Viaggiare in Cina ai tempi del Coronavirus

Scritto da in data Gennaio 30, 2020

Doveva essere un viaggio bellissimo: prima ancora di partire Cristiano Bernacchi, giornalista, filosofo e scrittore, sognava i profumi e i sapori dello Yunnan. Un percorso preparato con cura e curiosità. E invece il Coronavirus ha cambiato tutte le regole del viaggio: strade deserte, supermercati assediati, panico per le mascherine e la paura di qualcosa che non si vede. E così la decisione di tornare, tra informazioni frammentarie e controlli sanitari.

Dal Laos Cristiano racconta su Radio Bullets la sua odissea ai tempi del Coronavirus.

Il mito della Cina

Sono cresciuto con il mito della Cina, i film di Bruce Lee e i suoi colpi che dalla Cina hanno raggiunto tutto l’Occidente, proseguendo poi con Mao Zedong che guidò la rivoluzione contadina cinese ed infine Confucio ai tempi dell’Università, i cui aforismi ancora oggi rileggo con passione e trasporto. Con questi presupposti io, la mia compagna e un’altra coppia di amici, abbiamo organizzato un viaggio.

L’arrivo

Dopo 22 ore di volo e ben 3 scali siamo atterrati alle 10 di mattina del 23 gennaio a Kunming, capoluogo della provincia dello Yunnan. Ad attenderci il fratello del nostro compagno di viaggio, Timmy, che da ormai 5 anni vive e lavora qui a Shunde, nella provincia del Guangdong, con la compagna Momo, cinese e unica garanzia in un paese dove l’inglese è ancora sconosciuto ai più.

Come atterriamo capiamo subito la difficoltà di muoversi senza un punto di riferimento locale, i nostri bagagli non sono atterrati con noi e se non fosse stato per l’aiuto di Momo, forse non saremmo stati in grado di riaverli, visto che in 2 ore di attesa allo sportello bagagli smarriti, ancora non avevano capito il nostro problema, risolto invece con scioltezza al suo arrivo, che ha permesso di farli recapitare al nostro albergo dopo appena 5 ore.

Comincia l’odissea dei viaggiatori

La nostra odissea inizia qui, ma ancora non lo sappiamo. La situazione sembra tranquilla, si parla già di Coronavirus ma Wuhan, capitale della provincia dell’ Hubei, dove sono stati registrati i primi 15 casi, è molto lontana per farci salire l’ansia. Da qui le notizie sono poche e frammentarie, tanto che la paura di questo virus è un eco lontano che si percepisce solo tra le pieghe della stampa internazionale che di tanto in tanto inserisce qualche informazione tra i vari Tg e nelle pagine dei giornali.

Il 24 gennaio è un venerdì come tanti, i morti cominciano a salire passando da 17 a 41, numeri risibili per un paese che ogni anno di morti ne conta oltre 10.000.000. Però la situazione sembra peggiorare, grazie alle notizie che a singhiozzi trapelano dal governo cinese e che Momo ottiene in tempo reale. Abbiamo noleggiato una macchina per raggiungere il giorno seguente Dali, a 1900 metri di altitudine sulla sponda occidentale del lago Eraihu, la nostra prima meta in attesa di raggiungere la mitica Shangri La e successivamente le tre risaie più famose al mondo, già patrimonio dell’Umanità.

Dopo una breve visita alla città e le sue tre pagode, giunge sera, andiamo a dormire ancora tranquilli, dopo circa 6 ore di viaggio e la lunga passeggiata cittadina. I morti, leggiamo online in albergo salgono di una decina, rispetto alla mattina, ma ancora non si percepisce affatto la gravità della situazione.

L’indomani mattina, sabato 25, partiamo per una visita verso i caratteristici villaggi di pescatori del lago, soprattutto Shuanglang, descritto come il più suggestivo. Dopo una prima breve pausa in un villaggio intermedio, raggiungiamo la prima uscita autostradale di Shuanglang, ma la troviamo chiusa con una lunga fila al casello. Normale, ci tranquillizza Momo, questa è la settimana del Capodanno cinese e tutti qua si muovono in direzione delle maggiori mete turistiche. Proviamo così a raggiungere la seconda uscita di questa città che sembra subito molto più tranquilla ma è solo frutto di una svista, perché come raggiungiamo il casello, ad attenderci troviamo 3 macchine della polizia e una tenda da soccorso medico sul lato della strada.

