Gaza: il fallimento della politica di Netanyahu

Scritto da in data Ottobre 11, 2023

Quello che sta accadendo in queste ore in Israele e Palestina, non è solo un fatto storico, ma ha un significato politico diretto. L’attacco omicida da parte di Hamas, è arrivato nel momento in cui sembrava che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stesse per completare quello per cui avrebbe voluto essere ricordato: la pace con il mondo arabo, ignorando i palestinesi. L’attacco di sabato ha ricordato agli israeliani e al mondo, nel bene e nel male, che i palestinesi ci sono, che il conflitto secolare li coinvolge in primis, e che non si può fare la pace solo con gli Emirati e l’Arabia Saudita.

L’ultima volta che unità di combattenti ebrei e palestinesi – militari o paramilitari – andarono in battaglia su un fronte così ampio in Israele-Palestina, fu nel 1948. Naturalmente ci sono stati vari scontri nel corso degli anni a Gaza, così come in città della Cisgiordania, come a Jenin, e unità israeliane e palestinesi si sono combattute in Libano nel 1982.

Il NY Times scrive: “Dopo aver guidato Israele per quasi 16 anni in totale ed essere orgoglioso di aver portato prosperità e sicurezza al paese, Netanyahu, 73 anni, ora affronta il palese fallimento delle sue stesse politiche nei confronti dei palestinesi, presiedendo quello che molti israeliani chiamano il peggior massacro di Israele degli ebrei dopo l’Olocausto”.

E la guerra ai tempi dei social si combatte anche con gli influencer. Per questo Israele sta reclutando i blogger più importanti del Paese “a beneficio della difesa israeliana in tutto il mondo”. E il ministero degli Esteri ha annunciato che molti di loro hanno già aderito alla richiesta. “I social network e l’influenza sull’opinione pubblica internazionale sono fondamentali durante la guerra, al fine di mobilitare il sostegno internazionale”, ha spiegato il ministro degli Esteri Eli Cohen.

Nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite due settimane fa, Netanyahu ha presentato una mappa del “Nuovo Medio Oriente”, raffigurante lo Stato di Israele che si estende dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo e costruisce un “corridoio di pace e prosperità” con i suoi vicini in tutta la regione, inclusa l’Arabia Saudita. Uno stato palestinese, o anche l’insieme delle enclavi rimpicciolite che l’Autorità Palestinese apparentemente controlla, non appare sulla mappa.

Molti ritengono che Netanyahu manterrà il suo incarico per ora. Ma Moshe Yaalon, ex capo di stato maggiore dell’esercito e ministro della difesa, ha chiesto a Netanyahu di pagare il prezzo del suo fallimento e di dimettersi, ha detto in un post su Facebook. Amit Segal, editorialista politico di Yedioth Ahronoth e uno dei giornalisti considerati più vicini a Netanyahu, ha detto che il primo ministro non può sfuggire alla colpa per il fallimento sistemico e per una politica di tolleranza di Hamas nel tentativo di stabilizzare Gaza.

Da quando è stato eletto primo ministro nel 1996, Netanyahu ha cercato di evitare qualsiasi negoziato con la leadership palestinese, scegliendo invece, di metterla da parte in qualsiasi occasione. Israele non ha bisogno della pace con i palestinesi per prosperare, ha ripetutamente affermato Netanyahu, la sua forza militare, economica e politica, è sufficiente.
Il fatto che durante gli anni del suo governo, in particolare tra il 2009 e il 2019, Israele abbia sperimentato la prosperità economica e il suo status internazionale sia migliorato, è ai suoi occhi la prova che stava facendo la cosa giusta. Gli accordi di Abraham firmati con il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti, e successivamente anche con il Sudan e il Marocco, hanno rafforzato questa convinzione.

“Negli ultimi 25 anni ci è stato detto ripetutamente che la pace con gli altri paesi arabi sarebbe arrivata solo dopo aver risolto il conflitto con i palestinesi”, ha scritto Netanyahu in un articolo su Haaretz prima delle ultime elezioni. “Contrariamente alla posizione prevalente”, ha proseguito, “credo che la strada per la pace non passi per Ramallah, ma la aggiri”. Un accordo di pace con l’Arabia Saudita avrebbe dovuto essere la ciliegina sulla torta della “pace” che Netanyahu ha dedicato anni a preparare.

Netanyahu non ha inventato la politica di separazione tra Gaza e Cisgiordania, né l’uso di Hamas come strumento per indebolire l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e le sue ambizioni nazionali di creare uno Stato palestinese, ma l’ha nutrita.
Il piano di “disimpegno” da Gaza dell’allora Primo Ministro Ariel Sharon del 2005 si basava su questa logica. “L’intero pacchetto chiamato Stato palestinese, è caduto dall’agenda per un periodo di tempo indefinito”, aveva detto Dov Weissglas, consigliere di Sharon, spiegando l’obiettivo politico del disimpegno in quel momento. “Il piano fornisce la quantità di formaldeide necessaria affinché non ci sia alcun processo politico con i palestinesi”.

