Afghanistan: un mondo al contrario

Scritto da in data Gennaio 27, 2023

Non sarebbe troppo fantasioso immaginare che il governo talebano abbia parecchie cose a cui pensare con il sistema bancario che sta crollando, le sanzioni che paralizzano l’Afghanistan, l’economia ferma, l’Isis che conduce attentati in posti super protetti come il ministero degli Esteri e con nessun paese che dopo un anno e qualche mese li ha ancora riconosciuti.
E invece, deposte le armi, conquistato il paese, liberatisi degli occidentali il loro pensiero si è concentrato su due cose: come fare a far entrare soldi nel paese, facendo discutibili accordi economici con Cina e Russia, e su come rendere più profonda la fossa dove buttare le donne del paese che per venti anni hanno cercato di conquistare.

Ogni settimana esce qualche editto che esula dal buon senso. Ma è anche vero che ci sono crescenti indicazioni di come questo problema stia iniziando a divedere le file dei talebani. Perfino all’interno dell’organizzazione iconoclasta ci sono alcuni per i quali questa marcia indietro forzata non ha senso. Una cosa è essere molto devoti e ultra-conservatori, un’altra è far esplodere regole eccentriche prive di fondamento nella dottrina islamica tradizionale o nella storia e nei costumi afghani, mettendosi contro non solo il mondo occidentale, di cui si ha bisogno per gli aiuti, ma anche le nazioni musulmane che non condividono la rigidità delle regole imposte da Kandahar, dove un gruppo di anziani maschi e barbuti si riuniscono a discutere su come infierire sulle donne del loro paese.

Persino l’Organizzazione per la cooperazione islamica ha invitato i talebani a riconsiderare la decisione di vietare alle donne di lavorare per le ong, dicendo che è in «violazione degli scopi della legge islamica e della metodologia del Messaggero di Allah». La dichiarazione è stata rilasciata dall’OIC nel suo comunicato finale della Riunione Straordinaria del Comitato Esecutivo dell’OIC su “I recenti sviluppi e la situazione umanitaria in Afghanistan”, come si legge sul canale di notizie afghano TOLO. Esprimendo preoccupazione per «il peggioramento della situazione umanitaria e dei diritti umani in Afghanistan», il gruppo di 57 stati membri ha invitato l’Emirato Islamico a rispettare i diritti umani, compresi i diritti delle donne e dei bambini.

Saina era una beneficiaria dei progetti di Nove, già lavorava a casa come sarta confezionando vestiti a mano per le donne, e grazie a un corso di business and management aveva imparato come aprire un negozio e come poter migliorare la propria vita. Ha preso la licenza, ha trovato il locali, lasciando quegli intermediari che prima le vendevano i vestiti sfruttando il suo lavoro, e si è messa in proprio. Il negozio si trovava in un quartiere centrale. Alcuni talebani hanno provato a chiederle il pizzo, lei li ha denunciati, poi sono ne venuti altri e continua a pagare 400 afghani al mese (circa 4 euro, lo stipendio medio in Afghanistan è di 100)), anche se il negozio è chiuso perché un recente ordine dei talebani ha deciso che le donne anche se lavorano e producono per le donne, comunque non possono farlo fuori.
«Ora lavoro da casa, ma non è la stessa cosa, ho tre figli, tra cui tre femmine». Il marito non c’è perché le ha rubato i pochi soldi che si aveva messo da parte e si è sposato con un’altra, abbandonandoli. «Non riesco più a immaginarmi un futuro, siamo sempre a casa, le ragazze provano a studiare ma a che serve se poi non possono fare nulla: davvero non so che fine faremo».

Ma facciamo un passo indietro. I talebani sono partiti con le ragazze oltre i dodici anni mandate a casa il primo giorno di scuola, poi è toccato alle ragazze che andavano all’università e che ora non possono più, ragazze che venivano infastidite dalle guardie che dicevano loro di sistemarsi il velo e di non indossare colori troppo vivaci. Poi le conduttrici televisive donne, che dovevano coprirsi il viso tranne gli occhi, tutto questo mentre dicevano al mondo che questa volta i talebani sarebbero stati diversi da quelli degli anni Novanta. Ma in realtà sono gli stessi solo più invecchiati, e inferociti da due decenni di guerra quelli più giovani.

