Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani

Scritto da in data Luglio 30, 2023

La schiavitù moderna, come definita da Anti-slavery International, si verifica quando altri sfruttano un individuo per guadagno personale o commerciale. È un termine ‘ad ombrello’ che include, ma non si limita a, tratta di esseri umani, lavoro forzato e sfruttamento del lavoro per ripagare debiti. Che siano ingannati, costretti o forzati, gli individui perdono la loro libertà.

A chiunque, in qualsiasi momento e in qualunque parte del mondo potrebbe accadere di venire privati della libertà. La schiavitù moderna, non a caso, è un fenomeno globale sostenuto da un modello economico che alimenta un business monopolistico, competitivo e altamente remunerativo. Questo modello commerciale, che nel 2021 ha ridotto in schiavitù circa 50 milioni di persone in tutto il mondo, si alimenta di disuguaglianze sociali, vulnerabilità umane, povertà materiale, violenza, conflitti e tecnologia.
Walk Free, in collaborazione con l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), dal 2016 misura la portata della schiavitù moderna in 160 paesi. Secondo la loro ultima indagine, il Global Estimates of Modern Slavery Report (2022) su 50 milioni, 27.6 milioni sono ai lavori forzati e 22 milioni in matrimoni forzati. Più di 12 milioni di persone sono bambini, le donne e le ragazze ne rappresentano oltre la metà. I lavoratori migranti hanno tre volte più probabilità di trovarsi in condizioni di lavoro forzato rispetto ai non migranti.

Mentre le aziende di tutto il mondo cercano manodopera al minor costo possibile, la schiavitù moderna genera profitti fenomenali mantenendo vivo ed efficiente il modello economico che vende gli esseri umani come prodotti. L’ILO ha calcolato che il lavoro forzato genera guadagni annuali di 150 miliardi di dollari, di cui 99 miliardi di dollari provenienti dallo sfruttamento sessuale e 51 miliardi di dollari derivanti dallo sfruttamento economico forzato, compreso il lavoro domestico, nell’agricoltura e in altre attività economiche.

Coadiuvati dalla tecnologia che rende più facile riciclare i proventi di reato, entrate impressionanti si muovono quasi senza vincoli e restrizioni, all’interno del mercato globale attraverso sistemi finanziari fluidi. Di fatto, i sistemi finanziari globali non sono ancora attrezzati per affrontare i rischi della schiavitù moderna e tutte le sue illegali ramificazioni. L’applicazione diffusa degli obblighi e degli orientamenti del settore finanziario relativi all’antiriciclaggio e alla lotta al finanziamento al terrorismo, richiede un totale cambio di paradigma. Abbiamo bisogno di un nuovo modello economico in cui il denaro non detti più tutte delle regole.

Alcuni paesi come Svizzera, Norvegia, Germania, Paesi Bassi e Svezia stanno adattando la legislazione interna, aumentando le misure preventive e le formando le forze dell’ordine all’identificazione, tracciamento e contrasto del fenomeno. Tuttavia, anche in questi paesi, nonostante gli alti livelli di sviluppo economico, il ridotto gender gap e la stabilità sociale e politica, migliaia di persone continuano a essere costrette a lavorare o a sposarsi. Il rapporto Global Estimates of Modern Slavery evidenzia una situazione che va peggiorando. L’aumento dei conflitti, il degrado ambientale, la costante erosione dei valori democratici, unita alla riduzione dei diritti delle donne in tutto il mondo e agli impatti economici e sociali della pandemia COVID-19, hanno causato un significativo sconvolgimento dell’ordine sociale. Alcune conseguenze sono la mancanza o l’assenza del diritto al lavoro e all’istruzione in molte zone del mondo, l’aumento della povertà estrema e la migrazione forzata e non sicura, che aggravano i rischi della schiavitù moderna e della tratta di esseri umani.

