Dentro la notizia

Scritto da in data Febbraio 4, 2020

Cristiano Bernacchi, giornalista e scrittore, ci ha raccontato in un pezzo precendente il suo viaggio  con la compagna Marta e una coppia di altri amici in Cina ai tempi del Coronavirus, oggi in autoquarantena a casa, riflette su quello che è accaduto subito dopo il suo ritorno in Italia, alla mancanza di controlli all’arrivo, alla psicosi da virus, alle chiacchiere maldicenti nel paese, al razzismo e all’ignoranza spiccia.
E’ così che un mondo civile affronta una crisi?

La genesi del viaggio

Tutto cominciò per gioco in un appiccicoso giovedì di luglio. Sulle note di una vecchia canzone di Battiato “Radio Varsavia” stava nascendo il nostro viaggio. Due coppie spensierate ed emotivamente coinvolte dalla musica in sottofondo che pian piano facevano salire il proprio entusiasmo alle stelle.  “…la Cina era lontana…”, recitava il famoso pezzo musicale, ma oggi neanche troppo, e con appena 10 ore di viaggio si poteva raggiungere la mitica icona d’oriente. “Perchè no? – disse Marta, la mia compagna, in più sottolineò Patrick – sono ormai 5 anni che mio fratello (Timothy) vive e lavora proprio in Cina, potrebbe essere l’occasione giusta per andare a trovarlo, finalmente”.

A Francesca invece interessava solo il mare, così legandoci altri 15 gg di vacanza in Vietnam, nel mare Cinese del Sud, avremmo soddisfatto le volontà di tutti. Ah è vero, mancava la mia, ma come ormai avrete già avuto modo di leggere, sono cresciuto a pane e film di Bruce Lee, tra il mito della rivoluzione contadina di Mao Zedong e gli aforismi di Confucio. Sembrava una meta perfetta e nessuno di noi poteva immaginarsi un epilogo simile, anche perché nei giorni seguenti avevamo pianificato tutto nei minimi dettagli, tanto da farci sentire un tour operator navigato.

L’itinerario

In questo ci avevano di certo aiutato Timothy e la compagna cinese Momo, ma il risultato era ottimo e nei 14 giorni di permanenza in Cina avremmo toccato le maggiori mete turistiche della provincia dello Yunnan, la più variegata dell’intera Cina. Nei mesi che ci separavano dalla partenza, ognuno di noi aveva avidamente raccolto informazioni, attingendo da libri, documentari, racconti di esperienze vissute e l’immancabile “Lonely planet”, nostro abituale punto di riferimento di ogni viaggio. Siamo due coppie molto affiatate che insieme hanno visto un bel po’ di mondo, tanto da non aspettarsi poi troppo di inaspettato da ogni nuova avventura. Ora, peccare di presunzione ci poteva già essere capitato in altre occasioni, ma questa volta ci stavamo sbagliando di grosso.
Sono un giornalista, ma non vivo solo di questo, non appartengo quindi a quella categoria che va a caccia di notizie in maniera compulsiva ogni momento, tuttavia è un lavoro che non puoi vivere a distanza, così avevo deciso di concerto con Barbara Schiavulli, di documentare per Radio Bullets alcuni momenti del nostro viaggio. Due in particolare erano i reportage proposti: una fotografia delle tre risaie più conosciute al mondo (patrimonio UNESCO) e di come questo prodotto abbia determinato lo sviluppo di un territorio e della sua comunità, mentre l’altro riguardava un civiltà sperduta sulle coste del Mekong in Vietnam, dove vive di proprie regole civili, religiose e politiche. Ma non ero affatto preparato a diventare io stesso la notizia, senza procurarmela.

Da segugio delle notizie a notizia

Nessuno sforzo, nessuna capacità o fiuto particolare, mi sono ritrovato protagonista di questa “odissea” dove l’unico impegno è stato quello di osservare, vivere e conservare nei cassetti della memoria quello che stava accadendo intorno a me. Il passaggio da turista spensierato a vigile traghettatore di esperienze, non è stato indolore. La sera prima (24 gennaio) mi ritrovavo con i miei 5 compagni di viaggio a ridere e “cazzeggiare” (passatemi il francesismo) in un pub di Dàli, bevendo birra Tsingtao e ascoltando storici pezzi rock occidentali rivisitati in chiave orientale. Mentre la sera dopo ogni starnuto mi faceva salire l’ansia, guardando circospetto chiunque avesse emesso più di un colpo di tosse intorno a me. Se la mattina prima impiegavo anche due minuti per fotografare un panorama che avevo davanti agli occhi, cercando di sfruttare al meglio luce, angolazione e le diverse funzioni “camera” del mio smartphone, quella seguente strappavo con avidità ed approssimazione fotografie di soppiatto nei vari posti blocco che trovavamo ai caselli autostradali.

