«Voi siete il sale della Terra»

Scritto da in data Settembre 5, 2019

 

Una terra così piccola, ma sacra a tre religioni. Dopo Zfat e le sue sinagoghe, mi sono diretta a Tiberiade verso le sue Chiese e poi Beit Shean e ancora di nuovo le Chiese. Forse volevo seguire i consigli di Saramago: sono tornata là, al Monte Delle Beatitudini per vederlo con il sole e camminare fino a Tabgha. Forse volevo fare con calma, avevo voglia di cose conosciute e di spostamenti semplici.
Dopo le Chiese, sono stata a Gerico, in Palestina, entrando a piedi per gli ultimi chilometri: per visitare il monastero ma anche per vedere, visto che non posso capire – non tutto almeno – per prepararmi al Wadi Qelt, per entrare in una moschea, per parlare, guardare il sicomoro di Zaccheo, bighellonare per il mercato, visitare luoghi storici.

Appena ti ho vista ho detto: è lei!

Il giorno in cui visitai Zfat, nella penombra e con i riflessi azzurri di acqua e finestre, partii verso sera per Tabgha, Cafarnao e il Monte delle Beatitudini. La pioggia alternò momenti violenti a pause più o meno prolungate. Avevo l’alloggio a Tiberiade, già prenotato visto l’afflusso natalizio, ma quei luoghi erano prima. Scesi dal bus davanti a Tabgha e visitai ciò che per anni, da bambina, avevo conosciuto dalle storie lette in Chiesa. La luce era bianchissima ma morbida, filtrata dalle nuvole di pioggia, e si rifletteva sui sassi bagnati della Chiesa del Primato di Pietro. Il lago di Tiberiade o il Mar di Galilea stava davanti a me, a calmare qualsiasi preoccupazione. Una chiesetta romantica davanti a un lago imponente: questa poteva essere una prima impressione, spuria di qualsiasi racconto. E invece mi trovavo davanti al luogo dei pescatori, dove Gesù scelse i suoi apostoli, dove moltiplicò pani e pesci. Per quanto possa non essere cattolica, questo richiamo ai Vangeli era innegabilmente presente. Sono andata a Cafarnao e poi da lì ho tentato il Monte delle Beatitudini per la via più corta: a piedi non avrei fatto in tempo a percorrere 5 chilometri prima della chiusura. La pioggia, tuttavia, rincominciò impedendomi di proseguire lungo la scorciatoia per via del fango appiccicoso e denso che poteva arrivare anche al ginocchio, in qualche caso. Ritornando sulla strada principale, asfaltata, vidi dalla parte opposta venire una donna che mi salutò con la voce e le braccia.
«Ho pregato così tanto, chiedendo di incontrare una donna sola come me! Appena ti ho vista ho detto: è lei!» mi disse. Ci presentammo e mi raccontò del suo primo giorno in viaggio, da sola. Era spaventata e stanca, portata lì da motivi religiosi (era evangelica).
«Ieri ho avuto un giorno schifoso» mi disse. «Sono arrivata a Tel Aviv ma ho sbagliato bus per arrivare qui. Non sapevo come prenderne un altro: non avevo soldi! Alla fine, sono riuscita a prendere un bus ma ho fatto un giro lunghissimo e come se non bastasse il taxi non ha trovato l’ostello. Ho dormito in una specie di casa, sai, ero a disagio. Sono così felice di aver trovato qualcuno. Nel mio alloggio a Tabgha ci sono solo io, ma ho pregato con i benedettini».
Ci incamminammo insieme verso il Monte delle Beatitudini, sotto l’acqua che nel frattempo aveva ripreso a scendere. Un uomo si accostò per regalarci un ombrello e alla fine ci chiese se avessimo voluto un passaggio per il Monte. Accettammo ed entrammo nella chiesa poco prima della chiusura. I turisti se n’erano andati da un pezzo, la Chiesa fu tutta nostra per quei dieci minuti concessi. Quando uscimmo la pioggia si era fermata ed era uscito il sole: quella strada asfaltata attorniata dai verdi e dai marroni in sfumature calde era quasi una terrazza naturale al Mare di Galilea. La luce morbida del tramonto ci fece sentire nelle strade deserte di un film o di uno di quei disegni di Mary Poppins. Al ritorno, l’uomo al gate della Chiesa ci trovò per strada e ci offrii un passaggio: lei andò al suo ostello, io alla fermata dell’autobus diretta a Tiberiade.