Migrazioni, schiavitù moderna e business

Il Outlaw Ocean Project, un’iniziativa giornalistica pluripremiata che racconta la schiavitù moderna in mare, descrive come giovani uomini vengano comprati e venduti come animali, costretti a lavorare giorno e notte a bordo di pescherecci fatiscenti e malsani. Queste persone, che spesso non sanno nuotare e non hanno mai visto il mare prima, sono tenute prigioniere e vivono per anni su navi non registrate (navi fantasma) che i governi faticano a rintracciare. Vengono picchiati e brutalmente puniti anche per piccole trasgressioni, malnutriti e sempre sotto minaccia di morte per ridurre la probabilità di ammutinamento. Sono tutti intrappolati in un sistema di lavoro chiamato “viaggia ora, paga dopo” che richiede loro di lavorare per ripagare il debito che hanno contratto per emigrare. L’industria navale gestisce l’80% delle merci che consumiamo a terra. Tuttavia, ciò che accade in alto mare raramente viene documentato e denunciato, ma quasi sempre comporta una violazione dei diritti umani.

L’intersezione tra commercio e diritti umani è tanto trascurata quanto intricata. Le multinazionali dovrebbero assumersi la responsabilità delle proprie azioni per ridurre al minimo l’impatto sociale e ambientale e per identificare e vietare i beni “a rischio” prodotti dal lavoro forzato.

Le aziende possono avere un impatto positivo o negativo sui diritti umani dei lavoratori, delle comunità e dei consumatori. Negli ultimi anni sono stati registrati alcuni progressi sul rafforzamento delle misure per rendere le imprese più responsabili. Diversi paesi europei come Norvegia, Francia, Svizzera, Germania e Paesi Bassi hanno conferito forza di legge alla Human Rights Due Diligence (mHRDD) diventata appunto vincolante. Le società transnazionali di questi paesi sono quindi chiamate a rispondere in caso di mancata identificazione (e reazione) dei rischi sui lavoratori coinvolti nelle loro operazioni e catene di approvvigionamento, compreso il rischio di lavoro forzato.

Nel 2022, la Commissione europea ha adottato una proposta di direttiva sulla diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità che mira alla promozione di un comportamento sostenibile e responsabile da parte delle imprese lungo tutte le catene del valore mondiali. La legge definitiva è prevista prima delle elezioni parlamentari europee all’inizio del 2024.

Negli Stati Uniti, i controlli sulle importazioni, come il Tariff Act e l’Uyghur Forced Labour Prevention Act del 2021, impediscono l’ingresso di beni prodotti dal lavoro forzato, in particolare quello degli uiguri perseguitati e detenuti dalla Cina. Secondo l’IOM, negli ultimi cinquant’anni, in questo momento storico le persone stanno migrando più che mai. Sono in fuga da conflitti come quelli in Afghanistan, Siria, Somalia e Iraq. Credono di lasciarsi alle spalle terrore e persecuzioni. Migranti, richiedenti asilo e rifugiati subiscono discriminazioni, compreso l’accesso limitato ai servizi e alla protezione, aumentando il rischio di diventare vittima di tratta. Come sempre le più vulnerabili sono ragazze e donne.

Tratta di esseri umani in Afghanistan

Nella vergognosa top 10 dei paesi con la più alta prevalenza di persone in schiavitù moderna, l’Afghanistan è 9°posto in classifica, preceduto dalla Russia. L’Afghanistan è sempre stato un paese di origine, destinazione e transito per la tratta di essere umani, che comprende un alto livello di tratta interna. Nel 2000, la definizione di tratta di esseri umani è stata riconosciuta a livello internazionale nel Protocollo delle Nazioni Unite (ONU) per prevenire, sopprimere e punire la tratta di persone. Questo rappresenta il principale strumento, giuridicamente vincolante, utilizzato livello mondiale per combattere la tratta di esseri umani.

L’Art. 3 del Protocollo definisce la tratta di persone come:

[…] L’espressione “tratta di persone” significa il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggiamento o l’accoglienza di persone con la  minaccia  di  ricorrere  alla  forza,  o  con  l’uso effettivo della forza o di altre forme di coercizione, mediante il rapimento, la frode, l’inganno, l’abuso di autorità o una situazione di vulnerabilità, o con l’offerta o l’accettazione di pagamenti o di vantaggi al fine di  ottenere  il  consenso  di  una  persona  avente autorità su di un’altra ai fini dello sfruttamento. Lo sfruttamento include, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione di altre persone, o altre forme di sfruttamento  sessuale,  lavori  o  servizi forzati, schiavismo o  prassi  affini  allo  schiavismo,  servitù o prelievo di organi.

