Daeş. Viaggio nella banalità del male

Scritto da in data Dicembre 30, 2020

Daeş. Viaggio nella banalità del male (Meltemi, 2020, pp. 164) di Sara Montinaro si legge tutto d’un fiato. Nonostante sia un saggio che racconta sotto il profilo teologico e giuridico − e in parte, sociologico − l’evoluzione del sedicente Stato islamico tra Iraq e Siria, il libro è in qualche modo avvincente. E preoccupante. La creatura mostruosa che Sara Montinaro descrive nel dettaglio, il sedicente Stato islamico, chiamato dispregiativamente Daeş da chi lo combatte, risulta infatti non essere più così anomala. Diventa comprensibile, in qualche modo, anche l’adesione che ha ottenuto. Un’adesione che passa per la religione, il disagio sociale, la voglia di riscatto, i gattini sui social media, il terrore nella popolazione, mischiato a una qualche forma di welfare.

In relativamente poche pagine, Daeş rappresenta una sorta di manuale per chi voglia comprendere cosa sia successo dal 2014 a oggi in una zona del mondo che ha suscitato molto clamore mediatico, ma in cui si è forse perso colpevolmente interesse in Occidente, nonostante la presenza di numerosi e numerose foreign fighters europei che si sono uniti agli eserciti dell’Isis e che in molti casi sono ora ospitati in campi profughi, vere e proprie bombe a orologeria. Il racconto nel libro alterna ciò che è stato provato tramite documenti o inchieste giornalistiche, alle voci delle persone intervistate nel corso del 2020: testimonianze di chi ha combattuto il sedicente Stato islamico (anche mettendo in atto una interpretazione democratica dell’Islam), ma anche di chi ha combattuto con lo Stato islamico, compresa una donna italiana.

Proprio il racconto diretto dell’orrore, di cui Sara è stata testimone in prima persona o tramite le voci delle persone che intervista, è la parte più interessante del libro, che però risulterebbe monco se non partisse dalla spiegazione di come l’Islam si sia ramificato nei secoli dopo la morte di Maometto. Un capitolo, molto interessante, viene anche dedicato al ruolo delle donne all’interno dello Stato islamico. Vittime, senz’altro, ma a volte anche carnefici nella partecipazione a corpi di polizia volti a punire altre donne, o consapevoli spose di combattenti. Infine l’amara conclusione: chi è sul campo si aspetta che Daeş, sconfitto militarmente ma non del tutto sopito, torni in nuove forme con una nuova organizzazione. Ignorare il problema, come stanno facendo i paesi europei, non sembrerebbe una buona strategia.

Per chi volesse approfondire, è disponibile una presentazione del libro in dialogo con Maria Edgarda Marcucci, ex combattente con le YPJ (truppe femminili dell’esercito curdo e parte delle SDF, le Forze Democratiche Siriane).

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