27 marzo 2021 – Notiziario Africa

Scritto da in data Marzo 27, 2021

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  • Rwanda: la Francia ha «responsabilità pesanti e schiaccianti» nel genocidio ruandese: presentati i risultati della commissione Duclert  (copertina).
  • Etiopia: Abiy Ahmed annuncia il ritiro delle truppe eritree dopo aver incontrato Isaias Afewerki.
  • Mozambico: nuovo attacchi a Cabo Delgado.
  • Senegal: rilasciati 19 attivisti arrestati nei giorni delle proteste di piazza.
  • Tanzania: sepolto il presidente Magufuli, la nazione in lutto.
  • Kenya di nuovo in lockdown per far fronte alla nuova ondata di contagi da coronavirus.

Questo e molto altro nel notiziario Africa di Radio Bullets, a cura di Giusy Baioni, musica di Walter Sguazzin.
Foto di copertina: wikimedia commons

Rwanda – Francia

Quasi 1.200 pagine: il rapporto della commissione Duclert è stato ufficialmente presentato ieri a Emmanuel Macron. Due anni fa il presidente francese aveva incaricato una quindicina di storici, riuniti all’interno di una commissione presieduta dallo storico Vincent Duclert, di esaminare gli archivi francesi sul genocidio ruandese, tra il 1990 e il 1994. Secondo gli esiti della commissione, la Francia ha «responsabilità pesanti e schiaccianti» negli eventi che hanno portato al genocidio del 1994. Parigi è stata infatti fortemente coinvolta in Rwanda dagli anni Novanta e «allineata» con il regime hutu del paese. Il rapporto rileva che «la Francia ha investito molto tempo al fianco di un regime che incoraggiava i massacri razzisti. È rimasto cieco di fronte alla preparazione del genocidio», e «questo allineamento con il potere ruandese è il risultato di una volontà del Capo dello Stato e della Presidenza della Repubblica» si legge nel rapporto. L’ex presidente socialista francese François Mitterrand e la sua cerchia ristretta sono dunque esplicitamente ritenuti coinvolti. Inoltre, viene sottolineato «il rapporto forte, personale e diretto» tra il presidente francese François Mitterrand e il presidente ruandese allora in carica, Juvenal Habyarimana, che morì nell’attentato aereo del 6 aprile 1994 che diede il via al genocidio. Secondo il rapporto Parigi, nonostante gli avvertimenti, aveva insistito in una «lettura etnica» della situazione in Rwanda. L’RPF di Paul Kagame era percepito come un «aggressore esterno», sistematicamente qualificato come “Ugando-Tutsi”, un “partito straniero” anglofono, mentre il governo allora in carica a Kigali era percepito come il partito a maggioranza hutu, francofono, garante della legittimità democratica. Il rapporto critica infine le massicce consegne di armi al regime rwandese e conclude che «la Francia ha fallito in Rwanda», sottolineando la cecità di Parigi verso quel regime «razzista, corrotto e violento». Tuttavia, negli archivi non esiste alcun documento che attesti consegne di armi dopo l’inizio dei massacri, secondo i ricercatori. Per Macron ciò indica dunque una responsabilità, ma nessuna  complicità con il genocidio: secondo l’Eliseo, se la Francia aveva una responsabilità politica, istituzionale, intellettuale e morale, era però incapace di capire veramente cosa stesse succedendo in quel momento. Il rapporto Duclert esclude quindi, secondo la presidenza, la complicità francese nel genocidio e archivia anche le accuse contro l’operazione “Turquoise”.

Intanto, dal Rwanda di oggi, giunge la notizia che l’ex professore universitario Christopher Kayumba è accusato di tentato stupro e violenza sessuale da un suo ex studente. Kayumba aveva annunciato appena la settimana scorsa il lancio di un nuovo partito di opposizione, la Piattaforma Ruandese per la Democrazia, partito di opposizione non ancora registrato presso le autorità. Kayumba, che è stato da poco liberato dopo un anno di carcere, parla di false accuse e propaganda volte a macchiare la sua reputazione e denuncia anche l’arresto il 21 marzo di un altro membro del suo partito. In Rwanda quasi tutti i partiti registrati sono alleati con l’RPF di Paul Kagame. Christoper Kayumba non aveva ancora presentato domanda per registrare il suo partito.

Etiopia

In Etiopia il primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato ieri il ritiro delle truppe eritree dal Tigray.

