Editoriale: Il generale e i sette crimi”nani”

Scritto da in data Agosto 22, 2023

Probabilmente non ho molto da aggiungere a quello che è stato detto. Purtroppo, quando il tarlo comincia a girarmi dentro, non posso fare a meno di condividerlo, è come se una vocina stridente e nasale, mi dicesse di scrivere e non smette di farlo fino a quando non metto giù qualche riga. Quindi potete anche saltarmi a piè pari, tanto la maggior parte delle volte che scrivo serve a liberarmi di quella vocina che mi ricorda tanto una streghetta malefica.
Scorro Facebook e mi imbatto in commenti di persone che pure conosco, mi appaiono delle cose su Tik Tok mentre posto le mie presentazioni, sorridendo delle mie 400 visualizzazioni contro le migliaia che hanno ragazzine che sollevano la gonna per far vedere le mutande o di ragazzini che spiegano come rimorchiare in spiaggia. Vedo i giornali e riesco a leggere poco senza imbarazzarmi da come viene scritto.
In questi giorni all’indomani dell’anniversario della presa di potere dei talebani in Afghanistan dove il mio mondo perfetto, si indigna per la cancellazione dei diritti di un genere, mi accorgo che le due notizie che imperano ovunque, sono la violenza a Palermo e il libro del generale. Devo dire che non mi sorprendo spesso di quello che fa la gente, so che il mondo fa schifo, so quanto possa essere brutale, so che il sesso malato e l’odio verso gli altri sono i motori trainanti di una società in declino, seguito solo dai soldi. Quello però, che mi inchioda in un mondo da cui vorrei scendere, sono le reazioni.
Quella lunga sfilza di donne, soprattutto, che ripropongono le frasi e le foto dei violentatori. E questo è forse il primo problema. Il megafono, magari fatto delle buone intenzioni, che invece non sono affatto una cosa buona da fare. Non ho bisogno delle frasi che si sono dette quei criminali per sapere che sono dei criminali, come se un uomo che violenta una donna, possa avere rose che gli escono dalla bocca.
E questo mi fa pensare a quelle persone che subiscono abusi, violenze, che le hanno subite, che cosa può provare una persona che ha vissuto quelle esperienze e se le rivede proposte, e riproposte, e riproposte mentre scorre i social? Non dovrebbe guardarli? Dovrebbe chiudersi nel suo piccolo mondo perché noi non siamo in grado di controllare la nostra voglia di riproporre all’infinito quei volti e quelle frasi?
Se è vero, e ne sono convinta che ogni donna, ha subito almeno una violenza, in una qualunque forma, ci si può prendere la responsabilità di farle altro male, riproponendo quelle frasi che non mi sconvolgono per niente dette da branco di criminali. Lo stesso per le foto, ho bisogno di vedere le loro facce abbruttite per sapere che sono cattivi, malati, disfunzionali? Decisamente no. Non mi cambia di una virgola quella che è la realtà del fatto.
Questo non significa non informare su cosa è accaduto, ma significa non scadere nella pornografia, nella grettezza e nel grottesco, nella bulimia di dettagli schifosi di cui nessuno ha bisogno perché l’atto in sé si qualifica da solo. Ma non siamo, se mai lo siamo mai stati, un paese strutturato. Ai giornali interessano i click, mentre la gente mette da parte il buon senso e quella riflessione che va oltre il benessere delle persone che dobbiamo proteggere, per arroccarsi a paladini della giustizia, difensori sociali, ma solo dietro allo schermo, ma quella morbosità intrinseca per quei dettagli che ci allontano da quegli esseri pericolosi.
Le sole differenze, tra noi e loro, sono altri fattori, intelligenza, famiglia, amici, ambiente circostante, e a volte persino la fortuna. Ho visto abbastanza male da sapere che dentro ognuno di noi ha una bestia che può uscire in qualunque momento. Il buon senso, il buon cuore e un buon cervello, ci impedisce di essere dei trogloditi. Lo abbiamo visto quando gente magari che è vissuta vicina per decenni, si uccide l’un l’altra solo perché non è del colore, dell’etnia, della religione, del partito, del genere e perfino della squadra di calcio giusta. Figuriamoci se ci metti dentro il sesso.
Penso che dovremmo riflettere di più, non vomitare immediatamente quello che ci passa dalla bocca e che sale dalla pancia, magari fermarci un secondo prima. Pensare a chi ci rivolgiamo, a chi ci legge, o a che contributo vogliamo dare alla conversazione su un tema che è caldo come le temperature a Roma, ma che deve essere affrontato in modo serio, non in qualunque modo. Perché si può fare anche in buona fede, peggio.
A partire dai giornalisti incapaci, non di seguire le regole deontologiche, ma di farle proprie, che possiamo chiedere alla società che poi diventa lo specchio delle istituzioni, dei giornali?
