La rivincita delle parole: resistenza. Il caso delle donne russe e bielorusse

Scritto da in data Febbraio 12, 2021

Julia Kalashnyk, corrispondente da Kyiv, commenta la parola resistenza all’interno di evento congiunto di Radio Bullets e Le Funambole RadioAttive. La parola resistenza deriva dal latino ed esprime un concetto (e un diritto) fondamentale per tutti e tutte noi: quello di opporsi, di resistere a una violenza, a una forza avversa, a un governo autoritario, di esprimere il proprio dissenso verso qualcosa che non ci piace.

Uno degli ambiti dove la parola resistenza calza bene è quello dell’opposizione politica. Come la resistenza civile e politica delle donne in Russia e Bielorussia, con il loro ruolo nell’opposizione e nelle proteste dove partecipano attivamente. Anche se la parità è ancora lontana.

Resistenza

La parola resistenza ultimamente è entrata profondamente nelle vite delle donne russe e bielorusse. A partire dalla quotidianità fino all’impegno politico, nell’intento di opporsi, di resistere a governi autoritari e personalistici come quelli di Lukashenko e Putin. A cosa si oppongono di preciso, quindi? Resistono all’ingiustizia di questi governi e a una crisi sociale in continua crescita, alla repressione, all’oppressione e alla violenza: le immagini di come vengono disperse le manifestazioni, perlopiù pacifiche, in questi paesi è sotto gli occhi di tutti e tutte.  

Nei due paesi slavi la resistenza civile si trasforma spesso in proteste, con le donne che sempre più frequentemente vi prendono parte diventandone la forza trainante, come accaduto nell’agosto 2020 in Bielorussia: dopo le controverse elezioni tante donne sono scese per strada contro Lukashenko e la brutalità della polizia. Si ricordino anche le manifestazioni in Russia, durante le elezioni per la Duma di Mosca o le proteste più recenti di gennaio scorso contro la corruzione e il governo – oramai impossibile da cambiare – di Putin, nonché a sostegno dell’oppositore Aleksei Navalny.

Le donne russe e bielorusse

È chiaro che le donne sono sempre più attive nella vita politica di questi paesi, e sono sempre più numerose nelle proteste. Lo confermano anche i dati riportati in un articolo di Deutsche Welle: in Russia studi recenti mostrano che fino al 2018 alle proteste partecipava circa il 65% degli uomini e il 35% delle donne. Poi è arrivato il 2019, con un’ondata di proteste a Mosca durante le elezioni alla Duma, e il numero di donne è salito fino al 44%. E in Bielorussia tante donne raccontano che, prima dell’agosto 2020, non avevano mai partecipato alla vita politica e non erano mai state coinvolte nell’attivismo. Si sono unite per la prima volta alla resistenza civile dopo le ultime elezioni truccate e la violenza della polizia senza precedenti. 

La parità è lontana

La parità però resta un problema, e lo possiamo vedere dal modo in cui le donne di questi paesi partecipano all’opposizione, a questa resistenza politica. La loro presenza nell’opposizione talvolta avviene quasi per caso, sembra “premuta”, in qualche modo “forzata”, se possiamo usare queste definizioni. Vivono in paesi autoritari e capita che si trovino all’opposizione al posto dei mariti, o dei capi, quando questi ultimi vengono arrestati, come nota anche Ekaterina Shulman, politologa russa, in un’intervista a Forbes Women. Di conseguenza non sono figure di opposizione cresciute separatamente, in un modo strutturale. È il caso della bielorussa Svetlana Tikhanovskaya che coraggiosamente ha preso il posto di suo marito, arrestato durante le elezioni presidenziali, nell’agosto del 2020. Ora anche per Yulia Navalnaya, moglie di Aleksei Navalny, ci si pone la stessa domanda – prenderà il posto del marito o no? – nonostante finora non abbia mai parlato chiaramente di proprie ambizioni politiche.

In Russia e Bielorussia in generale c’è un problema con l’opposizione, visto che è poca ed è sempre repressa; in più ci sono poche oppositrici sistemiche, che nascono separatamente, come per esempio Lyubov Sobol, politica e avvocata del Fondo Anticorruzione di Navalny, oppure Yulia Galyamina, anche lei attivista politica russa. 

Con rammarico si può notare che i diritti delle donne per il momento sono uguali a quelli degli uomini solo in un caso: vengono picchiate, arrestate, minacciate e perseguitate in egual maniera. Ma russe e bielorusse non mollano, resistono e cominciano a partecipare a tutte le forme di resistenza politica e civile, dalle proteste all’attivismo, dall’attività giornalistica all’imprenditoria, perché anche questo è un modo di resistere alle norme patriarcali. 

Foto in evidenzaRenee Fisher on Unsplash

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