Per mesi, sia Addis Abeba che Asmara, hanno negato che le truppe eritree fossero nel Tigray, contraddicendo i resoconti di residenti, operatori umanitari, diplomatici e persino alcuni funzionari civili e militari etiopi. Abiy Ahmed ha infine ammesso il ruolo dell’Eritrea in un’apparizione davanti ai deputati martedì, quindi è volato giovedì ad Asmara per incontrare il presidente eritreo Isaias Afwerki. È durante questa visita che «il governo dell’Eritrea ha accettato di ritirare le sue forze», ha detto Ahmed in una dichiarazione pubblicata venerdì sul suo account Twitter.

https://twitter.com/AbiyAhmedAli/status/1375308233754173440

«La forza di difesa nazionale etiope assumerà la sorveglianza delle aree di confine con effetto immediato». Nella dichiarazione pubblicata ieri su twitter, Abiy Ahmed sottolinea che l’inizio delle ostilità, lo scorso novembre, è stato causato da un attacco del TPLF tigrino alla più grossa base militare etiope nel nord del paese e ha aggiunto che, nei primi giorni di conflitto, il TPLF aveva lanciato più volte razzi su Asmara «provocando così il governo eritreo ad attraversare i confini etiopi».

Sono numerose le accuse di violazioni dei diritti umani compiute in questi mesi da tutti gli attori in gioco, così pesanti da poter configurare crimini di guerra. Nel suo discorso al parlamento di martedì, Abiy Ahmed ha anche riconosciuto per la prima volta che i soldati che se ne sono macchiati dovranno essere identificati e risponderne, e ha aggiunto di aver sollevato il tema «quattro o cinque volte» con Asmara.

Mozambico

La situazione nella regione settentrionale di Cabo Delgado, in Mozambico, è ancora molto instabile. Nuovi attacchi si sono verificati a metà settimana intorno alla città di Palma, molto vicino alle strutture di un megaprogetto estrattivo. Secondo il ministero della Difesa del Mozambico, i militari stanno ora dando la caccia agli aggressori per riprendere il controllo della città di Palma e ripristinare la sicurezza. Quest’area è sede di un enorme progetto di estrazione di gas, che rappresenta quasi 50 miliardi di euro di investimenti. L’attacco è stato lanciato nel giorno stesso in cui il gruppo francese Total ha annunciato di voler riprendere le proprie attività nell’area, dopo essere stato rassicurato dalle misure di sicurezza messe in campo dal governo.

Proprio a causa di questi interessi economici, il conflitto assume ora una svolta internazionale. Gli Stati Uniti addestreranno l’esercito mozambicano per due mesi e anche Francia e Portogallo hanno offerto il loro sostegno. Finora le società internazionali di sicurezza privata che agiscono a fianco del governo non sono riuscite a tenere la situazione sotto controllo. Restano pesanti le conseguenze anche a livello umanitario. L’attacco a Palma ha spinto ancora una volta molti residenti a fuggire, presi nel fuoco incrociato. Dal 2017 Cabo Delgado ha già contato più di 2.600 morti e 670.000 sfollati, molti dei quali si sono rifugiati nella città di Pemba, un po’ più a sud.

Senegal

Il movimento per la difesa della democrazia (M2D) ha fatto ieri il punto sulla situazione in Senegal, dopo i gravi scontri delle scorse settimane costati la vita a diversi manifestanti. Il 12 marzo il movimento aveva sospeso la sua richiesta di mobilitazione in cambio di dieci richieste che il governo avrebbe dovuto adempiere.

In cima alla lista, l’M2D ha chiesto il rilascio “incondizionato” di tutti i prigionieri politici arrestati nel contesto dell’affaire Ousmane Sonko. Questa richiesta è stata a oggi parzialmente soddisfatta. Ieri 19 persone sono state rilasciate dopo una serie di altre liberazioni a partire da mercoledì, tra cui quella di Guy Marius Sagna, coordinatore del movimento Frapp/France Degage. Un primo passo che l’M2D ritiene positivo ma non sufficiente. Yassine Fall, rappresentante del collettivo ricorda che altre decine di giovani sono ancora detenuti: «L’M2D non scenderà a compromessi sul rilascio dei giovani detenuti arbitrariamente».

Tanzania

Il defunto presidente della Tanzania, John Magufuli, è stato sepolto nel suo villaggio d’origine, Chato, nel nord-ovest del paese.

L’inumazione è avvenuta ieri, dopo una settimana di lutto nazionale in cui la sua bara è stata portata in tutto il paese accolta da folle in pianto. Decine di migliaia di persone sono accorse nelle città di Dar es Salaam, Dodoma, Zanzibar, Mwanza e Geita piangendo, lanciando petali e stendendo manti sulla strada mentre passava il corteo funebre.