Un fremito mi attraversa tutto il corpo, mentre sul volto dei mie compagni di viaggio la paura comincia a manifestarsi. Passiamo composti nel cordone obbligato tra polizia e personale medico che rileva a tutti i viaggiatori di ogni veicolo che passa la temperatura corporea con un termometro ad infrarossi. Le telefonate e la preoccupazione dei giorni prima dei nostri genitori udite al telefono e da noi inizialmente snobbate, assumono subito un altro significato.

Fanno scendere Momo dal veicolo, le chiedono i documenti e le fanno domande sui suoi ultimi spostamenti per registrarli: misura che il governo cinese sta adottando da appena un giorno. Nessuno di noi ha la febbre, ma la paura adesso è una compagna la cui presenza si fa sempre più asfissiante. Anche perché le notizie parlano di un virus che si manifesta in maniera asintomatica e si propaga sempre più velocemente. Superato il blocco ci fermiamo per mangiare un piatto caldo e per capire come muoverci.


Momo chiama la famiglia che si trova a 3mila km di distanza e che le comunica come la situazione stia sfuggendo di mano. I morti sono saliti a quota 51 e i casi di contagio aumentano di ora in ora. Il governo cinese esce così allo scoperto e parla di emergenza, lo spettro della Sars è ancora troppo vivo, i riflettori del mondo sono adesso tutti puntati su un paese che non vuole farsi trovare impreparato.

Le informazioni internazionali

Le informazioni che giungono dall’Italia, come riusciamo a trovare un collegamento internet, sono scoraggianti, l’epidemia sembra fuori controllo e le nostre rassicuranti parole a famiglia e amici non attecchiscono più. Non ci sono più dubbi, dobbiamo andarcene dalla Cina e disdire tutte le nostre future prenotazioni dei prossimi 15 giorni, anche perché i maggiori luoghi turistici di tutta la Cina sono stati chiusi al pubblico, quindi inutile restare.

Rimontiamo in macchina sicuri sul da farsi. Torniamo cosi a Dali, dove notiamo subito l’aumento esponenziale delle mascherine, rispetto al nostro arrivo, sui volti di tutti quelli che incontriamo. Noi ne avevamo portate con noi circa una decina, per sicurezza generica e le abbiamo indossate fin dal principio, anche se inizialmente le utilizzavamo con un po’ di sregolatezza, mentre adesso ce le togliamo solo per mangiare.
Raggiunto il nostro albergo ci sediamo intorno a uno stretto tavolo di legno, cercando di pianificare le azioni future. Momo e Timothy devono tornare a casa, lì hanno 2 gatti ad aspettarli e gli amici che fino al giorno prima avevano garantito di occuparsi di loro gli hanno fatto sapere che non vogliono più muoversi dalle loro case. Anche perché le autorità cinesi hanno diramato indicazioni precise: curare l’igiene personale, portare sempre le mascherine ed evitare i luoghi pubblici più affollati. In sintesi, muoversi solo per lo stretto necessario.

Anche Timothy e Momo adesso sono visibilmente preoccupati, ma lì oltre ai gatti hanno la propria vita e devono cercare in ogni modo di riprendersela. Noi invece dobbiamo trovare il modo di lasciare questo paese nel minor tempo possibile, anche perché le maggiori città della provincia dell’Hubei sono state messe in quarantena ed il rischio che in poco tempo simili misure restrittive si allarghino alle province limitrofe è reale e noi non vorremmo trovarci bloccati per non si sa quanto tempo. Nel mentre si stanno registrando i primi casi nei paesi limitrofi alla Cina e gli unici tra questi, dove non sembrano essersi registrati casi è il Laos (forse le informazioni arrivano con più difficoltà, ma a noi pare la soluzione migliore), tra l’altro il paese più vicino a noi.

Non si può restare

Così fissiamo i primi 4 biglietti per lunedì 27, destinazione Vientiane. Sicuri che la nostra permanenza in Cina sarebbe durata ancora per poco ce ne andiamo a dormire provando a lasciarci alle spalle un sabato da incubo, condizionato soprattutto dalle notizie che arrivano da tutti i media internazionali che parlano di una situazione apocalittica. Le telefonate da casa si fanno sempre più insistenti, il messaggio è chiaro, tornate a casa il prima possibile. Abbiamo un piano: dal Laos ripartiremo verso l’Italia nel più breve tempo possibile cercando di evitare gli scali in Cina.

