Il business della guerra – Parte II

Scritto da in data Febbraio 8, 2021

Le società di contractors offrono occasione d’impiego per migliaia di mercenari. Ma oltre ai soldati, per fare le guerre, ci vogliono gli armamenti.

Per un’esperienza più coinvolgente ascoltate il podcast 

La Cina e i contractors

Nella puntata precedente abbiamo parlato dell’utilizzo che paesi come gli Stati Uniti e la Russia hanno fatto negli ultimi anni dei contractors, ma anche altri paesi li utilizzano in maniera massiccia a cominciare dalla Cina.

Il gigante asiatico è cresciuto molto e ha ormai una rete di interessi economici da difendere a livello globale. Le catene produttive che partono dalla Cina, e poi si diramano attraverso l’export in tutte le direzioni, hanno bisogno anche di flussi contrari di materie prime per alimentare l’enorme apparato produttivo cinese. Questa rete di interessi e di flussi di merci e prodotti pone anche enormi problemi di sicurezza. La Cina sinora si è dimostrata piuttosto restia a intervenire con il proprio esercito regolare al di fuori dei confini nazionali. Soldati cinesi hanno partecipato a missioni militari sotto l’egida dell’ONU, per esempio in Libano a fianco degli italiani, hanno stabilito una importante base navale e militare a Gibuti, in una zona strategica a poca distanza dalle rotte petrolifere del Medio Oriente. Ma generalmente la Cina ha cercato di mantenere un profilo molto basso dal punto di vista militare. Forse anche per non allarmare o insospettire troppo gli Stati Uniti. Ma, di converso, la Cina utilizza migliaia di contractors, per esempio, a difesa delle proprie navi mercantili che solcano ormai tutti i mari del mondo, e ne utilizza altre migliaia per tutelare i suoi investimenti, per esempio, in Africa.

Soffermiamoci un attimo sulla strategia cinese di penetrazione del continente africano. Negli ultimi vent’anni, mentre l’Occidente si disinteressava dell’Africa, considerata più un groviglio di problemi che non un insieme di opportunità, la Cina faceva l’esatto contrario. I cinesi si sono presentati ai paesi africani come un’alternativa più credibile sia dal punto di vista economico che politico rispetto ai paesi occidentali. Innanzitutto, la Cina non aveva un ingombrante passato di dominazione coloniale, secondariamente i cinesi non hanno mai posto condizioni politiche, in terzo luogo si sono dimostrati molto più generosi dei ricchi paesi occidentali. La Cina si è offerta di costruire gratuitamente per molti di quei paesi infrastrutture di cui avevano bisogno: strade, porti, aeroporti, centrali elettriche, dighe, quartieri residenziali. In cambio i cinesi chiedevano concessioni minerarie, oppure contratti di fornitura di materie prime a condizioni vantaggiose. I cinesi per costruire quelle opere utilizzavano in prevalenza aziende e manodopera cinese che veniva trasferita in quei paesi. Per proteggere da eventuali pericoli i loro lavoratori, le loro aziende, le loro concessioni e le infrastrutture costruite dalle loro aziende venivano e vengono impiegati migliaia di contractors privati.

Il reclutamento nel resto del mondo

Ci sono molte società di contractors anche nel Regno Unito, come ce ne sono in Francia, in Sudafrica, in Israele.

Ma ci sono anche altri paesi che reclutano eserciti mercenari. L’Iran recluta su base ideologico-religiosa milizie filo-iraniane che vengono generosamente finanziate da quel paese, come gli Hezbollah libanesi o gli houthi nello Yemen o le cosiddette Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq, come anche altre formazioni che combattono in Siria o in Afghanistan. Soltanto in Siria si calcola ci siano circa 30.000 miliziani pagati da Teheran. Le paghe di questi contractors sono piuttosto basse rispetto ai nostri parametri, circa 600 dollari al mese ma per quei paesi sono stipendi più che decorosi.

Anche la Turchia, che negli ultimi anni ha dimostrato una grande intraprendenza in politica estera, utilizza circa 30.000 mercenari, provenienti in gran parte da vari paesi musulmani, che vengono dislocati soprattutto in Siria per combattere contro il regime di Assad e dei suoi alleati russi ma, ultimamente, circa 3.000 sono stati inviati anche in Libia a sostegno del governo di Tripoli. I contractors turchi prendono stipendi più alti, circa 2.000 dollari al mese e alla fine dell’ingaggio hanno la possibilità di richiedere la cittadinanza turca.

Anche l’Ucraina utilizza mercenari stranieri che combattono nella regione del Donbass contro le milizie filorusse. Al soldo del governo di Kiev si trova di tutto: russi, serbi, svedesi, tedeschi, inglesi, francesi e anche italiani. La stessa cosa succede sul fronte filorusso dove si ritrovano mercenari che combattono e che provengono un po’ da tutto il mondo.