 

 

 

 

 

In Afghanistan, paese che ha ratificato il suddetto Protocollo, le vittime di tratta sono principalmente donne e ragazze a scopo di sfruttamento sessuale, prostituzione (anche minorile), lavoro forzato, rapimenti per matrimonio forzato, matrimonio per redenzione di debiti, scambio di donne come risoluzione delle controversie, servitù ed espianto di organi. Esiste uno pratica di reclutamento di bambini-soldato da parte di tutte le autorità e fazioni che si sono susseguite e sovrapposte negli ultimi decenni. I bassi tassi di registrazione delle nascite e la falsificazione dei documenti di identità hanno contribuito alla prevalenza dei bambini-soldato, rendendo difficile determinare l’età di una recluta. Varie ricerche sul campo hanno dimostrato che alcuni funzionari hanno accettato tangenti per produrre documenti di identità falsi.

Noto e consolidato è anche il modello di schiavitù sessuale incentrato sulla pratica del bacha bazi (“ragazzi coi campanelli”). Questa usanza secolare in cui gli uomini sfruttano i ragazzi per l’intrattenimento sociale e sessuale è ancora difficile da sradicare, e va avanti anche grazie alla complicità di molti funzionari governativi e agenti di polizia. A poco è servita la creazione del Comitato nazionale per la protezione dell’infanzia (NCPC) nel 2019, nato per rispondere a questa diffusa forma di abuso sui minori.

Bacha Bazi, i bambini con i campanelli alle caviglie

Prima che i talebani riconquistassero il potere nell’agosto 2021, il governo aveva un meccanismo nazionale di riferimento (National Referral Mechanism), ma non è chiaro se fosse mai stato utilizzato. A causa delle barriere culturali impregnata di victim-shaming, i crimini molto spesso non sono stati denunciati.  Dati recenti (2022) provenienti del Trafficking in Persons Report (TIP) del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, mostrano che tra le vittime di tratta, le ragazze hanno più difficoltà a reintegrarsi rispetto ai ragazzi a causa della vergogna sociale che cade su di loro. Infatti, le ragazze vengono considerate complici e quindi “rovinate”. Più volte sono state accusate di “crimini morali” quale il sesso al di fuori del matrimonio e per questo arrestate. Le autorità afghane del governo pre-talebano collocavano alcune vittime di bacha bazi in “centri di riabilitazione” minorili, dove rischiavano torture e altri maltrattamenti. Anche i bambini-soldato venivano portati in strutture di detenzione. Secondo il TIP, il governo non ha mai riferito di aver fornito agli ex bambini-soldato le cure adeguate.

La maggior parte del lavoro di protezione e riabilitazione delle vittime è stato svolto da ONG che hanno assistito le vittime di tratta attraverso quasi 30 centri di accoglienza per donne in 20 province, garantendo protezione e cura alle vittime di sesso femminile. Due centri sono stati dedicati alle vittime di sesso maschile di età inferiore ai 18 anni.

Quando i talebani sono tornati al potere, hanno smesso di riferire sulle vittime della tratta, pur dando disponibilità a ridurre il lavoro minorile e la tratta. L’attuale crisi umanitaria che colpisce il paese, considerata la peggiore del mondo, che si traduce in insicurezza alimentare, un altissimo numero di sfollati e povertà assoluta, ha aumentato il verificarsi delle peggiori forme di lavoro minorile. Secondo l’International Child Labour & Forced Labor Report del 2021 redatto dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, i bambini afghani sono soggetti alle peggiori forme di lavoro forzato quali la produzione di mattoni e tappeti. Sono anche usati nelle miniere di carbone e oro, nell’estrazione del sale, nel traffico di armi droga. Il paese non dispone di un meccanismo per imporre sanzioni per le violazioni del lavoro minorile e la legge non criminalizza sufficientemente il lavoro forzato, la schiavitù per debiti o lo sfruttamento sessuale commerciale di ragazze e ragazzi.

