Il Reddito di cittadinanza tra fake news e drammatica realtà
Scritto da Pasquale Angius in data Luglio 19, 2021
A due anni dall’introduzione in Italia del Reddito di cittadinanza facciamo il punto su questa misura molto dibattuta e controversa.
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Il reddito di cittadinanza
Proseguiamo in questa puntata la nostra analisi sull’Italia e i suoi problemi, parlando di un argomento molto controverso e dibattuto: il reddito di cittadinanza.
L’espressione “paese di cuccagna” deriva dal francese. Il colore blu sin dall’antichità si ricavava oltre che da alcuni minerali anche da una pianta chiamata guado, che appartiene alla famiglia delle Crucifere, per intenderci la stessa famiglia a cui appartengono i ravanelli, i cavoli, i broccoli, il rafano. In epoca medievale nel sud della Francia, nelle regioni attorno a Tolosa, il Lauregais e l’Albigese si era molto diffusa la coltivazione del guado le cui foglie venivano prima raccolte, poi lasciate fermentare, e quindi schiacciate e compattate in palle di una sessantina di chili chiamate cocagne. Una volta vendute, queste palle di guado venivano ridotte in poltiglia e servivano a produrre il colore blu, uno dei colori più richiesti in quanto ritenuto un colore nobile, metafora di spiritualità: e infatti blu è spesso il colore del mantello della Vergine come anche quello del Cristo. Quelle palle di guado erano richiestissime e quindi ben pagate, per i loro produttori erano un guadagno sicuro con uno sforzo relativamente modesto, in quanto si trattava di piante che non richiedevano cure particolari. Da quel termine nacque l’espressione cuccagna e vari modi di dire associati. Nei secoli successivi nell’immaginario collettivo il “paese di cuccagna” diventa un luogo mitico, dove si vive nella ricchezza, tra gli agi, senza bisogno di lavorare, abbandonandosi alla pigrizia e alla crapula.
Molti autorevoli, si fa per dire, politici e opinionisti italiani sono convinti, da un paio d’anni a questa parte − da quando nell’autunno del 2018 è stato introdotto nel nostro paese il Reddito di cittadinanza − che anche l’Italia sia una sorta di «paese di cuccagna dove chi meno lavora più magna!».
Era stato il Movimento 5 Stelle ad avere l’idea di mettere al centro della sua agenda politica il Reddito di cittadinanza, l’attenzione ai più poveri, agli indigenti, quei “miserabili” che erano stati cancellati dalla scena della politica italiana fatta ormai tutta di lustrini, paillettes, show televisivi, esposizione sui social. Poche idee ma molta apparenza, e si sa i poveri hanno un fondamentale difetto: sono tremendamente antiestetici!
Ma i 5 Stelle avevano vinto le elezioni conquistando un terzo dell’elettorato, numeri non sufficienti per governare da soli ma che consentivano di dettare l’agenda politica, e così il nuovo governo giallo-verde nel giro di pochi mesi approva il Reddito di cittadinanza, una misura che con nomi e modalità diverse, lo ricordiamo, esiste in tutti gli altri paesi europei.
Una riforma sociale
Quel provvedimento − piaccia o non piaccia, va riconosciuto − è stato la più grande riforma sociale fatta nel nostro paese negli ultimi trent’anni. E, lo ricordiamo anche per i sinistrorsi, è stata la più grande (forse l’unica) riforma di sinistra fatta nel nostro paese negli ultimi trent’anni!
La vicenda del Reddito di cittadinanza ha dimostrato che persino in Italia, quando c’è una forte volontà politica, le riforme, quelle vere, si possono fare. In pochi mesi il Reddito di cittadinanza fu approvato, messo in cantiere e reso esecutivo. Questo piccolo capolavoro di efficienza, capacità e determinazione ai 5 Stelle gli va riconosciuto e glielo riconosciamo.