Un paese nel quale negli ultimi anni è stato facile reclutare mercenari è il Sudan, un paese poverissimo, devastato da una guerra civile e dalla secessione delle regioni meridionali più ricche in quanto dotate di risorse energetiche, dove ci sono migliaia di giovani senza lavoro disponibili ad arruolarsi per riuscire a trovare un modo di sbarcare il lunario. Di questa situazione si è approfittata negli anni passati l’Arabia Saudita che ha ingaggiato migliaia di contractors sudanesi da utilizzare nella guerra in Yemen che Riad sta conducendo da anni nell’assordante silenzio e nell’indifferenza internazionale.

In Yemen pare siano stati impiegati più di 40.000 contractors sudanesi. Tra l’altro gli stipendi pagati dai sauditi sono effettivamente molto generosi, tra i 6.000 e gli 8.000 dollari al mese, una vera fortuna per chi proviene da un paese come il Sudan. I contractors sudanesi sono stati impiegati nelle missioni più rischiose e la mortalità è risultata elevata. Dal 2019 il governo sudanese, che prima favoriva questi arruolamenti perché costituivano un’importante fonte di reddito per molte famiglie, ha chiesto il ritiro di gran parte dei suoi mercenari. Non tutti sono rientrati e infatti alcune migliaia sono stati ingaggiati da un’altra monarchia del Golfo Persico, gli Emirati Arabi che li hanno mandati in Libia a combattere a fianco del generale Haftar.

Gli Emirati hanno anche ingaggiato un contingente di colombiani, gente che ha acquisito una competenza militare nei vari conflitti interni che hanno devastato quel paese, le guerre tra narcos e organizzazioni più o meno rivoluzionarie come le FARC, contro l’esercito regolare e le organizzazioni paramilitari.

Ci sono altri paesi africani dove il business dei contractors è diventato un settore importante dell’economia. In Uganda, per esempio, i guadagni dei mercenari ugandesi, alcune decine di migliaia, equivalgono al fatturato dell’export del caffè. In vari paesi africani ci sono società di contractors sudafricane che arruolano mercenari che vengono poi offerti a governi e aziende multinazionali in ogni angolo del pianeta.

Perché si reclutano i contractors?

Oggigiorno la privatizzazione di quello che viene chiamato l’esercizio legittimo della violenza, cioè l’utilizzo della forza da parte di un governo sia per ragioni di difesa che di offesa, risponde sempre più a delle logiche di mercato, quindi logiche di carattere economico, oltre che a necessità di tipo politico.

Gli eserciti privati, i mercenari, i contractors − chiamateli come vi pare − hanno la caratteristica di essere già pronti e disponibili immediatamente. Ci sono quindi paesi che hanno interessi economici o ambizioni politiche ma non hanno la struttura militare adeguata per perseguirli e quindi si rivolgono a queste strutture private. Il caso tipico è quello delle monarchie del Golfo Persico, paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar che hanno molti soldi ma eserciti regolari molto deboli.

Ci sono poi ragioni di convenienza politica: un governo vuole esercitare influenza su una determinata area o su un altro paese ma non vuole intervenire direttamente per non inimicarsi altre nazioni o per non correre il rischio di far scoppiare una guerra più ampia, e allora trova conveniente ricorrere a milizie private. Il caso tipico è quello della Turchia, che ha rispolverato vecchie ambizioni geopolitiche con l’inconfessabile obiettivo di ricostituire una sorta di zona di influenza neo-ottomana in un’area che si estende dall’Asia Centrale al Medio Oriente, dalla Libia al Corno d’Africa. Il ricorso a truppe mercenarie straniere consente di intervenire con grande disinvoltura politica in conflitti o crisi locali o in guerre a bassa intensità, mantenendo un profilo più sfumato e potendo, in qualunque momento, negare il coinvolgimento diretto del governo turco.

Ma c’è, come già dicevamo, un terzo vantaggio nell’utilizzo di mercenari soprattutto stranieri. Nessun governo di nessun paese ama vedere le scene dei propri soldati che rientrano a casa nei sacchi neri. Questo è un problema non soltanto dei paesi democratici dove si può liberamente protestare, ma anche i regimi autoritari possono avere grosse difficoltà con la propria opinione pubblica. Nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta le bare dei soldati caduti in Afghanistan crearono parecchi problemi e furono una delle cause, anche se non la principale, della caduta e del dissolvimento di quel regime.

La situazione in Italia

In Italia la situazione è, come spesso accade nel nostro paese, opaca. L’Italia non utilizza truppe mercenarie anche se è probabile che aziende italiane con impianti produttivi e stabilimenti in aree calde del mondo, utilizzino per la propria sicurezza società di contractors.

