“Soli soli. Morire a Regina Coeli” di Rossella Scarponi

Scritto da in data Dicembre 10, 2020

A cura di Federica Paoli

Anche se quello che ci apprestiamo a vivere sarà un Natale sui generis, con pochi contatti stretti intorno a noi, nelle grandi librerie hanno già iniziato ad accumularsi enormi pile di libri destinati a finire incartati sotto l’albero. In assoluta controtendenza, dunque, ho deciso di parlare di un romanzo che ha già più di un anno di vita e che difficilmente potrete trovare esposto negli scaffali di una grande libreria. A pubblicarlo è la cooperativa “Sensibili alle foglie” la cui cifra distintiva è «un modo di guardare, un modo di cercare, un modo di porre domande sui vissuti delle esperienze estreme, sui dispositivi totalizzanti che sono all’opera nelle istituzioni, sull’immaginario, sulle risposte adattative e sulle risorse creative delle persone che le attraversano».

“Soli soli. Morire a Regina Coeli” è un romanzo di Rossella Scarponi che unisce denuncia, autobiografia, rielaborazione e immaginazione. È l’alba del 30 aprile 1987 quando Mario Scrocca, marito di Rossella, viene arrestato. 36 ore dopo giace cadavere all’obitorio del Santo Spirito, condotto in ospedale già privo di vita nel portabagagli di una 128, morto suicida – così dicono –  mentre era detenuto in una cella antisuicidio e sotto stretta sorveglianza.

Cosa è successo? Come? Perché? Domande senza risposta per una storia senza verità, fatta di omissioni e aspetti che “non tornano”, cristallizzati in un passato mai risolto. Sono ancora gli anni della lotta al terrorismo e la morte di Mario, comunque sia avvenuta, altro non è che un “danno collaterale” nell’ambito di una “guerra giusta”, quella al terrorismo. Parole e pensieri assurdi, in grado di mandare in frantumi per sempre l’esistenza di chiunque, di annientare e gettare in un baratro di solitudine una giovane donna rimasta sola e senza risposte con un figlio piccolo che domanda dove sia suo padre.

Ma non è questo il destino di Rossella. La sua vita prosegue e anche dopo trenta anni sente ancora forte «il bisogno più che il desiderio che certe cose non succedano più». A farsi carico di questo compito è la scrittura, che riannoda i fili e fa tornare  al proprio posto tutti i tasselli. Una scrittura consapevole e matura, un vero filo rosso che lega il passato e le ultime ore di vita di Mario con il presente nel quale Rossella continua a cercare risposte per sé stessa, ma non solo. Quelle risposte che la vita e la giustizia non hanno dato le genera la scrittura, che consente di far combaciare pensieri e ipotesi, di rimettere in fila fatti e sentimenti. Il romanzo porta il lettore in apnea, gli toglie il fiato e il respiro, sconvolge e suscita emozioni potentissime.

L’autrice dichiara e sottolinea la distanza dalla realtà dei fatti che narra, trasformando il proprio nome in Isabella e tenendo il lettore in bilico costantemente tra la prima persona usata per i fatti e le riflessioni di oggi e la terza persona usata per raccontare i giorni terribili del 1987. In questo gioco di rimandi e di specchi chi legge percepisce il portato umano enorme della vicenda narrata e la necessità di trovare delle risposte, di dare voce, di far parlare chi all’improvviso ha ingiustamente smesso di vivere. «Come abbiamo fatto a sopravvivere?», si chiede a un tratto l’autrice. Opponendo vita alla morte, continuando a cercare e generare senso e dignità, autoconservazione e autodeterminazione. “Soli soli”, ma con l’ostinata determinazione di chi ogni giorno continua a nascere, sperare, lottare.

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