Il miracolo economico tedesco

Scritto da in data Marzo 15, 2021

La Germania, uscita distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, in pochi decenni torna a essere una grande potenza economica: cerchiamo di capire come ha fatto.

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La storia di Heinrich Von Kleist

Spesso un’opera letteraria o cinematografica riesce a spiegare un concetto, una situazione, un contesto storico, un modo di pensare meglio di molti saggi di economia, storia, sociologia, filosofia. Uno scrittore o un regista, spesso, riescono a farci comprendere concetti complessi raccontandoci delle storie. E da una storia vogliamo partire oggi per capire alcuni aspetti dello spirito e della mentalità tedesca. La storia è quella narrata da Heinrich Von Kleist, uno dei più grandi poeti e drammaturghi tedeschi, vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento. Rifacendosi a un personaggio storico vissuto nel XVI secolo, Von Kleist scrisse un racconto lungo che si intitolava “Michael Kohlhaas”. Costui era il classico cittadino per bene, un uomo probo, rispettoso delle leggi e dell’ordine costituito, di mestiere commerciante di cavalli nel Brandeburgo, la regione tedesca attorno a Berlino. Un bel giorno, mentre si reca a Lipsia per una fiera, subisce un sopruso: un nobile, il barone Von Tronka, pretende, per fargli attraversare le sue proprietà, il pagamento di un tributo inesistente e poi si trattiene in pegno due cavalli. Kohlhaas è consapevole di aver subito una vessazione e da buon cittadino si rivolge alle autorità per ottenere giustizia. Purtroppo per lui il barone è un uomo potente, è un nobile appartenente all’aristocrazia terriera con molti agganci anche a corte. Le denunce di Kohlhaas si perdono nei meandri delle istituzioni che sono conniventi con il prepotente barone, ma la legge è dalla parte di Kohlhaas il quale non si rassegna e, assetato di giustizia, si trasforma in una sorta di angelo vendicatore che sacrifica tutto: la sua ricchezza, i suoi familiari e persino la sua stessa vita scatenando una vera e propria guerra, mettendo a ferro e fuoco mezza Germania per ribadire un principio. La sua ansia di giustizia diventa un fine, per raggiungere il quale ogni mezzo diventa legittimo. Kohlhaas non è un pazzo ma un uomo lucido e determinato, convinto di aver ragione e questa sua convinzione profonda diventa la sua ossessione che lo porta a compiere e a giustificare ogni sorta di efferatezze, di massacri, di violenze e distruzioni pur di vedere trionfare un principio.

Questa storia è, come molte narrazioni letterarie, una storia universale che, anche decontestualizzata e privata dei suoi riferimenti storici o geografici, ha un valore assoluto.

Da Michael Kohlhaas a Michele Colucci

Ma ora facciamo un piccolo esercizio mentale, proviamo a pensare a uno scrittore italiano che volesse cimentarsi con una storia simile ambientandola però in Italia. Innanzitutto dovrebbe cambiare il nome al protagonista, supponiamo che invece di Michael Kohlhaas si chiami Michele Colucci. Invece di vivere nel Brandeburgo vive nel Lazio, diciamo a Frosinone dove anch’egli si occupa di commercio. Supponiamo che il nostro Michele subisca un sopruso da un personaggio ricco e potente che gli sequestra arbitrariamente due cavalli: a questo punto cosa farebbe? Innanzitutto, è improbabile che si rivolga a un tribunale per ottenere giustizia. Ora, è vero che nei tribunali italiani c’è scritto: «La legge è uguale per tutti», ma il buon Colucci, che è uomo di mondo, sa che si tratta di un motto, una battuta di spirito o al massimo un vago auspicio ma, ovviamente, nessun italiano sano di mente ci crede. Il Colucci però si ricorda di conoscere un onorevole a Roma molto potente e ben ammanicato, poi sua moglie è nipote di un cardinale e i parenti serviranno pure a qualcosa! Il nostro Colucci, anch’egli assetato di giustizia, attiva le sue conoscenze e alla fine giunge alla conclusione, su consiglio sia dell’amico onorevole che del parente cardinale, che forse la questione si potrebbe aggiustare facilmente, si può risolvere con qualche piccolo “aiutino” alle persone giuste, diciamo delle mazzette. Il buon Michele alza gli occhi al cielo, fa un gran sospiro, pronuncia la fatidica frase: «Siamo in Italia!» e mette mano al portafoglio. La questione si risolve in pochi giorni, Colucci riottiene i suoi cavalli, certo la giustizia non ha trionfato ma almeno nessuno si è fatto male. D’altronde come ci hanno insegnato secoli di dottrina cattolica: «La giustizia non è cosa di questo mondo ma dell’altro».