Il nostro Codice penale, poi, punisce chi si arruola per servire in armi uno stato estero, quindi, in teoria il mestiere del mercenario non sarebbe consentito. Poi la situazione è più sfumata, ci sono centinaia di italiani che si sono arruolati con agenzie straniere per andare a combattere per esempio nel Donbass, il distretto minerario ucraino al confine con la Federazione Russa dove da anni è in corso un conflitto a bassa intensità tra milizie indipendentiste filo-russe ed esercito regolare e milizie filo-ucraine. Diversi reportage giornalistici hanno riscontrato presenza di combattenti italiani in entrambi gli schieramenti.

Il mercato dei contractors è destinato a essere anche nei prossimi anni, purtroppo, un mercato piuttosto florido ma per fare le guerre non basta avere i soldati, occorrono anche le armi e quindi cerchiamo di capire come funziona l’industria degli armamenti.

L’industria degli armamenti

Michail Timofeevic Kalashnikov nacque nel novembre del 1919 in Siberia, diciassettesimo figlio di una famiglia di contadini. Due anni prima, nel novembre del 1917, i bolscevichi avevano conquistato il potere in Russia. Nel 1938 a 19 anni fu richiamato alle armi e all’inizio della Seconda Guerra Mondiale comandava un’unità corazzata dell’Armata Rossa. Ferito gravemente durante un combattimento fu esonerato dal fronte. Riuscì a completare gli studi di ingegneria e si diede alla progettazione di innovazioni tecniche per i carri armati. Nel 1947 progettò l’AK-47: la sigla in russo significava Avtomat Kalashnikov, in pratica “fucile automatico di Kalashnikov”. Si trattava di un fucile d’assalto semplice da utilizzare e semplice nella manutenzione, che sarebbe diventato, nei decenni successivi, una delle armi più utilizzate e vendute al mondo. Ancora oggi gli Ak-47 sono uno dei principali prodotti d’esportazione dell’industria militare russa.

Dal 1949 fu adottato come arma ufficiale delle forze armate sovietiche e di tutti gli altri eserciti del Patto di Varsavia. Ovviamente, nel corso degli anni, quell’arma ha subito diversi miglioramenti, ne sono state fabbricate diverse versioni e, attualmente, una delle più moderne si chiama AK-74M.

I vantaggi di quel fucile, che furono poi la ragione del suo enorme successo, erano la sua affidabilità: era un’arma che raramente si inceppava, dato non secondario per chi deve usarlo in combattimento. Il numero minimo di parti che lo costituiscono ne rendeva semplice la produzione in grandi quantitativi. Si tratta inoltre di un’arma semplice da usare per cui non è necessario un grande addestramento per chi lo utilizza e non ha bisogno di cure o manutenzioni particolari. È inoltre un’arma molto resistente che spara anche se arrugginita o sporca. Può sparare colpi singoli o a raffica in maniera automatica.

Sinora delle varie versioni pare ne siano stati prodotti in tutto il mondo più di 100 milioni di esemplari. Si compra con poco, circa 400 dollari, l’equivalente al cambio attuale di 350 euro.

Il Kalashnikov, un’invenzione non brevettata

Se fosse vissuto in un paese capitalista e avesse potuto brevettare la sua invenzione, l’ingegner Kalashnikov sarebbe diventato uno degli uomini più ricchi del pianeta ma, essendo nato in un paese comunista si guadagnò soltanto i gradi di generale dell’Armata Rossa e una serie di roboanti onorificenze come: Ordine della Rivoluzione d’Ottobre, Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro, Ordine dell’Amicizia tra i Popoli, Eroe del Lavoro Socialista, Premio Lenin, Premio Stalin e infinite altre. Riuscì a fare un po’ di soldi sfruttando la sua fama soltanto dopo la caduta dell’Unione Sovietica quando, in età ormai avanzata, fu ingaggiato come testimonial da una ditta che produceva una vodka chiamata Kalashnikov e che aveva la particolarità di essere venduta in una bottiglia fatta a forma di AK47!

Siamo partiti da un’arma che tutti conoscono e che nel corso degli anni è diventata anche un simbolo di diversi movimenti rivoluzionari o presunti tali. Abbiamo visto immagini di grandi leader politici imbracciare quel fucile da Fidel Castro ad Arafat, al presidente cileno Salvador Allende che morì combattendo contro i golpisti guidati dal generale Pinochet.

Ma lo abbiamo visto imbracciato anche da pericolosi terroristi come Bin Laden o i macellai dell’ISIS. Il kalashnikov è riprodotto anche nella bandiera del Mozambico, paese africano che si liberò dalla dominazione portoghese dopo una sanguinosa guerra anticolonialista.

Ma il kalashnikov è soltanto uno degli innumerevoli prodotti dell’industria degli armamenti, uno dei settori più importanti e redditizi della produzione industriale per molti paesi a cominciare dagli Stati Uniti, il primo produttore ed esportatore di armi al mondo, seguito dalla Russia, dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Cina. Ma anche l’Italia, nel settore della produzione ed esportazione di armi, svolge un ruolo non secondario. Ma di questi argomenti ne parleremo più diffusamente nella prossima puntata.

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