Ma quella misura di buon senso e di civiltà ha dato estremo fastidio alla vecchia politica, sia di destra che di sinistra, perché gli ha sottratto uno dei principali strumenti di potere: la gestione clientelare dei sussidi, degli aiuti, delle prebende. Se un povero disgraziato che ha perso il lavoro, non ha reddito e si trova in difficoltà non deve più pietire un aiuto a qualche “cacicco” di provincia, al sottopancia di qualche onorevole, al funzionario della pubblica amministrazione molto sensibile ai “regalini” fuori busta, questo è un fatto certamente rivoluzionario! Ma ovviamente dà un fastidio tremendo ai cacicchi di provincia, ai sottopancia degli onorevoli, ai funzionari sensibili ai “regalini” e tutti costoro, che sono una rete organizzata di interessi, di scambi di favori, di gestione discrezionale della spesa pubblica, di gestione del potere, che si chiama partitocrazia, hanno mobilitato i loro agit-prop: giornalisti, grandi opinionisti, economisti opportunamente piazzati nei più prestigiosi centri studi con incarichi molto ben remunerati. Tutti costoro si sono affaticati per spiegarci quanto sia sbagliato un provvedimento come il Reddito di cittadinanza: disincentiva la ricerca del lavoro, lo prendono anche i furbi che lavorano in nero ed evadono le tasse, lo prendono i rom, lo prendono i mafiosi, gli ex terroristi, i pluripregiudicati, gli extracomunitari.
Poi con il passare dei mesi i toni si sono fatti sempre più accesi e i percettori del Reddito di cittadinanza sono stati definiti fannulloni che preferiscono passare il loro tempo sul divano invece di lavorare. Sono scese in campo anche altre due categorie di cialtroni che in Italia sono sempre ben rappresentate. La prima è quella dei “benaltristi”. Se qualcuno cerca di cambiare qualcosa, di fare una piccola riforma c’è sempre chi si presenta pronunciando, con aria solenne, la fatidica frase: “Ma i problemi del paese sono ben altri…”. La seconda categoria è quella di coloro secondo i quali un qualsiasi provvedimento, se non è perfetto ed esente da qualunque critica, non può essere adottato. Ma, nella ricerca spasmodica del meglio, finiscono il più delle volte col perdersi anche il bene.
Il Reddito di cittadinanza non è certo una misura perfetta, ma ha comunque consentito a 2,8 milioni di italiani di riuscire, quantomeno, a mettere assieme il pranzo con la cena, ridando uno scampolo di dignità a molte persone che facevano fatica persino a dar da mangiare ai propri figli. Ha consentito, nel momento in cui è scoppiato il Covid con tutti i problemi economici che ha generato, di attenuare le più pesanti conseguenze sociali.
Misure di sostegno per i più poveri
Ora, se allarghiamo un po’ lo sguardo, misure di sostegno al reddito per i più poveri esistono da sempre.
Nel 123 a.C., nell’antica Roma, il tribuno della plebe Gaio Sempronio Gracco fece approvare una legge che obbligava lo Stato a fornire a un prezzo fisso, molto basso, di sei assi e un terzo, a ogni famiglia grano sufficiente per produrre ogni mese 45,3 chili di pane, all’incirca un chilo e mezzo al giorno.
Iniziarono così quelle che furono chiamate frumentationes, una misura sociale molto apprezzata dalla plebe romana e, guarda caso, molto osteggiata dai patrizi. Cicerone, portavoce di questi ultimi, vi si oppose fermamente sostenendo che quella misura spingeva i poveri all’inattività oltre che rappresentare un costo eccessivo per le finanze dello Stato, e inoltre era sbagliata perché serviva per comprarsi il sostegno della plebe.
In realtà misure simili erano state applicate già anche da altre città, a cominciare dalla greca Atene, per aiutare le fasce più povere della popolazione durante i periodi di crisi e di carestia, quando la speculazione faceva crescere troppo i costi dei prodotti alimentari.
Nel 58 a.C., sempre a Roma, il tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro fece approvare la distribuzione gratuita del grano, che in epoca imperiale divenne una vera e propria istituzione. Per secoli i cittadini poveri di Roma avranno diritto al frumentum publicum, al grano pubblico.