Ora, a parte gli scherzi, siamo partiti da questa storia perché la convinzione, la determinazione, la lucidità con la quale Michael Kohlhaas porta avanti la sua personale guerra contro l’ingiustizia è una caratteristica fondamentale, a nostro avviso, dello spirito germanico. Noi mediterranei diciamo che i tedeschi sono piuttosto “rigidi”, ma questa caratteristica è allo stesso tempo la forza e la debolezza della Germania. La determinazione, la convinzione delle proprie ragioni e la consapevolezza delle proprie capacità portarono i tedeschi alla catastrofe nella Prima e poi ancor peggio nella Seconda Guerra Mondiale. Ma quelle stesse caratteristiche hanno animato il popolo tedesco nel dopoguerra, quando bisognava ricostruire un paese in macerie non soltanto dal punto di vista fisico − almeno metà della città tedesche erano state letteralmente rase al suolo − ma anche, dopo gli orrori del nazismo, dal punto di vista morale. I tedeschi non persero tempo a lamentarsi, a piangersi addosso, ma seppero trovare la forza di tornare a essere, nell’arco di qualche decennio, nuovamente una grande potenza industriale ed economica, un paese moderno e ben organizzato. Un paese, però, che non fu capace di fare pienamente i conti con il suo recente passato nazista anche perché, a parte rarissimi casi di opposizione e ribellione individuale al regime, la stragrande maggioranza del popolo tedesco era stata, attivamente o passivamente, complice di quel regime e dei suoi crimini.

Come noto gli esseri umani sono capaci di fare i conti con tutti e con tutto, tranne con la propria coscienza.

Il miracolo economico tedesco

Ora, per capire le ragioni di quello che qualche economista ha definito il “miracolo economico tedesco” occorre analizzare diverse componenti. Ci fu certamente quella determinazione o “rigidità” tipicamente tedesca di cui abbiamo parlato prima, certamente una grande volontà di riscatto, la voglia dei tedeschi di tornare a essere considerati un popolo civile dopo la follia nazista. D’altronde la Germania era stata considerata per secoli il paese dei “Dichter und Denker”, il paese dei poeti e dei filosofi, uno dei paesi più avanzati al mondo non soltanto dal punto di vista economico ma anche sotto il profilo culturale, scientifico, tecnologico e persino sociale. Fu il Cancelliere Bismarck, l’artefice dell’unità della nazione tedesca nella seconda metà dell’Ottocento, a introdurre i primi provvedimenti di welfare a favore dei lavoratori.

Ma a parte le ragioni culturali e psicologiche, ci furono anche più corpose ragioni economiche che favorirono la rinascita tedesca. Innanzitutto il Piano Marshall, un vasto programma di aiuti economici che gli Stati Uniti misero a disposizione dei paesi europei dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale con due finalità ben precise. La prima era di natura politico-ideologica: bisognava contrastare in tutti i modi la diffusione del comunismo. Tutta l’Europa orientale, compresa anche la Germania Est, era dominata da regimi filosovietici e in molti paesi occidentali c’erano forti partiti e movimenti politici di ispirazione comunista. Favorire la ripresa economica, e quindi la diffusione di migliori condizioni di vita e di benessere per la gran parte della popolazione, serviva a tenere lontani i lavoratori dei paesi occidentali dalle sirene della propaganda comunista. La seconda ragione era di natura economica. Gli Stati Uniti erano emersi dalla guerra come la più grande potenza capitalista, con il proprio apparato produttivo che una volta riconvertito, in parte, alle produzioni civili, necessitava di mercati di sbocco per le sue produzioni. Ma i paesi dell’Europa occidentale potevano diventare mercati di sbocco per i beni americani soltanto se si fossero rapidamente ripresi dopo le distruzioni belliche. Quindi gli aiuti americani furono certamente molto generosi, ma diciamo anche che non furono del tutto disinteressati.