Troppo fango sulle scarpe

Mi guadagnai una sgridata dall’autista del bus per le scarpe piene di fango. Le tolsi e mi scusai. Dopo poco mi regalò un cioccolatino a forma di Babbo Natale, insieme a un Merry Christmas, per fare pace. Quella stessa sera in ostello – Tiberiade è poco piacevole e il mio alloggio non era da meno –, incontrai una donna conosciuta a Nazareth e in meno di dieci minuti decisi di andare con lei e con altri a fare un bagno in acque termali. Era un rudere abbandonato pieno di acqua calda il cui livello salì durante la serata. Eravamo, credo, nelle vicinanze di un confine. Un muro massiccio e alto costeggiava la strada. Non si vedeva niente e forse è stato meglio così. L’acqua era piacevole, i vestiti erano ammassati tra ciò che rimaneva dei muri: tra detriti, gocce di umidità, acqua e qualche rifiuto. Parlammo di normalità, delle nostre vite. La donna tedesca che mi aveva portato lì era in Israele per amore, ma il suo compagno non aveva voluto festeggiare il 31 dicembre con lei. Le birre diminuirono in fretta, c’era musica alta da discoteca. Era l’unione di cose che evito e che adoro, ma in quel momento ero felice così. Non l’avevo programmato. Il giorno successivo scoprii di dover dormire ancora a Tiberiade per poter visitare il sito archeologico di Beit Shean (imperdibile) con calma, senza correre a Gerico. Quella sera fu malinconica nonostante il sole e le bellezze visitate: bastò poco per rianimarmi: parlare in spagnolo-inglese con uno psicologo giapponese che conosceva solo il portoghese, chiedere al mio vicino di letto di puntare la sveglia per me, avere tutti i vestiti puliti e asciutti, sorridere.

Gerico, la Palestina

Gerico fu – per così dire – la fissazione del mio viaggio. Avevo aspettative alte, dovute alla mia infanzia cattolica tra Zaccheo e i sicomori, e alle immagini del monastero incastonato nelle rocce. Mi aveva catturato la possibilità di raggiungere a piedi Gerusalemme, camminando nel Wadi Qelt: una sorta di canyon, una valle, una gola con anfratti, sentieri e ruscelli. Un posto in cui non avrei trovato nulla e che da sola – forse – non mi sarei arrischiata a percorrere, soprattutto senza il cellulare ormai fuori uso per la troppa pioggia presa. Era il mio desiderio maggiore ma sapevo che avrei dovuto farne a meno: avrei chiesto, tentato, ponderato la situazione e poi avrei deciso. Nel frattempo, però potevo godermi l’affascinante Gerico, la Palestina: avrei visto la dicotomia, la differenza, il passaggio netto. Non avrei capito – non tutto e non come chi ci vive e la storia la conosce bene – ma avrei potuto vedere, come ho fatto poi, in seguito, passando da Betania, visitando Betlemme e Hebron. Gerico mi accolse con colori caldi: me la ricordo giallo ocra, marroncina, con le sue terre polverose e le sue alture color seppia. La pioggia era ormai lontana, il caldo quasi estivo. Ero in una depressione, a meno 240 metri sotto il livello del mare, nella città più antica del mondo. Visitai subito il monastero del Monte delle Tentazioni approfittando dell’adrenalina della città nuova. L’ostello era una semplice casa sufficientemente ampia per ospitare più letti e persone, con un paio di volontari – uno palestinese e uno francese – ad accoglierci. All’ufficio del turismo mi dissero che avrei potuto fare il Wadi Qelt da sola: di sicuro sarei arrivata senza problemi al monastero di San Giorgio per poi, in caso, rientrare. L’atmosfera era cordiale: le persone mi salutavano e mi invitavano a casa loro. Il mercato colorato, disordinato e vociante sembrò l’accenno di qualche ricordo che non riuscivo a focalizzare.
Al mio ostello incontrai Tito.

In copertina, foto di Eleonora Viganò

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