Nel terzo secolo d.C. l’imperatore Aureliano sostituisce la distribuzione gratuita del grano con quella del pane e vi aggiunge anche piccole quantità di altri prodotti come olio, sale e carne di maiale.
Roma arriva a importare ogni anno più di 3,5 milioni di tonnellate di grano soprattutto dall’Egitto, e per gestire questo sistema complesso di acquisizioni, forniture, stoccaggio e distribuzione viene creata un’istituzione apposita, l’annona, che ha il compito di proteggere i cittadini della capitale dell’impero dalle carestie e dalla fame.
Tornando a tempi più moderni, come dicevamo prima forme di tutela e di sussidi pubblici a favore dei ceti più disagiati esistono in tutti i paesi europei, con modalità e nomi differenti, e dunque non si capisce per quale ragione l’Italia dovrebbe essere l’unico paese europeo a non avere questo tipo di tutele.
La rivoluzione tecnologica
Ma c’è un problema incombente ed è la grande rivoluzione tecnologica, che sta avvenendo sotto i nostri occhi, le cui dimensioni e conseguenze vedremo esplicarsi sempre più chiaramente nei prossimi anni: la rivoluzione dell’automazione e della robotizzazione. Questo cambiamento tecnologico nei prossimi vent’anni distruggerà milioni di posti di lavoro e si porrà un problema economico, ma anche politico e non solo in Italia, di come camperanno quei milioni di persone che perderanno il lavoro e non ne troveranno un altro. Gli economisti dibattono ormai da anni sulla necessità di introdurre un reddito universale di base, poi ognuno se lo chiama come gli pare ma il concetto è lo stesso. In alcuni paesi, dalla Finlandia alla Germania, sono stati avviati anche alcuni esperimenti sociali con l’elargizione a un campione di popolazione di forme di reddito universale per analizzare quali sono le conseguenze, ma anche i problemi e le criticità che queste misure possono generare.
In Italia, invece, il dibattito è ancora fermo a Cicerone, con esponenti politici che si lagnano che non possiamo mantenere i fancazzisti con i soldi pubblici, o sedicenti imprenditori che si lamentano di non riuscire a trovare personale per le loro attività perché la gente preferisce fare la bella vita col reddito di cittadinanza piuttosto che farsi il mazzo.
Qualche numero
Ma vediamo un po’ di dati. Nel primo anno di implementazione della misura, tra aprile 2019 e aprile 2020, il beneficio ha raggiunto 2,8 milioni di individui, una platea più ridotta rispetto al numero di coloro che, secondo i dati Istat, vivevano in povertà assoluta, circa 4,6 milioni di italiani.
Per quel che riguarda la distribuzione territoriale dei beneficiari il 43,2% si trova al Sud, il 23,2% nelle isole, il 20,2% nel Nord e il 13,4% nel Centro. Le regioni con il maggior numero di beneficiari sono la Campania e subito dopo la Sicilia e il Lazio.
Tra i beneficiari circa il 52% sono donne e il 48% sono uomini. Circa 715.000 tra i 2,8 milioni di beneficiari sono minori. Il 12% dei nuclei familiari che percepiscono il reddito sono nuclei numerosi composti da 5 o più persone.
L’importo medio mensile del beneficio per nucleo familiare è di 514 euro, variando da una media di 438 euro per i nuclei composti da una sola persona ai 650 euro per quelli composti da più di 5 persone.
Il 3,8% dei beneficiari sono cittadini dell’Unione Europea, l’8,9% sono cittadini extracomunitari, l’87,3% sono cittadini italiani.
Un altro dato è che entro il primo anno e mezzo della misura uno su quattro dei beneficiari aveva trovato un lavoro, il 65% a tempo determinato. Altro dato importante è che coloro che hanno trovato lavoro lo hanno trovato per loro impegno e non grazie all’attività dei Centri per l’impiego, che avrebbero dovuto indirizzarli in quella ricerca e la cui riforma sembra essere ancora in alto mare.