Ma un altro grande aiuto economico i tedeschi lo ebbero dai loro creditori, un dato questo che viene spesso dimenticato sia dai diretti interessati che dai loro acritici sostenitori.

La conferenza di Londra

Nell’agosto del 1953 si tenne la famosa Conferenza di Londra, durante la quale fu sottoscritto un trattato tra la Germania, che aveva accumulato un enorme debito estero e rischiava il default, e i suoi creditori tra i quali c’erano anche l’Italia e la Grecia. Si decise di consentire alla Germania di pagare il 50% di quel debito in un arco di 30 anni e il restante 50% lo si sarebbe dovuto rimborsare soltanto dopo una eventuale riunificazione delle due Germanie. Quando nel 1990 con la riunificazione tedesca, si ripropose il problema di quel 50% di debito pregresso ancora da saldare, il cancelliere Kohl si rifiutò di trattare sostenendo che la nuova Germania doveva affrontare enormi investimenti per completare la riunificazione e se avesse dovuto pagare quel vecchio debito avrebbe corso il rischio di andare in default. I creditori, Italia e Grecia comprese, accettarono la decisione tedesca rinunciando di fatto ai loro crediti: un aiuto non da poco.

Comunque i tedeschi si rimboccarono le maniche e nell’arco di un paio di decenni il loro paese tornò a essere una grande potenza economica. I settori portanti della crescita furono quelli industriali, soprattutto la siderurgia, la chimica, la meccanica di precisione, quello dei trasporti, in particolare quello automobilistico, il comparto delle macchine utensili. L’industria tedesca riuscì a conquistare posizioni primarie nella produzione di beni di consumo durevoli, dalle lavatrici ai frigoriferi, dalle televisioni alle macchine fotografiche. I prodotti tedeschi, che si trattasse di automobili, di televisori o di qualunque elettrodomestico erano ben fatti, affidabili anche se non sempre economici e incontravano l’apprezzamento dei consumatori sia in patria che nei paesi esteri. La Germania tornò a essere dagli anni Sessanta una grande potenza esportatrice, e la crescita del suo export e, dunque, anche degli avanzi commerciali della sua bilancia dei pagamenti, facevano crescere il valore della sua moneta, il marco, che divenne una delle più forti valute a livello internazionale.

Ma ci furono anche altre ragioni di natura sociale e politica che favorirono la crescita economica tedesca. La prima si chiamava “Mitbestimmung” che può essere tradotta come: cogestione, partecipazione. In pratica il modello di relazioni industriali che si afferma in Germania non è un modello conflittuale ma partecipativo. I lavoratori possono eleggere loro rappresentanti nei vertici delle aziende e quindi, in qualche modo, diventano corresponsabili dell’andamento generale dell’azienda. Questo sistema dà ai lavoratori certamente maggior potere − hanno la possibilità, tramite i loro rappresentanti, di intervenire sulle strategie aziendali − ma in cambio debbono ridurre la conflittualità e, in un certo senso, anche le pretese salariali. La moderazione salariale consente alle aziende industriali tedesche di aumentare la loro competitività rispetto ai concorrenti esteri.

Economia sociale di mercato

Un altro elemento importante è il quadro, diciamo, politico-ideologico che ispira i governi tedeschi nelle loro decisioni di politica economica, la cosiddetta “soziale Markwirtschaft” che tradotto significa “economia sociale di mercato”. Per spiegare di cosa si tratta occorre fare un passo indietro agli anni Trenta del Novecento.