Domenica 26 ci alziamo alla buon ora alla volta di Kunming dalla quale dopo circa 20 ore saremmo partiti per il Laos. Raggiunta la cittadina, si fa per dire visto che conta circa 7 milioni di abitanti, notiamo subito grossi cambiamenti. Dimezzate le persone in circolazione trovate appena 2 giorni prima, aumento significativo del numero di mascherine nei volti dei cinesi e dei pochi turisti in circolazione, anche se nelle farmacie sono diventate merce rara. Noi che avevamo finito sia le nostre scorte personali che quelle di Momo, siamo andati in cerca disperata chiedendo in quasi tutte le farmacie del centro ma nulla, dice che sono state tutte inviate nella provincia dell’Hubei dove vengono distribuite con parsimonia.

Il mercato nero delle mascherine

Tutto questo non ha fatto altro che alimentare il mercato illegale di questi prodotti che oramai si trovano solo sotto banco, lungo alcune vie della città e noi abbiamo dovuto adeguarci acquistandone una diecina. I morti sono saliti ad 81 e l’emergenza non è più solo affare della Cina, ma di tutta la comunità internazionale dove i casi di contagio aumentano anche nei paesi occidentali facendo discutere su misure speciali anche l’organizzazione mondiale di sanità.

L’indomani mattina, lunedì 27, partiamo alle 5 per l’aeroporto di Kunming, salutando Momo e Timothy che dopo appena 2 ore prenderanno il primo treno per Shunde dove ad attenderli sanno già che ci sarà una situazione da panico. Le notizie dei loro amici sono che nei supermercati stanno finendo i generi di prima necessità e le farmacie non riescono a coprire il fabbisogno di mascherine ed il sindaco ha già diramato indicazioni di chiudersi in casa. Anche la multinazionale italiana per la quale lavora Timmy, gli ha fatto sapere che posticiperà il suo rientro a lavoro di una settimana.

Ci salutiamo abbracciandoci forte, nella speranza di rivederci presto in Italia. Raggiunto l’aeroporto di Kunming ad attenderci le solite procedure di rilevamento della temperatura che superiamo senza difficoltà. L’ansia è diventata la nostra seconda compagna di viaggio (la prima è la mascherina) anche se l’idea di lasciare il paese nel giro di un’ora ci conforta e da speranza.

L’arrivo in Laos

Atterriamo a Vientiane dove all’ingresso dell’aeroporto attraversiamo uno scanner termico, misura che sappiamo essere di poca garanzia, vista la natura asintomatica del virus, ma le superiamo in scioltezza. Troviamo una città molto più tranquilla dove non tutti portano le mascherine, che si trovano ancora in quasi tutte le farmacie. Nella prima che troviamo, in fila c’è una coppia di cinesi che ne comprano bene 10 scatole, così gli chiediamo “ma cosa ci fate con tutte queste mascherine?” E loro tramite la commessa che parlava inglese ci spiegano, “le spediamo a casa dove non si trovano da giorni”.

Proviamo ad esorcizzare la paura e l’ansia muovendoci per Vientiane. Ma il terrore anche qui si comincia a notare tra gli stranieri presenti, che appena riconoscono cinesi – senza sapere se si trovano qui da giorni, mesi o anni – scappano a gambe levate senza scrupoli. Così, una volta raggiunto il nostro albergo raggiungiamo Timmy e Momo telefonicamente che ci raccontano il panico che si vive nella loro città. Supermercati presi d’assalto, le vie cittadine deserte e gli scaffali di casa occupati da quei pochi viveri che sono riusciti a trovare al loro ritorno e quelli che avevano lasciato prima di partire. Sono barricati in casa, non hanno altri contatti con il mondo se non tramite internet dove hanno acquistato un nutrito kit di mascherine.

Provano a tranquillizzarci come hanno fatto con le loro famiglie, ma sappiamo che non è così, la paura c’è e tutti speriamo nei progressi immediati della medicina e nelle rassicurazioni dei virologi. Dopo due giorni la nostra vacanza volge al termine, dato che nel mentre abbiamo trovato un volo utile il 30 sera per ritornare in Italia, evitando la Cina e facendo un solo scalo a Bangkok. Al momento non possiamo far altro che incrociare le dita, per noi che stiamo tornando in Italia nella viva speranza di non aver contratto il virus, ma soprattutto per Momo, Timothy e tutti i cinesi che stanno vivendo uno dei peggiori incubi degli ultimi anni.
Da Vientiane è tutto.

Foto di Cristiano Bernacchi

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