Nel secondo anno di implementazione della misura, il periodo che va da aprile 2020 ad aprile 2021, c’è stato un aumento del numero di beneficiari del 16%, causato in sostanza dalle difficoltà economiche legate alla pandemia da Coronavirus, che hanno portato anche alla crescita dei poveri assoluti, che in un anno sono passati da 4,6 a 5,6 milioni.
Certamente questa misura non è perfetta e sono state evidenziate anche diverse criticità. Vediamone sinteticamente le più fondate.
Certamente è stato fatto un po’ un pastrocchio, volendo risolvere con un’unica misura troppe questioni che sono anche concettualmente diverse. Un conto sono le misure di contrasto alla povertà, altra cosa sono le politiche attive per il lavoro. Le due cose andrebbero distinte in maniera più chiara, anche perché una consistente percentuale dei beneficiari del reddito sono persone che non avrebbero la possibilità di lavorare perché minori, disabili, malati, anziani; altri avrebbero grosse difficoltà perché hanno livelli di scolarizzazione e competenze professionali bassissimi; altri ancora risiedono in aree del paese, per esempio nel Mezzogiorno, dove il lavoro “hai voglia a cercarlo” ma non lo si trova proprio. Sarebbe quindi più sensato avere una misura universale di sostegno al reddito quando ci si trova, per le ragioni più varie, in condizioni di indigenza e avere poi percorsi di avviamento al lavoro e di formazione professionale per chi è effettivamente in grado di lavorare.
Un secondo problema sono i limiti troppo stringenti previsti per i cittadini non italiani per accedere alla misura. Considerando che un terzo delle famiglie di stranieri residenti in Italia vivono in povertà e, tra l’altro, in molte di quelle famiglie ci sono dei minori, la soglia dei 10 anni di residenza in Italia per poter accedere al reddito è probabilmente troppo elevata.
Un’osservazione economica
Un’ultima osservazione di natura strettamente economica. Dare un reddito minimo a chi, per qualunque ragione, si trovi in stato di necessità non è soltanto una misura di giustizia sociale e di civiltà ma è anche assolutamente sensata dal punto di vista economico. I poveri hanno una propensione al consumo più elevata dei ricchi. Se diamo 500 euro al mese a un indigente sarà difficile che porti quei soldi in qualche paradiso fiscale, più probabilmente li spenderà per soddisfare i suoi bisogni e quindi quei suoi consumi genereranno domanda di beni e servizi e maggior ricchezza per l’economia del paese.
Gli economisti che si sono occupati di sviluppo economico concordano sul fatto che uno degli ostacoli maggiori alla crescita sia la mancanza di opportunità. Se a chi si trova in difficoltà economica diamo un aiuto, sia pur minimo, lo stiamo aiutando a superare il momentaneo disagio e a risollevarsi, gli stiamo dando una nuova opportunità di rientrare a far parte della comunità e di non sentirsi un emarginato.
L’economia è una scienza pratica e funziona secondo il meccanismo degli incentivi e dei disincentivi. L’incentivo migliore per spingere la gente a lavorare, a impegnarsi, a rispettare le regole, a risollevarsi quando cade, a dare il suo contributo alla collettività alla quale appartiene è quello di dargli una mano quando ne ha bisogno e non, come pensa qualche troglodita, di prenderlo a bastonate o di lasciarlo morir di fame quando si trova in difficoltà.
Un ultimo dato: secondo una recente ricerca il 55,2% delle persone che nel 2019 si sono rivolte alla Caritas per ottenere pasti e prodotti alimentari gratuiti avevano percepito il Reddito di cittadinanza. Questo dato ci dice in sostanza che chi percepisce quel beneficio appartiene a categorie sociali vulnerabili, e spesso le poche centinaia di euro del reddito non sono sufficienti, soprattutto per le famiglie più numerose. Ma io sono pronto a scommettere che qualche denigratore di questa misura interpreterà questi dati sostenendo che i percettori del reddito di cittadinanza, oltre a essere fannulloni che preferiscono trascorrere le loro giornate sul divano, sono anche degli scrocconi! D’altronde, si sa, i poveri oltre a essere antiestetici sono proprio delle “brutte persone”!
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