In quel periodo in Germania un gruppo di economisti e giuristi fondano una rivista di studi che viene chiamata Ordo. Il titolo del periodico è un termine latino che significa “ordine”, ma anche “norma”, “sistema”. Quel gruppo di intellettuali che si riunisce attorno a quella rivista dà vita a una nuova corrente di pensiero che viene definita ordoliberalismo. L’esponente più importante di quella che fu chiamata anche “scuola di Friburgo”, fu un economista che si chiamava Wilhelm Röpke, un professore poco conosciuto al di fuori dell’ambito accademico.

Ma cosa sostenevano quegli intellettuali? Gli ordoliberali partono da un’analisi della crisi del capitalismo dopo la Prima Guerra Mondiale che trova il suo apice nel crollo finanziario di Wall Street nel 1929, e poi nella devastante crisi economica che ne consegue.

La crisi del capitalismo viene affrontata nel mondo anglosassone, Stati Uniti e Gran Bretagna, con politiche keynesiane di intervento diretto dello Stato nell’economia. In Europa la risposta prevalente è quella dei regimi totalitari, con le politiche corporative e protezionistiche dell’Italia fascista o della Germania nazista o con l’economia pianificata di matrice sovietica. Tutte queste risposte alla crisi per gli ordoliberali sono fondamentalmente sbagliate in quanto antiliberali. Qualunque politica economica di tipo interventista, cioè che preveda un intervento dello Stato nell’economia, è sbagliata, porta alla crescita dei poteri dello Stato e alla riduzione degli spazi di libertà degli individui. Il regime nazista in Germania e quello sovietico in Russia ne sono l’incarnazione peggiore.

Per gli ordoliberali non può esistere il primato dell’individuo sulla collettività come sostengono i liberisti puri, ma d’altro lato non può esserci nemmeno il primato della collettività e quindi dello Stato sugli individui, come avvenuto nei regimi fascisti o in quelli di stampo comunista. Compito dello Stato non è quello di intervenire direttamente nelle faccende economiche ma quello di creare un quadro di regole, di norme giuridiche all’interno delle quali l’economia di mercato possa funzionare sia in maniera efficiente sia in maniera equa, tutelando i diritti individuali. Compito della politica sarà quindi quello di definire un insieme di regole, un ordine (appunto!) nel quale il capitalismo o, se si preferisce, il mercato possa svilupparsi in maniera efficiente, quindi in regime di concorrenza perfetta e di stabilità monetaria, e allo stesso tempo in maniera equa.

Per dirla in maniera molto sintetica, per gli ordoliberali occorre unire due esigenze che spesso nella storia si sono poste su piani contrapposti. Da un lato bisogna garantire la libertà del mercato e delle regole della concorrenza e dall’altro bisogna però anche garantire alcune regole minime di equità e giustizia sociale. Il mercato, se lasciato a sé stesso, diventerebbe una sorta di legge della giungla dove vige la regola che il più forte vince su tutti. La politica deve, in un certo senso, mettere dei paletti precisi allo svolgimento dell’attività economica, ma non deve poi intervenire come attore economico nel libero manifestarsi delle forze di mercato. Va garantita la libertà economica ma vanno tutelati anche i diritti degli individui.

Questa corrente di pensiero influenzò molto un altro economista tedesco, Ludwig Ehrard, che divenne nel dopoguerra anche ministro dell’Economia del cancelliere Adenauer e che fu, di fatto, colui che tradusse in pratica le teorie ordoliberali che ispirarono prima la Costituzione della nuova Repubblica Federale Tedesca, poi il modello di sviluppo che fu chiamato dell’economia sociale di mercato e, infine, la base teorica sulla quale è stato definito il quadro giuridico di molte istituzioni dell’Unione Europea.

Ma dell’Unione Europea, che nasce di fatto con il Trattato di Maastricht, e dell’unificazione politica delle due Germanie, due eventi storici quasi concomitanti, parleremo nella prossima puntata.

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