Prossima fermata: Palestina

Scritto da in data Dicembre 23, 2023

Abbiamo tergiversato prima di decidere di andare a raccontare l’ultimo conflitto. Sono trascorsi 78 giorni da quel fatidico 7 ottobre. Conosco abbastanza bene Israele e Palestina da sapere che lì si sarebbe riversato il mondo giornalistico, come pure che il cuore di quello che sarebbe accaduto non sarebbe stato possibile vederlo con i propri occhi, perché entrare a Gaza sarebbe stato impossibile. Ho provato a capire se si potesse dall’Egitto, ma no. E siccome non amiamo i racconti per procura, piazzarci a Gerusalemme per raccontare qualcosa che non si vedeva veramente sarebbe stato meglio di niente, ma non abbastanza.

Il fronte israeliano era ben seguito: il dolore, la paura, lo sgomento degli ostaggi è arrivato. Su questo non avevo dubbi, duemila giornalisti e quell’unica grande storia su cui concentrarsi. Seguendo, per il notiziario, i giornali internazionali ho visto una narrazione quasi completa, facendo un mix tra quotidiani occidentali e mediorientali si riusciva a capire, per quanto sia possibile, quello che sta accadendo da una parte o dall’altra. Con i media italiani no, a parte qualche sparuta minoranza, la narrazione è stata quanto mai a rete unificante: a seguito della posizione del governo e della facilità di stare dalla parte di uno Stato che sa vendersi a chi non vuole vedere, è stato giustificato qualunque cosa.

Il mainstream è diventato un fiume che raccontava una storia a senso unico. In questo fiume noi siamo salmoni, andiamo controcorrente, non perché ci piace essere fuori dal coro, ma perché sappiamo che nei conflitti niente è semplice, niente è nero o bianco, non ci sono buoni o cattivi, a parte chi la guerra la subisce. In un telegiornale, per caso, ho sentito parlare degli uni ossessivamente e non degli altri. Sono stata insultata e mi è stato detto che non erano veri, dati alla portata di tutti, durante una trasmissione televisiva che non ha ritrattato quando quello che dicevo è diventato evidente. Ma la cosa che abbiamo tollerato meno è stato, di nuovo, lo sdoganamento di quella fascinazione della guerra che giustifica qualunque cosa.

Qualcuno disse che quando la guerra verrà considerata una cosa volgare, smetterà di essere affascinante. Ma devi averla vissuta la guerra per sapere che fa schifo e che non è mai una soluzione possibile. E poi questa non è neanche una guerra, è un modo per celare malamente un’opportunità in un posto pieno di gas, uno sbocco sul mare, un territorio che serve per la crescita demografica. Dove un sacco di persone, che con la regione non hanno mai avuto a che fare, hanno mistificato cifre e fatti adattandoli alla propria narrazione.

Il giornalismo, tra le tante cose, oltre a essere un cane da guardia contro il potere in nome della società civile, è anche un mezzo per costruirne una forte che si basi sulla giustizia, sul rispetto dei diritti umani, su un racconto indipendente che non sta da una parte o dall’altra, ma solo da quella di chi soffre. Le decisioni politiche vanno inquisite, chi le prende si deve assumere la propria responsabilità e i rappresentanti delle istituzioni dovrebbero in futuro rispondere di quello che fanno.

Ci sono delle regole anche nei conflitti. Sono stati infranti tutti, in questa storia − non che non lo siano sempre, ma la concentrazione di violazioni, soprusi, mistificazioni che si è vista per chi ha accesso a un’informazione più indipendente, in poco spazio e poco tempo, sembra non abbia precedenti vicini a noi. La disumanizzazione sistematica di un popolo è diventata veloce tutta di un botto. I fatti accaduti sono stati raccontati adattandoli alla narrazione, e non viceversa come ci si illude che vada fatto.

E se di Gaza − pur vedendo poco qui, mentre quello che sta succedendo, ha proporzioni epocali se solo si ascolta chi ci vive, chi ci lavora, chi opera in quelle zone − qualcosa si è raccontato, della Cisgiordania molto meno. Un territorio frammentato dove l’architettura della guerra ha creato insediamenti che tagliano la fisicità di un paese. Ventenne feci partorire una donna per strada perché un soldato al posto di blocco non la fece passare per andare in ospedale: sono trascorsi quasi trent’anni e non è migliorato niente, ancora i coloni, che oggi sono migliaia di più, bruciano i campi dei palestinesi, avvelenano i pozzi d’acqua mentre i soldati stanno a guardare. I raid dei soldati non si fermano, entrano in zone nelle quali fino a qualche governo fa non avrebbero osato entrare, ci sono minorenni detenuti per mesi, artisti, medici arrestati, progetti distrutti, giornalisti uccisi.

Si parla di torture, di gente che non ha accesso alle cure, di progetti finanziati anche dall’Europa spazzati via. Ma come si fa a campare settanta anni sotto assedio e non essere arrabbiati? Ci siamo dimenticati il Sudafrica? E di quello che pensavamo dell’apartheid? Quanto può sopportare la gente prima di esplodere accecata da una vita priva di giustizia e senza speranza? La speranza è una brutta bestia, perché quando un essere umano sente di averla persa è capace di qualunque cosa. E allora diventa facile manipolare i deboli quando i forti se ne stanno comodamente seduti sulle loro poltrone di pelle dove manovrano i fili di una storia di cui capiamo poco, ma possiamo ascoltare molto. E non mi serve andare indietro nella storia, che è sempre utile se non si usa per giustificare l’ingiustificabile. Conta oggi e ora. E il conto è salato da pagare, per tutti.

Anche per noi, che scopriamo di trovarci in un paese incapace di essere dalla parte di chi soffre se non è uguale a noi, incapace di fermarsi e dire basta, incapace di dissociarsi dalle scelte politiche che fomentano invece che placare. La guerra è facile, girano soldi, girano potere e interessi, la pace è difficile perché significa compromesso, negoziato, tempo, fatica, giustizia, rispetto. Non è una questione di pancia, ma di testa. Significa essere adulti e responsabili. Significa fare la cosa giusta anche quando è difficile.

Per questo motivo abbiamo deciso di scendere, perché ci sono delle voci che raccontano la guerra e l’occupazione che non sono state ascoltate, perché il giornalismo è bilanciare le ragioni degli uni e degli altri, perché si deve sapere e poi decidere con la propria testa. Essere salmoni, anche quando la corrente è forte.

Ma siamo una testata piccola e non ancora sostenibile, siamo penne, siamo taccuini e siamo però consapevoli che ci sono cose da raccontare, e abbiamo bisogno del vostro aiuto e del vostro impegno. Non serve molto, ma serve: c’è il volo,  gli spostamenti, l’hotel e soprattutto il fixer, il collega locale che ti affianca sempre e che in questo momento è piuttosto caro, vista anche le difficoltà di movimento e la pericolosità della situazione. Noi ci mettiamo in gioco, sperando di raccontare delle storie significative, se credete in un giornalismo di questo tipo, se pensate che non è stato fatto abbastanza, se anche solo credete che ci debbano essere altre voci che meritano di essere udite, fateci un regalo che vi tornerà indietro in forma di storie e reportage. Perché il giornalismo è anche desiderio di voler sapere e di andare oltre. Venite con noi.

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Barbara Schiavulli

Photo credits: archivio/Barbara Schiavulli

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