Molto si è scritto nei giorni scorsi sulle cause della sua morte e sul bilancio controverso del suo governo, ma le scene viste in questi giorni mostrano innegabilmente l’enorme credito di cui godeva presso la popolazione e anche presso diversi altri paesi africani: anche i social sono stati invasi da testimonianze di lutto, rimpianto e lode per il suo lavoro.

Samia Suluhu Hassan, la nuova presidentessa, ha promesso di completare il lavoro di Magufuli. «Lavoreremo duramente per completare ciò che Magufuli aveva iniziato, per portare sviluppo alla gente», ha detto Hassan dopo il funerale.

Costa d’Avorio

La Costa d’Avorio ha nominato primo ministro Patrick Achi, la terza persona a ricoprire l’incarico dallo scorso anno dopo la morte di due predecessori. La nomina di Achi è stata annunciata in una dichiarazione letta venerdì dal capo dello staff del presidente Alassane Ouattara in una conferenza stampa.

Achi, un tecnocrate di 65 anni, è stato segretario generale della presidenza negli ultimi quattro anni. È un funzionario eletto, avendo recentemente ottenuto un seggio in parlamento.

Gibuti

A Gibuti ieri è iniziata la campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del 9 aprile. Ci sono solo due candidati, il presidente uscente Ismaël Omar Guelleh, al potere dal 1999 e in corsa per un quinto mandato, e Zakaria Ismael Farah, uomo d’affari presidente del partito MDEND. Il resto dell’opposizione boicotta il voto.

Diversi partiti di opposizione, ONG e attivisti stanno per firmare una carta che prevede una transizione politica con nuove istituzioni, per difendersi dal caos dopo «l’inevitabile caduta della dittatura». Mohamed Kadamy, il capo del gruppo ribelle FRUD, ha aderito all’iniziativa, sostenendo: «Le elezioni non servono più a Gibuti. Più a lungo il potere va avanti, più saranno presenti i rischi di caos e instabilità. Il motivo per cui abbiamo organizzato questa carta di transizione è prevenire il caos. Dalla caduta del potere, questa carta dovrà essere applicata. E poiché Guelleh non se ne andrà da solo, stiamo costruendo rapporti di forza attraverso diversi tipi di lotte per cacciarlo».

Repubblica Popolare del Congo

In Congo-Brazzaville l’avversario Mathias Dzon, 73 anni, ha presentato giovedì un ricorso per l’annullamento delle elezioni presidenziali tenutesi il 21 marzo scorso. Dzon, che ha ottenuto meno del 2% dei voti, secondo i risultati provvisori che devono ancora essere confermati dalla Corte Costituzionale, ritiene che il voto sia stato viziato da numerose irregolarità e debba essere annullato anche a seguito della morte di un candidato nel mezzo del processo elettorale.

«La mia richiesta di annullamento del ballottaggio del 21 marzo 2021 – afferma – è dovuta principalmente a tre motivi. Il primo motivo è l’esistenza di numerose irregolarità, inclusa l’assenza di vere liste elettorali, l’esistenza di uffici clandestini nella sede del PCT (il partito del presidente Sassou Nguesaso) e presso le case dei parlamentari e dei funzionari del PCT; il divieto ai miei rappresentanti di presenziare nei seggi elettorali; la transumanza di elettori e urne; la distribuzione di contanti su larga scala; il voto di minorenni e stranieri, etc. Il secondo motivo è dovuto alla proclamazione frettolosa di risultati prestabiliti. Il terzo motivo è relativo alla mancata applicazione dell’articolo 70 della Costituzione per l’impedimento definitivo di uno dei sette candidati alle elezioni presidenziali».

Burundi

I media burundesi in esilio in Rwanda da tre giorni sono stati messi a tacere per decisione delle autorità rwandesi. Alcuni giornalisti in esilio in questo paese raccontano di essere stati sacrificati all’altare del realismo politico, da quando i due paesi confinanti hanno intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti, poco più di sei mesi fa.

Radio Publique Africaine RPA, Télé Renaissance e Radio Inzamba, accusate da Gitega di «destabilizzare» il Burundi, trasmettono da Kigali, in Rwanda, dove hanno trovato rifugio dal 2015 al culmine della crisi sotto il regime di Nkurunziza. I funzionari dei media burundesi in esilio in Rwanda sapevano di essere in libertà vigilata. Già nell’ottobre 2020, subito dopo l’inizio del lancio del processo di normalizzazione tra Gitega e Kigali, le autorità rwandesi avevano concesso loro un mese per fare i bagagli, ma avevano continuato a trasmettere senza problemi.