La nuova misura del Governo cinese era per me un tassello prezioso di questo delirante mosaico, fatto di ansia e preoccupazione sempre crescenti.  Penserete voi, ma come è possibile che da un giorno all’altro sia cambiato tutto in questo modo? Difficile da credere, ma è andata proprio così e in così poco tempo siamo entrati nella notizia in maniera inaspettata. Complici di questo improvviso cambiamento nella percezione delle cose sono stati: la nostra iniziale sottovalutazione di notizie così lontane e frammentarie e forse anche la voglia di proseguire il nostro viaggio, bypassando quei segnali che già facevano presagire un cambiamento in corso. Mettiamoci tutto in questa nostra disavventura, ma i numeri e le informazioni si sono rincorse troppo freneticamente, lasciandoci davvero poco tempo per realizzare cosa stava accadendo veramente. Per darvi la misura dei tempi con i quali tutto è cambiato, basta leggere i numeri del contagio, dei morti e delle misure adottate e diffuse dal governo cinese sul coronavirus, dal 23 al 25 di gennaio. I morti passano da 17 a 60, mentre il contagio saliva da 200 unità circa a oltre 1.000, se il 23 di gennaio il governo cinese aveva ordinato l’isolamento della sola città di Wuhan nella provincia dell’Hubei e annullato i festeggiamenti per il Capodanno cinese nella città di Pechino, due giorni dopo tutte le maggiori destinazioni turistiche della Cina erano state chiuse.

Pechino disponeva inoltre la chiusura di alcuni tratti della Grande Muraglia, ordinava a tutte le agenzie di viaggio di interrompere la vendita di tour interni e internazionali e ad ogni casello autostradale si misurava la temperatura di ogni viaggiatore a bordo e si registravano gli spostamenti dei cinesi in viaggio. Un bel cambiamento che, fuori dalle agenzie di stampa nazionali ed internazionali, si iniziava a vivere anche dagli angoli più remoti della Cina. Il 26 di gennaio tutto era diventato invece più chiaro, le nostre mosse future, la giustificata preoccupazione delle nostre famiglie e la voglia di sfuggire ad un nemico invisibile e letale. Le informazioni cominciavano a farsi sempre più fitte e preoccupanti, tanto da trasformare la curiosità dei turisti incontrati il giorno prima, in ansia pura che ormai nessuno di loro riusciva più a mascherare. Neanche il gruppo di giovani e spensierati inglesi 25enni, conosciuti la sera prima in albergo, oggi riuscivano a contenere l’ansia e la preoccupazione per come tutto stava cambiando così velocemente. Li avevamo lasciati la notte a scoppiare petardi e bere birra sbracati come se non ci fosse un domani, per ritrovarli poi la mattina seduti composti ad un tavolo per pianificare la migliore via di fuga, con un senso di responsabilità che forse non avevano mai conosciuto prima.

Tutto andava documentato

Fu in quel preciso momento che realizzai come la notizia si stava impossessando di noi e che tutto ciò che stava accadendo doveva essere fotografato, documentato e raccontato perché già immaginavo che da lì a poco avrebbe portato ad una psicosi generalizzata, la cui tossicità avrebbe contagiato ogni angolo del mondo. Ed è andata proprio così. I successivi 3 giorni, li abbiamo trascorsi in Laos, dove a farci sprofondare nella paura erano solo le notizie internazionali sulla crescita esponenziale del contagio e le telefonate dei nostri familiari che ci riportavano senza filtri l’ansia che si respirava in Italia. Se non fosse stato per questo, in Laos, neanche ci saremmo accorti che a così pochi chilometri di distanza (circa 1000) la gente stava rivivendo l’incubo della Sars. A noi ci voleva proprio un po’ di respiro, per scrollarci di dosso le paure e gli spettri di quel nemico così piccolo e micidiale di cui ancora la comunità scientifica sapeva troppo poco.

Ma è durato pochissimo, anche perché, nonostante le mascherine sul volto ormai fossero diventate una seconda pelle, una notte ho rischiato persino di addormentarmici, 48 ore di pace trascorrono troppo velocemente per lasciarci alle spalle tutto quel trambusto, senza tra l’altro sapere che il “peggio” doveva ancora arrivare. Proprio così, perché in Italia la psicosi stava montando di ora in ora fino ad ipnotizzare la gente, trasformando comuni cittadini in bestie inferocite.