Viene da dedurre che, dopo aver apparentemente imparato dal fallimento del loro precedente periodo al potere (fine anni Novanta), i talebani sono tornati esattamente come erano prima. Eppure, se si guarda con attenzione − e per farlo si può solo venire in Afghanistan − si coglie una strana esitazione negli editti dei talebani sulle donne. Funziona così nel regime attuale: viene annunciato un ordine, poi subito dopo viene parzialmente ritirato o ammorbidito. Tentano di farlo rispettare, ma non sempre ci riescono. Seguono raffiche di spiegazioni e annunci contradditori. Hanno detto che le ragazze dalla sesta classe non torneranno a scuola, «ma avete capito male, torneranno, ma non ancora. La scuola è solo sospesa». Hanno detto che bisognava assumere insegnanti donne perché gli uomini, a parte quelli anziani, non potevano insegnare alle ragazzine, ma era ancora sbagliato, il motivo era che l’uniforme scolastica doveva essere più modesta e che andava disegnata e prodotta.

Riguardo alle donne adulte, hanno detto che dovevano indossare il niqab o il burqa, ma poi basta anche solo il velo, soprattutto a Kabul. Anzi no, devono indossare il burqa ed essere completamente coperte. Anche no, non deve essere un vero burqa, un’hijab va bene, però devono coprirsi il collo e il viso tranne gli occhi. «È una raccomandazione, non un requisito, ma sarà applicato».

Anche l’ultima dichiarazione sulle operatrici umanitarie: prima non potevano lavorare, ma quelle delle Nazioni Unite sì. Poi, quando le ong hanno cominciato a sospendere le operazioni perché, se le donne non possono assistere le donne in grave difficoltà queste muoiono, hanno fatto un passo indietro e allora quelle che si occupano di sanità possono farlo. Ma non le altre.

Assaman, 35 anni, era un’operatrice umanitaria della ong italiana NoveOnlus, organizzazione che ha dovuto trasformare decennali progetti di emancipazione in assistenza umanitaria per capire come far vivere donne che oggi non possono lavorare. Assaman lavorava a un progetto con WFP, quindi si trattava di sfamare letteralmente circa centocinquanta famiglie, in particolare donne che non avevano uomini. Ora, per legge, Assaman non può neanche entrare nella sede, e non solo non aiuta più chi aveva bisogno, ma anche lei non lavorando finirà per essere difficoltà. «Il mondo parla, condanna, ma non ci sono vere e proprie azioni. Qui manca lavoro, soldi, istruzione; anche se amo il mio paese, trascorro ogni minuto della mia vita a pensare a come andarmene. Se devo trascorrere la mia esistenza a casa, che senso ha restare?», afferma scoppiando in un pianto irrefrenabile. «Ora siamo a casa, siamo vive, ma perfino per andare dal medico ho bisogno di essere accompagnata da un uomo. E cosa accadrebbe se domani ci dicessero di non respirare?». Che poi direbbero di farlo di tanto in tanto, oppure piano piano, di farlo a intermittenza, o solo quando non ci sono uomini presenti.

Fermi tutti, perché non si capisce niente. I talebani cambiano idea a seconda del loro umore? Sarebbe incredibile perché non si vince con l’indecisione un’insurrezione ventennale. Piuttosto, queste sequenze di affermazioni contraddittorie riflettono le loro divisioni interne su come governare e dove vogliono che vada il paese. È in atto un tiro alla fune e le crepe iniziano a mostrarsi.

