Addio a Marjane Satrapi, la donna che disegnava l’Iran

Scritto da in data Giugno 4, 2026

Per milioni di persone nel mondo Marjane Satrapi è stata anzitutto Persepolis, ma prima ancora di diventare un’opera letteraria e cinematografica, Persepolis è stata una vita.

Nata nel 1969 a Rasht e cresciuta a Teheran  in Iran in una famiglia colta e politicamente impegnata, Satrapi aveva nove anni quando la rivoluzione islamica del 1979 rovesciò lo scià Mohammad Reza Pahlavi e portò al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini.

I suoi genitori avevano partecipato alle proteste contro la monarchia, ma ben presto compresero che la nuova Repubblica islamica avrebbe imposto restrizioni altrettanto soffocanti, soprattutto alle donne.

La giovane Marjane assistette alla progressiva trasformazione della società iraniana: il velo obbligatorio, la segregazione, la repressione politica, la guerra con l’Iraq e il controllo capillare della vita privata.

Da adolescente venne mandata in Europa dai genitori, una scelta dolorosa ma necessaria per proteggerla da un sistema che soffocava libertà e prospettive.

Arrivò in Francia nel 1994 e ottenne la cittadinanza francese nel 2006. Ma l’esilio, come spesso accade, non significò mai una vera separazione dal proprio paese. L’Iran continuò a vivere nelle sue opere, nelle sue battaglie e nei suoi ricordi.

Persepolis: quando una storia personale diventa universale

Con Persepolis Satrapi riuscì in qualcosa di rarissimo: raccontare la complessità dell’Iran a un pubblico occidentale senza semplificazioni e senza propaganda.

Attraverso il linguaggio del fumetto narrò la propria infanzia sotto la Repubblica islamica, la guerra, l’esilio, il senso di appartenenza e la fatica di vivere sospesa tra due mondi.

Non offriva una lezione di geopolitica ma una storia profondamente umana, ed è proprio per questo che riuscì a spiegare più di molti saggi cosa significhi crescere in una società dove la politica entra persino nel modo in cui una ragazza si veste, parla o sogna.

Nel 2007 trasformò il graphic novel in un film d’animazione diretto insieme a Vincent Paronnaud. L’opera vinse il Premio della Giuria al Festival di Cannes e ottenne una candidatura agli Oscar. Sul palco, Satrapi dedicò il riconoscimento “a tutti gli iraniani”.

Non era una formula di circostanza. Per lei l’arte era sempre stata uno strumento politico, non nel senso della propaganda, ma della testimonianza. Raccontare significava resistere.

Negli anni successivi ampliò il proprio percorso artistico con opere molto diverse tra loro. Da Chicken with Plums, tratto da un altro suo romanzo grafico, fino ai film in lingua inglese come The Voices con Ryan Reynolds e Radioactive, dedicato alla vita di Marie Curie con Rosamund Pike protagonista.

Anche quando si allontanava dall’Iran, però, continuava a raccontare persone che sfidavano convenzioni, potere e destino.

La voce delle donne iraniane

Negli ultimi anni Satrapi è tornata a essere una delle figure più riconoscibili dell’opposizione culturale iraniana.

Dopo la morte di Mahsa Amini nel settembre 2022, la giovane curda iraniana arrestata dalla polizia morale per una presunta violazione delle norme sul velo, il movimento Donna, Vita, Libertà è diventato il simbolo della più grande contestazione della Repubblica islamica degli ultimi decenni.

Satrapi si schierò immediatamente al fianco delle manifestanti. Partecipò a cortei, organizzò iniziative pubbliche e utilizzò la propria notorietà internazionale per attirare l’attenzione sulla repressione in Iran.

In una delle sue ultime interviste ricordava come già nel 1983 sua madre e suo padre fossero scesi in piazza contro l’imposizione del velo. Del padre raccontava con orgoglio che era uno dei pochissimi uomini presenti alle manifestazioni.

“Non capivano che i diritti delle donne sono i diritti dell’intera società”, spiegò. Le sue prese di posizione le costarono insulti, minacce e accuse da parte delle autorità iraniane. Venne definita una bugiarda, una spia, una traditrice.

Lei rispondeva con una lucidità che oggi suona quasi come un testamento politico. “Non è che non provi paura. La paura la senti. Poi decidi se darle importanza oppure no”.

Nel 2024 rifiutò perfino la Legion d’Onore francese, la più alta onorificenza della Repubblica, denunciando quella che definì l’ipocrisia di Parigi nei confronti dell’Iran e le difficoltà imposte ai dissidenti iraniani che cercavano di raggiungere la Francia.

Anche in questo caso scelse la coerenza invece del prestigio.

Mattias Ripa, l’amore e il silenzio

Dietro l’artista e l’attivista c’era però anche una donna profondamente innamorata.

Mattias Ripa, produttore, attore e sceneggiatore svedese, era stato per anni il suo compagno di vita e di lavoro. Si erano conosciuti a Parigi e avevano condiviso progetti cinematografici, viaggi, battaglie e amicizie.

Quando Ripa morì l’8 aprile 2025, qualcosa sembrò spezzarsi definitivamente.

Satrapi fondò la Mattias and Marjane Ripa-Satrapi Cinema Foundation, destinata a sostenere studenti stranieri che desideravano studiare cinema a Parigi. Un modo per trasformare il lutto in futuro, come aveva sempre fatto con il dolore.

Ma chi la seguiva sui social aveva già colto il cambiamento. Per mesi il suo profilo Instagram si trasformò quasi in un memoriale. Immagini, lettere e fotografie componevano una lunga dichiarazione d’amore. Una frase ricorreva più delle altre:

“For I lost the love of my life”. Ho perso l’amore della mia vita.

Una donna che aveva raccontato rivoluzioni, guerre, esilio e repressione si ritrovava improvvisamente davanti a un nemico impossibile da combattere: l’assenza.

L’eredità di chi ha scelto di non tacere

Marjane Satrapi lascia libri, film, disegni e una generazione di donne e uomini che attraverso le sue opere hanno imparato a guardare l’Iran oltre gli stereotipi.

Lascia soprattutto un’idea semplice e radicale: che raccontare una storia personale possa diventare un atto di resistenza politica.

Per decenni ha ricordato all’Occidente che dietro ogni regime esistono persone reali, che dietro ogni slogan esistono vite, che dietro ogni rivoluzione ci sono donne che cercano semplicemente di essere libere.

E forse non è un caso che l’ultima immagine che ci consegna non sia quella della dissidente, della regista premiata o dell’attivista.

È quella di una donna che, dopo aver attraversato mezzo secolo di battaglie, continuava a credere nell’amore con la stessa ostinazione con cui aveva creduto nella libertà.

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