E qui vengo al generale. Conosco quel mondo, quando hai stirato una divisa, puoi dire di esserci entrato dentro fino al collo, quando hai frequentato quell’ambiente nei momenti caldi e in quelli invece più tranquilli, forse un’idea te la sei fatta.
Come in ogni altro posto, le forze armate hanno persone di ogni tipo, dalla persona perbene agli animali, ma non ci sono forse anche nel cinema, nelle università, nelle aziende? Ho visto un soldato con un braccio tatuato con una svastica che avvolgeva la bandiera italiana. E ho chiesto che si abbassasse la manica. E ho visto militari usare il proprio corpo per salvare qualcuno che neanche conoscevano, perché credevano nella missione che stavano svolgendo. Ci sono gay e perfino un trans dentro. Ci sono donne, ci sono persone istruite, e persone che si sono levate dalla criminalità e dalla povertà indossando una divisa. E ci sono degli imbecilli.
Le forze armate però non sono una democrazia. Non possono parlare, pubblicare, apparire senza autorizzazione, chi lo fa infrange le regole, a prescindere da quello che uno dice. Per me si può pensare quello che si vuole, ma quando rappresenti un’istituzione che rappresenta tutti, e le forze armate ne sono forse l’espressione più forte, non ci possono essere estremisti. E’ come per il medico, se uno è a terra si salva il paziente non in base al curriculum di chi sta male, ma per il fatto che sta male, che sia un terrorista o un frate. Può non piacere, ma questo è. E così invece, non è stato per il generale, che non solo ha infranto le regole, ma ha scatenato una boutade nella migliore delle tradizioni italiane sul nulla. Bastava toglierlo dal suo incarico, non per quello che ha detto, ma per quello che ha fatto, e la gente poteva non proporsi come megafono ancora una volta, scatenando la corsa all’acquisto.
Nessuno se lo sarebbe filato. Il razzismo, l’omofobia, la violenza su nutre della diffusione, della replica, dell’emulazione. Perché si è indifferenti alla sofferenza delle donne, ma non alle minchiate che dice una persona che non è nessuno?
Vorrei vedere quanti di quelli che hanno comprato il libro, mossi da una curiosità che è sempre pornografia dell’odio, abbiano letto un classico di quelli belli, belli. Il generale sarà quello che è, ma lui ha solo pubblicato un libro che social, giornali e chiacchiere hanno preso e fatto vendere come se non si potesse non avere. Cosa spinge anche in questo caso questa curiosità morbosa? L’impoverimento culturale di sicuro. Se una madre può difendere un figlio violentatore, non mi sorprende che il figlio lo sia.
Resto sorpresa che a fronte, di continue notizie di violenza, femminicidi, di sdoganamenti di razzismi, non ci si fermi un attimo e invece di amplificarlo, non si ci domandi come arginarlo.
Come possiamo fare noi giornalisti, attivisti, società civili, semplici persone normali a far sì che a diventare best seller non siano libri che invocano alla distruzione ma alla costruzione, come creiamo un sistema dove a scuola si istruiscano uomini e donne, gay, cristiani, musulmani, bianchi, neri gialli o di qualsiasi altra cosa, che si rispettino l’uno con gli altri? Necessitiamo di un esame di coscienza, di valori, ma anche di risposte, impegni, partecipazione.
Non è cosa possiamo fare, ma cosa dobbiamo fare, se il mondo lo vogliamo immaginare migliore. Se invece ci stan bene i generali che sguazzano nella curiosità patologica di chi compra il libro, allora siamo sulla strada giusta verso l’inferno. Se invece non ci piace, non andiamo a comprare il libro, ma neanche ne parliamo, semplicemente lo mettiamo da parte per quello che è, non un fenomeno editoriale, ma un fenomeno da baraccone.
La violenza è più complessa ma sicuramente complementare al razzismo, non dobbiamo insegnare solo alle ragazze che devono sapersi proteggere, anche se sarebbe bello vivere in un mondo dove tutte fossero libere di fare tutto, ma non è così. Bisogna insegnare agli uomini il rispetto verso gli altri, perché quello che aggredisce una donna, aggredisce anche un gay o un senzatetto, perché le ritiene categorie non all’altezza delle loro, quando i veri deboli sono proprio gli aggressori.
Serve anche un sistema legale deciso, senza fronzoli, dove le pene sono certe, dove la vittima riceve giustizia perché da lì parte la sua e la nostra guarigione. Serve una scuola, un ambiente familiare, lavorativo, sociale sano. Non dove ci riempiono di eroi criminali, mentre gli altri sono tutti imbecilli. O perlomeno bisogna fare distinzioni, o bisogna spiegarlo perché evidente che non è chiaro per tutti.
Foto di copertina: Foto di Jr Korpa su Unsplash 

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