Ci sono già stati diversi bubboni. In un recente discorso, Sher Mohammad Abbas Stanikzai, talebano di alto rango, si è spinto fino ad accusare di mancato rispetto della shariah (la legge islamica) coloro che chiedono l’esclusione delle ragazze dall’istruzione media e superiore. Noi stessi abbiamo parlato con un rinomato imam e ci ha detto che non mandare le ragazze a scuola non è islamico. Come potrebbero le ragazze e le donne rivendicare i diritti dati loro dal Profeta se non possono ottenere un’istruzione sufficiente per imparare quali sono?

Ancora più sorprendenti sono i resoconti credibili di scontri urlanti tra il leader supremo a Kandahar, Haibatullah Akhunzada, e le sue stesse guardie del corpo che lo accusano di sprecare i sacrifici fatti dai loro compagni e di trasformare il paese in un impoverito ristagno che tutti evitano.

Questi brontolii nei ranghi sono in parte dovuti al fatto che i talebani di oggi sono più simili a un sistema multipartitico. In un angolo abbiamo il gruppo di Doha, composto da quei talebani coinvolti nei negoziati di pace. Per anni hanno vissuto in Qatar che, sebbene incontestabilmente islamico, non è nevrotico in materia di donne. L’istruzione è universale ed eccellente. Ci sono donne di alto profilo nella vita aziendale e politica. Sia gli uomini che le donne indossano abiti tradizionali che includono un copricapo, ma non ci si aspetta che le donne nascondano i loro volti o restino a casa. La vita pubblica è molto orientata alla famiglia, con centri commerciali e parchi popolati da genitori e figli che si godono il tempo libero insieme.

Poi c’è il gruppo Haqqani, che aveva sede sul confine tra Afghanistan e Pakistan. Sebbene il paese sia conservatore, ospita anche donne forti e impegnate pubblicamente: politiche tra cui cape di Stato, imprenditrici, icone culturali, scienziate. Gli ospiti talebani lo hanno visto. Esistono anche centri di potere talebani regionali che, a causa della natura decentralizzata di un’effettiva insurrezione, sono abituati a esercitare una notevole autonomia.

I talebani non sono un’organizzazione gerarchica, né Akhunzada ha la posizione teologica o il peso dell’Ayatollah Khomeini in Iran. Quindi le sue solitarie dichiarazioni, una dopo l’altra senza consultazioni, creano rancore.

Potrebbero esserci anche ragioni ideologiche e teologiche per cui alcune delle fazioni sono nettamente più avanti nei confronti dei diritti delle donne. Una parte significativa di questa interpretazione più progressista dell’Islam sembra essere radicata nella loro visione del paese e nel percorso più probabile dalla povertà assoluta alla modesta prosperità. Tale percorso ha come requisito assoluto l’accettazione della comunità internazionale. Non accadrà nulla di buono a meno che il governo non venga riconosciuto, le sanzioni non vengano allentate, i beni congelati vengano restituiti e gli investimenti siano fatti.

C’è un po’ di sana sfida in questa visione. L’insurrezione è stata guidata da una narrativa per cui il paese era piegato sotto il giogo dell’occupazione straniera e dell’élite corrotta che questa aveva introdotto. Ma qualunque siano le sue contraddizioni, l’impulso è presente e potrebbe rivelarsi impossibile da sopprimere per gli anziani di Kandahar.

Ad agosto e settembre dello scorso anno, quando i talebani hanno preso il controllo di Kabul, sono emersi sui social media video e foto che mostravano giovani soldati talebani che incontravano la modernità. Erano immagini divertenti, il classico stereotipo dei montanari nella grande città per la prima volta. Un gruppo era entrato nell’abbandonato palazzo presidenziale e aveva trovato la palestra. All’inizio, con cautela, hanno osservato i bizzarri congegni testandoli per vedere se fossero armi poi, scoperte rapidamente le loro funzioni filmandosi a vicenda ridendo mentre li provavano. Altri sono andati allo zoo e hanno guardato affascinati mentre si trovavano faccia a faccia, per la prima volta, con gli abitanti di un acquario. Kalashnikov a tracolla, un gruppo ha attraversato il lago a Bandiamir su pedalò a forma di cigno. I video erano vagamente comici, ma anche illuminanti. Erano giovani che si affacciavano al mondo per la prima volta, ed erano curiosi, aperti alle novità, aperti alla gioia. Questi giovani talebani non vogliono vivere a Jurassic Park. Vogliono far parte di un mondo più vasto. E quel mondo include le donne. Lo abbiamo visto incontrando il vice addetto stampa del ministero del Vizio e della Virtù, laureato in India, che ci ha intrattenuto parlando di quanto gli piacesse Netflix (che non si vede in Afghanistan). Niente musica, però, perché è proibita.

