Streghe, da Benevento a Belém

Scritto da in data Aprile 30, 2020

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Emergenza. Pandemia mondiale. Radio Bullets diventa spazio antropologico. Protagoniste: le donne. Valentina Barile e Gabriela Faval si raccontano le proprie leggende e i miti che le accompagnano da sempre.

Ho parlato con Gabrela Faval – professoressa e attivista del Núcleo de educación popular Paulo Freire (UEPA/PA) e Red de Investigaciones Decoloniales de Amazonía, spesso, in questo periodo, dopo gli aggiornamenti relativi al coronavirus tra Brasile e Italia, facciamo pronostici sul futuro. Qualche giorno fa, abbiamo cominciato a parlare di leggende e di miti legati alle streghe.

La città delle streghe

Benevento è conosciuta come la città delle streghe.

La leggenda racconta che si riunivano sotto un albero di noce, sulle rive del fiume Sabato (che prende il suo nome da Sabba, il rituale diabolico in cui le streghe praticavano orge e magia nera). La strega di Benevento ha un nome specifico: janara, dal latino ianua – porta –, che indica il senso della loro identità: si cospargevano di unguenti e volavano, passando sotto alle porte, arrivando ovunque. Non solo, il nome janara deriverebbe dal culto latino della sacerdotessa Diana – Artemide per i greci, dea dei boschi, della caccia, della Luna.

Gabriela: «Le streghe della tua città erano quelle che noi chiamiamo herberas, le donne che conoscono le erbe e le utilizzano per curare. In Sudamerica, le streghe sono le donne che hanno il potere nella cultura indigena e nera, africana, le quali avevano la conoscenza delle erbe e curavano le persone, facevano da ostetriche. Queste furono considerate streghe, perseguitate dalla Santa inquisizione».

La caccia

Tutto ciò, accadeva anche a Benevento. In Italia e in Europa.

A Benevento, la leggenda delle streghe investì tre epoche: sannitica, romana, longobarda. Ognuna, costruì il proprio culto e la propria idea sulle streghe. Ad esempio, streghe venivano considerate le donne che curavano i soldati, durante le guerre sannitiche con degli elisir magici.
Questo mito arriva nella nostra tradizione con il famoso liquore Strega, prodotto dell’antica industria dolciaria Alberti, di Benevento.

Gabriela: «Sarebbe interessante stilare un registro delle streghe tra Europa e Sudamerica, di ciò che erano e di ciò che sono. Le donne nere, quando vennero deportare come schiave, conservarono in luoghi diversi la cultura delle piante, della loro coltivazione e della cura grazie ad esse. In più, le religioni africane sono relazionate alla natura. Gli dei africani, gli Orishas, sono figure della natura. Guardiani dell’acqua, dei fiumi, delle foreste, del vento, della luce. Insomma, c’è un culto molto forte di queste personificazioni della natura. Queste donne hanno mantenuto il culto vivo fino ai giorni nostri. Le religioni presenti oggi, in Brasile – afrobrasiliane – conservano il culto antico della cura, della donna partoriente, dell’osservazione degli astri, legati alla vita delle persone fin dal momento della nascita e della scelta del nome. Tutto ciò si intreccia con la cultura latino brasiliana, senza considerare l’influenza portoghese – fondamentale in Brasile – che si è stabilita in molti luoghi, prendendo culti differenti dalle streghe europee. Ci furono donne, che arrivarono qui, che già conoscevano la stregoneria e altre che l’appresero in America».

Perché le streghe facevano i dispetti?

Ci sono molte ragioni: erano povere, e per questo elemosinavano cibo, soldi, e chi non dava loro qualcosa, diventava vittima di un maleficio. Ad esempio, spesso i contadini trovavano i cavalli nelle stalle con le code intrecciate. Oppure, le madri non trovavano i propri figli in culla, ma sotto il letto esanimi o quando andava bene, in lacrime.

Gabriela: «Sono donne che vengono da origini contadine o che venivano impiegate nelle piantagioni. Mia nonna aveva una relazione profonda con le piante. Mia madre, lo stesso, conosceva molti rimedi naturali. Loro praticavano i rituali indigeni, come custodire il cordone ombelicale del neonato: lo conservavano per molto tempo, a volte lo seppellivano, altre volte lo lanciavano dal tetto di casa. Lo stesso facevano con il primo taglio di capelli: tagliavano i capelli al bambino e li conservavano. Queste erano pratiche indigene che si facevano in casa mia e io non sapevo cosa fossero».

Foto di copertina: Rondell Melling from Pixabay 

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