L’arrivo a Roma senza controlli

Procediamo con ordine, anche perché sulle prime, il nostro rientro in Italia passa un po’ in sordina. Stupirà ma è quanto è successo. Le notizie che amici, conoscenti e familiari ci avevano dato sul nostro rientro, parlavano di misure speciali negli aeroporti di Roma e Milano, controlli e corsie speciali per chi fosse rientrato dalla Cina, c’era chi ci aveva anche parlato di probabili quarantene, tanto da farci temere di restare a Roma per non si sa quanto tempo. Così una volta raggiunto il primo punto della polizia prima di ritirare i nostri bagagli, visto che non avevamo notato nessuno scanner per la temperatura e subito nessun controllo dei passaporti, abbiamo fatto presente che noi pur rientrando da Bangkok eravamo stati 4 giorni in Cina. Ma il poliziotto guardandoci in faccia con le mascherine sul volto e senza temere alcunchè, ci fa il cenno di passare. Così ci siamo stretti nelle spalle e ci siamo detti, “magari ci aspetta altro una volta ritirati i bagagli”.

Così non è stato, anzi, una volta recuperati potevamo liberamente allontanarci dall’aeroporto per fare tutti i nostri “porci” comodi. Così ci siamo detti: “non è possibile!”, sentiamo cosa hanno da dirci nell’ufficio della polizia doganale. Una volta fatta presente la nostra situazione, ci hanno spiegato con una tranquillità disarmante che potevamo solo chiamare il numero della Farnesina, messo a disposizione per questo genere di emergenze. Chiamiamo così il 1500. Ha risposto un signore che ci chiede semplicemente se avevamo la febbre. Noi rispondiamo negativamente, pensando subito “Una gran fiducia riservano in noi… “, così ci tranquillizza consigliandoci di tornare a casa.

Nel mentre veniamo raggiunti da alcuni giornalisti del Messaggero che sono in cerca di storie da raccontare ed informazioni sui controlli in corso a Fiumicino, di cui parla ogni telegiornale nazionale. Gli spieghiamo cosa abbiamo trovato al nostro rientro e come fosse facile eludere i controlli, basta non provenire direttamente da un aeroporto cinese che chiunque passa liberamente ed entra in Italia. Ripartiamo da Fiumicino con un’amarezza disarmante, sicuri che noi avremmo fatto di tutto per tranquillizzare noi stessi e tutta la comunità dove viviamo che da giorni non parlava d’altro. Così, come montiamo in macchina, con le mascherine ancora sul volto, contattiamo un nostro amico anestesista di Careggi (Ospedale fiorentino) per capire come comportarci e se era possibile fare delle analisi o parlare con un virologo per consigli e pratiche da adottare.
Non risponde, è ancora troppo presto o forse è già a lavoro, così stacco il telefono che aveva pochissima batteria.

Autoquarantena

Come arriviamo a casa, salutiamo i nostri due compagni di disavventura e ci barrichiamo. La prima azione è mettere sotto carica il cellulare che nei pochi minuti successivi inizia a squillare e vibrare come se fosse impazzito. Venti messaggi su WhatsApp e telefonate continue. Da essere sul pezzo a ritrovarsi risucchiati nella notizia è un attimo. Ci contatta il Sindaco che molto preoccupato ci consiglia di fare un salto a Grosseto, nell’Ospedale più vicino e attrezzato per fare delle analisi. Con forti dubbi e perplessità ci facciamo convincere, in realtà i dubbi non erano sui controlli da effettuare, ci mancherebbe, eravamo già decisi a farlo in autonomia, ma sul fatto che il nosocomio di Grosseto fosse attrezzato per farlo. Così ci rechiamo subito a Grosseto dove ci fanno accomodare in una stanzina stretta e lontana da occhi indiscreti. Lo capiamo benissimo, abbiamo le mascherine ed il rischio di generare panico ingiustificato era forte. Dopo circa due ore di attesa e diversi infermieri che entrano nella stanza in visibile fibrillazione arrivano il primario di malattie infettive ed un virologo che dopo aver certificato che non avevamo febbre, né altri sintomi particolari, ci comunicano che potevamo essere dimessi. Unica prescrizione, rimanere a casa per i prossimi 12 gg, per far scadere i 14 gg di incubazione possibile del coronavirus e di contattarli se nel mentre sopraggiungessero complicazioni (febbre, tosse, diarrea o difficoltà respiratorie).

