato le tre religioni e tutte le loro contraddizioni. Ho imparato che non credere era il modo migliore di rendere giustizia a quel paese, che si trattasse di politica, di schieramenti o di fede. Ho imparato che si può avere torto e ragione sulle stesse cose, che possono esistere versioni differenti, che niente è nero o bianco.

Ho aiutato una donna a partorire sul ciglio di una strada e intervistato un ragazzo che avrebbe piazzato una bomba se non gli fosse esplosa in faccia mentre la costruiva. Ho ascoltato una sopravvissuta all’Olocausto dirmi che i suoi figli le facevano dimenticare l’orrore del suo passato. Ho respirato nella bocca di un bambino che aveva smesso di respirare per i gas lacrimogeni. Poi l’ossigeno lo hanno dato a me, perché senza aria ero rimasta io. Ho scritto dell’evacuazione delle colonie di Gaza, della guerra in Libano, degli omicidi mirati, della morte di Arafat che mi sgridava quando mi intrufolavo in qualche riunione, del rimanere bloccata in un bunker con uno scrittore di destra, del ragazzo che aveva perso una guancia per un proiettile di gomma.
Dei traumi e dei kamikaze. L’assedio alla Chiesa della Natività. Le case abbattute, le case occupate, le case strappate.  Delle chiavi conservate. E i morti, i feriti, i disabili. Dei sogni infranti. E il dolore di madri e padri, di fratelli, di mogli, e i prigionieri, i carcerati, i dissidenti. Le torture. I rapimenti. Non avevo neanche 30 anni quando un soldato mi ha puntato un fucile addosso. Non ho avuto neanche il tempo di spaventarmi, mentre il beige della mia pelle si era tinto di bianco. “Go”, mi diceva e io non sapevo se dovevo andare avanti o tornare indietro. Sono andata avanti trattenendo il respiro e sperando che non si sparasse a una giornalista alle spalle. Ma ad altri è stato fatto. Ogni morte violenta è un’ingiustizia che si perpetua, che si accumula in una gigantesca montagna di odio, alimentata da chi non vuole che tutto questo finisca.

Più ci penso e più mi rimbalzano storie di lotta, di resistenza, di sconfitta. Di radicalismo e di intelligenza. Di eroi e assassini. Di buoni e di cattivi, in un miscuglio di emozioni che mi impregnano l’anima e la penna.
Una volta un bimbo mi disse che gli israeliani vestivano sempre di verde perché gli unici israeliani che conosceva erano i militari, mentre un altro a Tel Aviv mi disse che i palestinesi erano tutti cattivi perché mettevano le bombe. C’è qualcosa di storto in questa narrazione e queste persone vorresti prenderle e costringerle a sedersi allo stesso tavolo, vorresti che si guardassero negli occhi per scoprire che sono parte della stessa storia e che potrebbero decidere loro come dovrebbe andare. Ma ci sono, come sempre, troppi interessi interni ed esterni. Popoli in balia. Popoli abbandonati. Popoli dimenticati.

La politica del Male

Nel tempo la situazione politica è peggiorata. Il radicalismo è diventato la macchia di cui si è tinta la politica diventando ogni giorno più grande, alimentando odio, razzismo, disuguaglianza. E sotto due popoli, da una parte quello che ha una società civile pronta ma non capace di reagire, dall’altra un altro così frantumato da non sapere più cosa fare perché l’essere nel giusto non sembra bastare più.

Da una parte un popolo che non riesce a controllare la politica del suo paese, dall’altra uno che non riesce a fare politica perché un paese non ce l’ha. Un popolo è fatto dalla storia, dalle vittorie e dalle sconfitte, non è solo legato da una terra e da una lingua. Popoli legati da dolori che non riescono a condividere e vedere nell’altro, ma che si alimentano a vicenda. Popoli che continuano a guardarsi indietro, ma che non riescono a realizzarsi nel futuro.

Domani Israele, in flagrante violazione delle leggi internazionali, si annetterà dei pezzi della Palestina. Si è parlato di un terzo ma in realtà arrafferà un pezzettino alla vota per farlo sembrare meno grave di quello che è. Gli israeliani sono scesi in piazza ma nessuno li ha ascoltati. I palestinesi da anni scendono in piazza, ma nessuno li guarda. Le Nazioni Unite hanno detto “non fatelo”, ma non se le fila nessuno. L’Europa, come al solito, perde occasioni come se fosse guano di piccioni da evitare.

E così assisteremo all’ennesima ingiustizia di cui potrà vantarsi il mondo nelle serate d’inverno prima di una qualche riunione. Lo abbiamo permesso. Lo avete permesso. Abbiamo lasciato che per l’ennesima volta i nostri governi non si assumano alcuna responsabilità. Siamo i Ponzio Pilato dell’universo e non ce ne importa niente. Non ci importa del razzismo, dell’apartheid, dell’ingiustizia, delle malattie, dell’ambiente, dei diritti umani. E non ci importa perché domani quando l’ennesima sopraffazione avverrà, noi saremo presi dalle nostre cose, dalla spesa, dai bambini, dal lavoro, dal mare o dalle vacanze. Neanche una pandemia ci ha uniti, perché dovrebbe farlo qualcosa a 2000 km di distanza? Tre ore di volo. Dove non possiamo neanche andare perché, con la scusa del coronavirus, non si entra e non si esce.

Domani prepareremo il pranzo nel momento in cui ancora una volta il popolo palestinese riceverà una inesorabile mazzata. E la riceveranno gli israeliani perché non c’è vittoria senza onore. E la riceverà il mondo che ha dimostrato di non essere, ancora una volta, capace di porre rimedio.

Potremmo fare qualcosa? Beh le manifestazioni per George Floyd negli Stati Uniti ha portato ad una revisione e discussione sulla polizia. Le manifestazione per l’ambiente hanno dato abbastanza fastidio da costringere qualcuno a cambiare anche solo per non ritrovarsi un dito puntato.

E la Palestina? E tutti quei posti che ogni giorno affogano nelle sabbie mobili dell’ingiustizia? Dove sono gli intellettuali, gli influencer, i politici? Dove sono le persone? Dove siamo noi?

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