Questo non è l’unico cambiamento degno di nota. L’ultima volta gli editti repressivi della leadership sono stati accolti con disprezzo dal mondo esterno e con triste disperazione dalla popolazione afghana. Quello che vediamo questa volta è molto diverso. Ora, anche se molto timidamente, ci sono uomini che prendono parte alla protesta contro il regresso dei diritti delle donne. In reazione al velo forzato per le conduttrici dei notiziari, per esempio, i colleghi uomini hanno rilasciato una dichiarazione di alta visibilità leggendo le notizie con il volto coperto. Un professore, che abbiamo incontrato, ha strappato la laurea in diretta televisiva durante un video divenuto virale, quando alle ragazze è stato vietato l’accesso all’università. Senza contare quel manipolo di ragazze che scendono in piazza e si fanno arrestare, picchiare e avvelenare al grido di  “Donna, cibo e istruzione”.

C’è qualcosa che possiamo fare per sostenere questi dissidenti? Se gli ultimi venti anni ci hanno insegnato qualcosa, è che i nostri sforzi di palese ingegneria sociale non avranno molto successo in Afghanistan. Questi tipi di cambiamenti, delle norme sociali fondamentali e delle relazioni di genere, devono avvenire dall’interno. E quali sono le prospettive affinché questo avvenga?

L’aspetto negativo è che questa è una società profondamente patriarcale, in cui tutti si sottomettono al dominio del maschio alfa. Tali abitudini sono dure, ma certamente non impossibili da spezzare. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare che, demograficamente, questa è una società estremamente giovane, dove il potere de facto spetta ai giovani soldati, ai giovani agricoltori e al piccolo gruppo di giovani medici, manager e tecnocrati istruiti rimasti. Inoltre, non esiste un’opposizione credibile. Nessuno crede davvero che uno qualsiasi degli ex possa radunare una forza combattente plausibile e riprendersi il paese, e tutti ne hanno avuto abbastanza della guerra. C’è l’Isis, ma se il governo diventasse ragionevole, avrebbe ampio aiuto esterno contro quella minaccia.

C’è poco che possiamo fare, se non seguire il mantra del “non nuocere”. Mantenere le sanzioni in atto abbastanza da tenere in stallo i sostenitori della linea dura e sull’orlo del fallimento, ma non tanto da far morire di fame la popolazione. Soprattutto, mantenere viva la prospettiva di connessione con il mondo esterno. Ed è il motivo per cui anche noi siamo stati qui. Gli afghani devono sapere che noi sappiamo. E gli sguardi traboccanti di gratitudine, ogni volta che torno, me lo confermano.

Sebbene la maggior parte delle ambasciate straniere a Kabul siano state chiuse dopo la presa del potere da parte dei talebani, rimane una significativa presenza occidentale. Diverse agenzie delle Nazioni Unite, rappresentanti di ong e di paesi donatori mantengono uffici, inviano delegazioni o effettuano visite regolari. I punti di discussione includono sempre le ultime mosse eccentriche di Kandahar sulla questione delle donne. Questo deve essere molto faticoso ed esasperante per gli emissari coinvolti, ma è importante. I talebani più giovani lo sentono, lo vedono e si rendono conto di dove si trovano gli ostacoli al progresso. Sanno che il mondo è pronto ad accoglierli e che possono scegliere tra plasmare il proprio futuro o lasciare che i loro nonni li rinchiudano in un angolo buio del mondo.

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