Inoltre, i talebani hanno chiuso tutti gli shelter e il personale delle ONG è stato cacciato e minacciato. Il TIP riferisce che alcuni attori della società civile sono stati uccisi, ci sono state sparizioni forzate e detenzione di attivisti da parte di gruppi talebani. A causa della mancanza di procedure formali per l’identificazione delle vittime di tratta, è probabile che i talebani abbiano detenuto o arrestato alcune vittime di tratta.

L’unico modo per andare avanti è andare avanti

 La ONG NOVE-Caring Humans (NOVE), attiva in Afghanistan dal 2013, si impegna a contribuire alla costruzione di un mondo in cui prevalga il rispetto dei diritti umani. Noi di NOVE aiutiamo le ragazze e le donne a superare le barriere che ostacolano la loro piena partecipazione alla vita economica, politica e sociale. Ci impegniamo a proteggere i diritti dei bambini e degli adolescenti, delle persone con disabilità e di tutti coloro la cui libertà è minacciata e potrebbero diventare vittime di tratta. Lavoriamo per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite, in particolare per gli SDG 1. No Poverty; 2. Zero Hunger; 4. Quality Education; 5. Gender equality; 8. Decent Work and Economic Growth.

La tratta di esseri umani rappresenta un ostacolo significativo alla realizzazione degli SDG e cozza con il principio di “Leaving No One Behind”, intrinsecamente parte dell’etica degli SDG.  L’approccio olistico che adottiamo con NOVE in Afghanistan intende contribuire direttamente o indirettamente, a sostenere la parte più vulnerabile della popolazione, vittime o potenziali vittime di forme di schiavitù moderna quali lo sfruttamento sessuale, il lavoro forzato, i matrimoni precoci, la servitù sessuale e domestica e il traffico di organi.

Il nostro progetto “Dignity”, sostenuto dal trust Nel Nome Della Donna, offre alle famiglie estremamente vulnerabili un sostegno mirato e adeguato alle loro esigenze individuali, capacità, condizioni di salute, età e altri fattori determinanti. Diamo priorità alle donne capofamiglia per ridurre il rischio della vendita delle bambine a scopo  “matrimonio” per sfamare il resto della famiglia. Allo stesso modo, il progetto “Caring for Women in Emergency” mira ad arrestare la discesa in un vortice di povertà e violazioni dei diritti dal quale molte donne non riescono più ad uscire da sole. Con LEP il programma di emergenza di NOVE distribuiamo cibo e beni necessari, che hanno aiutato migliaia di persone a sopravvivere al gelo dell’inverno.

Secondo l’UNICEF, 13,1 milioni di bambini afgani hanno bisogno di assistenza umanitaria. Tra i bambini sotto i cinque anni, uno su due soffre di grave malnutrizione. Si stima che 212 bambini siano morti ogni giorno nel 2022.

NOVE aiuta i bambini afgani e i loro genitori nelle attività di emergenza e di sviluppo. Gestiamo un progetto chiamato “Bambini Invisibili” per prenderci cura direttamente di coloro che vivono negli orfanotrofi e nelle case-famiglia. La vulnerabilità di questi bambini li espone al rischio di essere reclutati come bambini-soldato o per la servitù sessuale. La cattiva gestione degli orfanotrofi, specialmente in un periodo come questo, può creare un mercato che aumenta il traffico all’interno delle strutture di accoglienza per orfani. NOVE è impegnata, insieme alla comunità globale, a porre fine alla schiavitù moderna tra bambini entro il 2025 e universalmente entro il 2030 (SDG Target 8.7).

NOVE è consapevoli che la schiavitù moderna e il traffico di esseri umani erodono i valori fondamentali secondo cui tutti sono creati uguali e ognuno gode dei diritti inalienabili alla vita, alla libertà e alla dignità. Questi crimini compromettono la stabilità della comunità tutta, indeboliscono lo stato di diritto e minano la sicurezza globale. NOVE rimane impegnata nella lotta alla tratta di esseri umani, al lavoro forzato e a qualsiasi altra violazione dei diritti umani che riduca in schiavitù le persone.

Un report di Arianna Briganti, Cofondatrice e Vice president di NOVE Onlus, specialista in Gender Justice, Anti-Corruption and Modern Slavery.

Foto di copertina: Foto di Tony Rojas su Unsplash
Foto testo: Saverio Serravezza/Nove Onlus

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