Ospedale di Grosseto

Ignor-Ansia

Il rientro a casa è stato un tripudio di telefonate, giornalisti che cercavano di informarsi sulla vicenda, familiari preoccupati, amici e conoscenti curiosi. Non eravamo più persone, ma notizia fresca e con personalità giuridica. In parallelo, oltre allo spettro di aver contratto il maledetto coronavirus anche per la sua maledettissima natura asintomatica, un altro preoccupante virus stava serpeggiando in paese…quello dell’ignorAnsia (Cit. di un mio brillante amico). Veniamo infatti a sapere che il nostro rientro aveva fatto salire il panico su una parte della comunità locale che, non sapendo come affrontare la questione, si lasciava andare in scriteriate azioni, pressioni ed invettive.

Nascono così spontanei gruppi WhatsApp dove alcune “comari” preoccupate riversano le peggio conclusioni, repressioni e dove si scambiano le migliori precauzioni da prendere in casi simili. “Le avrà aiutate il dottor Google? O i consigli di qualche opinionista della domenica? ” Non lo sapremo mai, ma non finisce qui. Nei giorni successivi veniamo così a sapere che proprio il giorno prima del nostro rientro, la nostra storia era emersa anche nel Consiglio Comunale, facendo raggiungere l’allerta persino ai Carabinieri e al personale medico locale, come se loro fossero in grado di intervenire con misure speciali che fino a pochi giorni fa, neanche i virologi e gli infettivologi più accreditati erano stati in grado di prescrivere.

Da notizia a presunto pericolo

La situazione stava degenerando e noi che assistevamo stupiti dalla finestra di casa, unica interfaccia col mondo dopo i nostri cellulari, ci rendevamo perfettamente conto che da notizia fresca e da spremere eravamo diventati una preoccupazione, notizia tossica, da esorcizzare isolandola il più possibile e mettendola al centro solo come argomento di discussione. Su Facebook poi i commenti si rincorrevano, ma nulla di strano, in questi tempi dove un tutorial trasforma tutti in medici, scienziati, architetti e via scorrendo c’era da aspettarselo. Infine c’erano i bar, storiche “biblioteche” di noialtri, dove in pochi giorni anche quassù in Amiata avevano trasformato tutti in infettivologi.

La nostra vicenda pare inaugurasse ogni conversazione sul coronavirus, per discettare poi sulla sopravvivenza del virus fuori dell’organismo, sui modi di trasmissione, sulle quarantene, i sintomi ed i tempi di incubazione, ma fin qui tutto bene, ognuno è libero di discutere su ciò che vuole. In più è l’attualità a governare notizie e discussioni, quindi nulla di strano. Peccato però, che come spesso accade alle persone superficiali che si informano poco e male, rimanendo così vittime della propria credulità (pensiamo all’Infodemia, l’epidemia di fake news sul coronavirus), siamo passati dalle teorie cospirazioniste che parlano di un virus creato in laboratorio alle più brillanti conclusioni sul nostro conto.  “E questo è veramente triste”.

“Dovevano rimanere in Cina”

Tra queste, riportate da alcuni amici che non hanno potuto fare a meno di ascoltare con stupore e amarezza mentre consumavano un caffè o acquistavano il pane, ne riporto giusto alcune: “Dovevano rimanere in Cina, se poi ci contagiano anche a noi e ai nostri figli? I nostri anziani? Se gli viene qualcosa se la meritano tutta, chi glielo ha fatto fare di andare in Cina? Ora chi li conosce bene gli dica pure non di farsi vedere in giro prima di uno o due mesi. Poi quest’anno “quello” insegna anche a scuola chi si fida più a mandare i propri figli in classe? Onestamente simili affermazioni fanno tristezza ma contemporaneamente anche ridere, spesso figlie dell’ignoranza che in questi tempi moderni trasforma paure immaginarie in germi contagiosi, complice la rete che amplifica le esagerazioni e porta alla suggestione reciproca. Pensate a cosa sta accadendo fuori dalla Cina ai cinesi, ai loro prodotti, alle loro aziende, ai loro figli a scuola e a tutti quei poveri sfortunati con gli occhi a mandorla, boicottati, esclusi e messi alla berlina da una parte di società miope (grazie a Dio non tutta) che punta il dito senza sapere bene perché, come reazione naturale, seguendo la logica del “se colpisco per primo mi proteggo due volte”.

Mi chiedo quindi, alla luce di tutte le reali preoccupazioni che il coronavirus sta generando nel mondo, a cosa servono: la psicosi collettiva, le fake news che circolano online e alimentate nei bar e tutte le esagerazioni ingiustificate? Di sicuro a vivere male, tutti noi, ma lo capiremo solo quando il peggio sarà ormai passato.

Foto di Cristiano Bernacchi

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