Kenya

Il Kenya ha imposto un nuovo blocco per combattere la terza ondata di infezioni da coronavirus. Il presidente Uhuru Kenyatta ha annunciato ieri il divieto di tutti i viaggi nell’entroterra nella capitale Nairobi e in altre quattro contee. Il tasso di positività al Covid-19 è balzato dal 2% al 22% tra gennaio e marzo, e Nairobi rappresenta quasi il 60% dei casi. Kenyatta ha affermato che i ricoveri ospedalieri sono aumentati del 52% nelle ultime due settimane e che almeno sette persone muoiono ogni giorno di coronavirus.

Nessun trasporto stradale, ferroviario o aereo sarà consentito a Nairobi, Kajiado, Kiambu, Machakos e Nakuru. Saranno banditi anche gli incontri di persona. Anticipato il coprifuoco, dalle 22 alle 20, nelle cinque contee. Anche la vendita di alcolici nelle zone è stata vietata e i ristoranti possono fornire solo servizi da asporto. Il presidente ha anche ordinato «l’immediata sospensione di ogni insegnamento in presenza, comprese le università», a eccezione degli studenti che stanno sostenendo gli esami. Il Kenya aveva riaperto le scuole all’inizio di gennaio, dopo che erano rimaste chiuse per dieci mesi. Il picco di questa ondata è previsto nei prossimi 30 giorni. A chi teme le ricadute economiche, Kenyatta ha risposto: «Sono convinto che il costo dell’inazione sarebbe molto peggiore».

Madagascar

Nel mezzo della seconda ondata, giovedì il presidente malgascio Andry Rajoelina ha incontrato l’Accademia nazionale di medicina del Madagascar. Rajoelina ha finalmente accettato di dare il via libera, in linea di principio, a una vaccinazione anti-Covid sulla Big Island. Il ministro della Salute ha quindi presentato ufficialmente una richiesta all’OMS per avviare l’adesione al dispositivo Covax. Il Madagascar si era distinto per le sue posizioni scettiche nei confronti del coronavirus, e il suo presidente aveva lanciato lo scorso anno il rimedio “Covid Organics”, una bevanda a base di artemisia.

Repubblica Democratica del Congo

Quasi due mesi dopo aver preso il timone dell’Unione Africana, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Félix Tshisekedi, avvia le attività contenute nel suo piano d’azione. Il tema scelto quest’anno dall’organizzazione panafricana è “Arte, cultura e patrimonio: leve per costruire l’Africa che vogliamo”. In questo contesto nella capitale Kinshasa è stato lanciato un premio letterario panafricano, primo nel suo genere.

Il Premio panafricano di letteratura colma un vuoto, quello dell’assenza di un premio accettato a livello continentale. Viene anche, secondo i suoi iniziatori, a correggere l’errore di vedere gli autori africani ricevere premi solo all’estero e secondo criteri stranieri. Verrà costituita una giuria internazionale. Il vincitore sarà annunciato a novembre in occasione della Giornata internazionale dello scrittore africano. Il premio, di $ 30.000, verrà assegnato a margine del vertice dei capi di stato. Per la sua prima edizione supporterà solo due lingue: francese e inglese. Contestualmente è stato istituito e consegnato un altro premio, questa volta nazionale. È il Gran Premio del Mondo congolese che verrà assegnato a settembre.

Nigeria

Alcune delle opere d’arte saccheggiate durante la colonizzazione in Nigeria stanno per essere restituite. Le opere verranno esposte nell’Edo Museum for African Art, che dovrebbe aprire alla fine del 2024 nella città nigeriana di Benin City.

In partenza ora un busto in bronzo nero, rappresentante un oba − un re − del Benin, una delle centinaia di pezzi saccheggiati dagli inglesi durante la conquista dell’antica città di Edo nel 1897. Un «famigerato esempio di furto di tesori culturali associati alla […] colonizzazione europea», secondo l’Università di Aberdeen dove il pezzo è conservato. Sono ora in corso discussioni con le autorità nigeriane per organizzare il trasferimento legale e poi il trasferimento fisico della preziosa scultura.

Allo stesso tempo, Berlino sta negoziando la restituzione di oltre 500 oggetti storici, inclusi 440 bronzi, dal Benin alla Nigeria. La metà di queste opere doveva essere esposta alla fine del 2021 all’Humboldt Forum, un museo nella capitale tedesca, dove ora il direttore suggerisce di mostrare al pubblico riproduzioni o anche di lasciare simbolici spazi vuoti, per avviare una riflessione critica sulla storia di questi oggetti.

Resta da vedere se il British Museum di Londra e il Pitt Rivers Museum di Oxford seguiranno questi esempi e si impegneranno, a loro volta, a restituire le loro vaste collezioni di bronzi dal Benin.

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