Ecuador a prova di proiettile tra presidenziali e referendum sul petrolio

Scritto da in data Agosto 17, 2023

di Giunio Santini

QUITO – Quella di domenica sarà una giornata decisiva per il futuro politico e ambientale dell’Ecuador. Gli ecuadoriani, oltre ad essere chiamati alle urne per eleggere il prossimo Presidente e i membri dell’Assemblea nazionale, voteranno per decidere se permettere lo sfruttamento dei pozzi petroliferi nel cuore della foresta amazzonica o bandirlo per sempre.

Una prima assoluta nella storia dei referendum popolari, che mai aveva visto i cittadini di un paese esprimersi su tematiche simili e che potrebbe cambiare per sempre il destino dei parchi naturali ecuadoriani e dell’enorme biodiversità che tutelano.

L’ atmosfera è tesa in vista di queste elezioni, le notizie di questi giorni hanno restituito l’immagine di una campagna elettorale costellata di violenze, culminate nell’assassinio di Fernando Villavicencio, candidato presidente e al quarto posto nei sondaggi, ucciso la settimana scorsa all’uscita di un comizio a Quito.

Una storia che ha colpito il paese, ma che non ha sorpreso i suoi cittadini. Andrès, quiteno, 30 anni, che lavora nelle telecomunicazioni, ma fa anche il tassista per arrotondare, si dice preoccupato ma non sorpreso dal fatto che i narcos siano arrivati con le armi al cuore della capitale. “Sono troppi anni che la politica, connivente e non, lascia alle mafie il controllo dei porti del’Ecuador. In questo clima, le vittime principali sono i più vulnerabili”, ci ha spiegato Andrès, per poi concentrarsi sul referendum: “Sono strumenti per ridare voce a chi non ha avuto un ruolo nel declino dell’Ecuador e ne ha subito solo le conseguenze, è giusto che ci diano la possibilità di decidere del futuro”.

Lo storico referendum propone la possibilità di bandire lo sfruttamento del petrolio, con effetto retroattivo portando allo smantellamento delle strutture già esistenti, contenuto nel sottosuolo del Parco Naturale dello Yasunì, nel cosiddetto blocco petrolifero Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT).

Il parco è la zona con la maggiore biodiversità del mondo. In un solo ettaro di Yasunì, ci sono più specie che nell’intero continente nordamericano: più di 150 specie di anfibi, 121 di rettili, 598 di uccelli, circa 204 di mammiferi e quasi 3.100 piante, oltre a 100.000 specie di insetti.

Lo Yasunì ha un ruolo fondamentale anche dal punto di vista della preservazione di comunità indigene e delle loro tradizioni millenarie. Il suo territorio è stato dichiarato territorio ancestrale della comunità Huaorani e di due delle tribù mai contattate ancora presenti sul pianeta: i Tagaeri e i Taromenane.
Lo sfruttamento dei pozzi di petrolio minaccia queste persone che vivono nel parco, senza contatti con il mondo esterno, in armonia con la natura e secondo la propria cultura ancestrale, e ne ha già decimato le comunità, in quello che alcuni studiosi, come Cordero Haredia e Koeppen, hanno definito un “genocidio”.

Il dibattito

Domenica un “Sì” al referendum significherà lo stop allo sfruttamento dei pozzi, mentre un “No” lascerà la strada libera alle compagnie petrolifere.  Il dibattito tra i due fronti si è infiammato nelle ultime settimane, assumendo risvolti forse sorprendenti, ma soprattutto evidenziando un forte scontro generazionale, che non insolito – in stile Brexit – in caso di votazioni così decisive.

Dalla parte del “No”, oltre alla prevedibile posizione dell’amministrazione uscente che si proponeva di raddoppiare entro pochi anni la produzione di petrolio per raggiungere il milione di barili al giorno, ci sono anche alcune comunità di indigeni che vivono nei pressi del parco. La presenza delle compagnie petrolifere permette loro di avere uno stipendio fisso e un lavoro stabile, che altrimenti avrebbero difficoltà a trovare nel cuore della giungla.

Il fronte del “Sì”, riunito sotto il nome di “Yasunidos”, racchiude dagli ambientalisti agli studenti, ma anche i rappresentanti delle tribù “mai contattate” insieme ai principali sindacati ecuadoriani. Il punto che ribadiscono insieme, è che la dipendenza dal petrolio dell’economia ecuadoriana rappresenta una spada di Damocle sul futuro del paese, considerato il processo di allontanamento delle grandi economie dai combustibili fossili.

Inoltre, sempre Yasunidos spiega che per ogni posto di lavoro offerto dal settore petrolifero, ve ne sono 25 disponibili nel settore turistico, trainato dalle bellezze naturali dell’Ecuador, tra cui i suoi principali parchi amazzonici, il Cuyabeno e lo Yasunì.

Ed è qui che si accende lo scontro tra le generazioni: da un lato i giovani, principale forza lavoro del settore turistico, che temono che lo sfruttamento estremo delle risorse, insieme al clima di insicurezza diffuso nel paese, possano frenare ulteriormente l’afflusso di viaggiatori stranieri, dall’altra, i più anziani, spesso impiegati direttamente o con interessi nel settore petrolifero, che temono una crisi nel momento di transizione verso una nuova economia green.

Le organizzazioni ambientali lavorano da decenni per sottoporre questo tema al voto popolare. Nel 2007, grazie alle pressioni degli attivisti, l’amministrazione Correa propose di fermare il progetto se i paesi più sviluppati avessero contribuito con 3,6 miliardi di dollari per compensare i mancati ricavi dall’esportazione. Dopo circa 6 anni, senza aver ricevuto supporto dalla comunità internazionale, Correa decise di abbandonare questa proposta e, tra numerose denunce, diede il via libera allo sfruttamento dei pozzi del blocco ITT, dove oggi 12 piattaforme petrolifere e 225 pozzi producono 54.800 barili di petrolio al giorno, circa il 10% della produzione totale dell’Ecuador.

Gli attivisti hanno iniziato a raccogliere le firme per indire il referendum già nel 2016. Dopo un primo rifiuto da parte della Corte costituzionale, che ne aveva dichiarato illegittime le sottoscrizioni, quest’anno la proposta è stata accettata e la consultazione popolare fissata per il 20 agosto.

Domenica gli occhi del mondo saranno puntati sull’Ecuador: questo piccolo paese sudamericano, in passato avanguardia dell’ambientalismo con il “Buen Vivir” costituzionale, potrebbe aprire la strada a simili referendum da altre parti e dare una svolta nella tutela della Pachamama.

Photo credits: giuniosantini/ecuador

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