Netanyahu non solo ha adottato questo modo di pensare, ma vi ha anche aggiunto il mantenimento del dominio di Hamas a Gaza come strumento per rafforzare la separazione tra la Striscia e la Cisgiordania. Nel 2018, ad esempio, ha accettato che il Qatar trasferisse milioni di dollari all’anno per finanziare il governo di Hamas nella Striscia incarnando le osservazioni fatte nel 2015 da Bezalel Smotrich (allora membro marginale della Knesset, e oggi ministro delle finanze), che “l’Autorità Palestinese è un peso e Hamas è una risorsa”.

“Netanyahu vuole Hamas in piedi ed è pronto a pagare un prezzo quasi inimmaginabile per questo: metà del paese paralizzato, bambini e genitori traumatizzati, case bombardate, persone uccise”, ha scritto nel maggio 2019 l’attuale ministra israeliana dell’Informazione, Galit Distel Atbaryan, quando doveva ancora entrare in politica, ma era conosciuta come una importante sostenitrice di Netanyahu.

Lo stesso Netanyahu aveva  ammesso in una riunione del Likud che “chiunque vuole ostacolare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas. Questo fa parte della nostra strategia, isolare i palestinesi di Gaza dai palestinesi di Giudea e Samaria”.

Il rafforzamento della recinzione (muro) di Gaza è diventato un altro aspetto della strategia di Netanyahu. “La barriera impedirà ai terroristi di infiltrarsi nel nostro territorio”, ha spiegato Netanyahu quando ha annunciato l’inizio dei lavori nel 2019 per aggiungere una barriera sotterranea che doveva costare più di 3 miliardi di shekel.
Due anni dopo, il giornalista israeliano Ron Ben-Yishai scrisse su Ynet che l’obiettivo finale della recinzione, considerata una barriera impenetrabile per i terroristi, era quello di “impedire un collegamento tra Hamas a Gaza e l’Autorità Palestinese in Giudea e Samaria (Cisgiordania per il resto del mondo ndr.)”.

Sabato mattina questa recinzione è stata abbattuta, e con lei la dottrina di Netanyahu – adottata dagli americani e da molti stati arabi – secondo cui potesse essere possibile fare la pace in Medio Oriente senza i palestinesi. Mentre centinaia di militanti attraversavano indisturbati il ​​confine per occupare postazioni dell’esercito e infiltrarsi in decine di comunità israeliane fino a 28 kilometri di distanza, Hamas ha dichiarato nel modo più chiaro, doloroso e omicida possibile che il conflitto che minacciava la vita degli israeliani, era in corso.

Le ultime violenze, hanno intensificato tra gli israeliani la sensazione che le loro istituzioni, anche quelle leggendarie militari e di intelligence, siano incompetenti. Quando già fino a pochi giorni fa, decine di migliaia di israeliani scendevano ogni settimana per mesi a manifestare contro la riforma giudiziaria del premier.  E ora, questa sensazione ce l’hanno anche gli elettori fedeli alla base di Netanyahu, molti dei quali vivevano nei kibbutz vicino a Gaza che sono stati attaccati.  Anche se ora Netanyahu beneficia dell’unità israeliana  a fronte di quello che sta succedendo, non è escluso che domani, possa dover rendere conto di quella idea che ora si è infranta con un terribile costo umano.

Come la Storia ci insegna, non è possibile fare la pace senza negoziare con i protagonisti di un conflitto. Esattamente come è successo in Afghanistan dove gli americani per disimpegnarsi in fretta, hanno scavalcato il governo afghano, di fatto distruggendolo, e creando una sorte di pace-dittatura surreale che vede la popolazione morire ogni giorno. Allo stesso modo, la non interazione con l’Autorità Palestinese, ci racconta che se Hamas è un protagonista militante di questa storia, l’Autorità palestinese, è un protagonista inesistente.

È impossibile non definire le azioni di Hamas come crimini di guerra: il massacro di civili, l’assassinio di intere famiglie nelle loro case, il rapimento di civili, inclusi anziani e bambini, per portarli a Gaza, e se domani, la Corte Penale Internazionale esercitasse la sua giurisdizione su Israele-Palestina, allora i responsabili di queste azioni dovranno essere perseguiti. D’altro canto, giustizia vorrebbe, che anche l’assedio a Gaza israeliano impedendo l’arrivo di cibo, luce ed elettricità a chiunque, i bombardamenti dilaganti, la distruzione indiscriminata fosse all’ordine del giorno, avesse qualcuno da perseguire, perché un crimine di guerra tale e quale. E perché senza giustizia non c’è pace.

L’attacco di Hamas, però, cinicamente, ha riportato tutti – soprattutto gli israeliani – alla realtà, ricordando che il conflitto è iniziato nel 1948, e non si può far scomparire solo ignorandolo. I palestinesi non sono polvere che si può mettere sotto il tappeto. Hamas, per quanto forte e capace di sorprese, non può distruggere Israele, così come gli israeliani non dovrebbero essere in grado di realizzare un’altra Nakba (o addirittura riconquistare Gaza),a questo punto, ci si può solo augurare che a causa del trauma negli ultimi giorni, si sia fatta strada, l’idea che il conflitto debba essere risolto sulla base della libertà, dell’uguaglianza nazionale e civica e con la fine dell’assedio e dell’occupazione.

In ogni caso, secondo il NY Times, se Israele si considera impegnato in una battaglia per la propria vita, il suo primo ministro di lunga data, Benjamin Netanyahu, sta combattendo, mai come oggi, per la sua reputazione e la sua eredità.

La Striscia di Gaza

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