Llegada! Llegada!

Scritto da in data Gennaio 23, 2020

Quando si arriva a Santiago dal cammino francese, si deve attraversare tutta la città prima di arrivare in Plaza do Obradoiro. Si deve resistere al tumulto che si prova, alla voglia di non arrivare mai e a quella di poter avere un ingresso trionfale. C’è il vicolo con le cornamuse – molto famoso – ci sono i riti codificati, c’è la messa del pellegrino a mezzogiorno, dove chi ha registrato l’arrivo viene “nominato” con la provenienza: “3 dall’Italia; 1 dall’Ungheria…”.

C’è la fila per richiedere la Compostela, e – nel mio caso – c’è stata anche la ricerca disperata di un posto per dormire. Ci sono i saluti – uno strazio – a chi è arrivato con me, a chi ha camminato con me. C’è quello che ci si aspetta che sia e quello che accade davvero. E c’è quel piccolo istante congelato nel quale da lontano, scendendo verso il centro di Santiago dopo la foto doverosa al cartello stradale, si vede una guglia, un pezzo, un frammento della Cattedrale – magari con il sole negli occhi, magari con gente qualsiasi che sale o scende proprio lì vicino – e per quei secondi ti congeli, sorridi con ogni parte di te e punti il dito, con le parole che faticano a uscire perché il respiro si spezza. 25 giorni di passi. 800 chilometri percorsi con le tue gambe. Sono arrivata, sono arrivata!

L’uomo con gli occhi azzurri

Delle ultime tappe, non tutte affrontate insieme alla donna ungherese, ricordo con dolcezza lo smarrimento misto a libertà e gratitudine provato a Bercianos, la tranquillità di Arcahueja e la scelta di passare da Leon senza fermarsi troppo, ma restando in contemplazione davanti a una cattedrale da togliere il fiato, davanti a un cappuccio seduti al tavolo di un bar come una turista, e ancora, per quel giorno, solo 27 chilometri da percorrere. Ricordo ogni persona rivista più volte e con cui ci si ferma a parlare volentieri: il dentista un po’ misterioso di Roma o Simone, che cercava qualcuno che compisse gli anni per festeggiare, i quattro seminaristi italiani, i giovani galiziani di Triacastela che mi hanno accolto nel loro gruppo per quella notte, raccontandomi di strani riti pagani, la ragazza francese che ha camminato con me in uscita da Portomarin, proponendomi un futuro cammino in India, la coppia di ciclisti di San Sebastian incontrati a Las Herrerias e infine lui, quell’uomo dagli occhi così azzurri da avermi fatto credere di non aver bisogno di arrivare all’oceano, di cui so solo che era italiano e aveva 43 anni. L’ho incontrato il 22 agosto, in una mattina lattiginosa vicino a Furela. All’uscita da un bar, mentre aspettava i suoi compagni di viaggio, ha aperto le braccia in un miscuglio di gesti simile a un abbraccio. Dopo averlo scansato per timidezza, l’ho rivisto a Portomarin con la promessa di percorrere insieme il tragitto da Santiago a Finisterre. Nell’atmosfera magica del Cammino non ho chiesto altro – e nemmeno lui – ed è stato l’unico pellegrino che non ho più rivisto.

Tappe dolci e tappe difficili

Ricordo l’albergue di Las Herrerias, l’unico nel paesino e con pochi posti letto: poco frequentato e per questo più intimo e accogliente. La cena è stata una delle migliori: curata nei sapori vegetariani e nella presentazione, con la particolarità di condividere con tutti un ringraziamento personale. Il podio gastronomico del mio Cammino spetta però a Villar de Mazarife, nell’albergue di Sant’Antonio Abate, profumato di insalata con semi di girasole, gazpacho e paella con verdure. La Cruz de Hierro, prima di O Cebreiro, merita un ricordo come punto di intensa partecipazione spirituale. Da parte mia ho vissuto con più forza l’arrivo ad Alto del Perdon, dopo Pamplona e la tappa a Foncebadón: isolato sul Monte Irago, è qui che – nonostante la bellezza di quei luoghi e di quella vita – ho avuto l’unico momento in cui camminare mi era divenuto stancante, troppo. Dopo 18 giorni, la mia insofferenza aveva preso di mira chiunque. Sono bastati la fatica di O Cebreiro, nervosa e scattante, tesa – per come l’ho vissuta io – e i successivi boschi magici della Galizia, dove mi aspettavo quasi di vedere uscire un elfo e non mi sarei stupita, per distendere l’umore e far evaporare la stanchezza.

llegada!

E di ricordo in ricordo, siamo quasi giunti alla meta tanto annunciata quanto ritardata, che si pronuncia con quel groppo in gola e che si procrastina con una lunga colazione in un paesino a dieci chilometri da lì. Il mio arrivo è stato confuso: ero inquieta, triste, in ansia per come e cosa avrei fatto o detto, come mi sarei comportata e cosa avrei provato, ero come prima di un esame per il quale si è studiato poco, come la notte prima di laurearsi o del primo giorno di scuola e di lavoro, di un colloquio, di un incontro, ero come prima di un addio e di un chissà. In realtà è stata la rabbia a farmi compagnia, quando ho capito che a causa dell’arrivo simbolico della Merkel non avrei potuto godere del mio llegar in Plaza do Obradoiro. La rabbia era l’unica reazione che non avevo previsto. Una mano sulla spalla, una fila di poliziotti e quel nervoso che sale alla testa, la mia confusione mentale da panico che montava. Ogni muscolo era teso per capire come fare, dove mettere lo zaino: sarebbe stato comunque inutile perché in piazza tutto era pronto per la Cancelliera tedesca. Mi sono rifatta alla Messa del pellegrino, dove ho sciolto i nodi piangendo di amarezza, gioia, sollievo e incredulità. Penso sia stato il giorno più triste del Cammino, il giorno della disorganizzazione e allo stesso tempo della perfezione nell’ottemperare a ogni necessità: Compostela, Messa, ricerca di un albergue introvabile, pranzo, abbraccio al Santo, Francescana, souvenir e infine i saluti a Gyöngyi. Un abbraccio secco e pieno, una spettatrice che si commuove per noi e io che mi incammino verso una stanza solitaria, per la prima volta sola davvero.

La bellezza di una freccia gialla

L’unica certezza? Poter ripartire il giorno dopo per ritrovare quella felicità e quel benessere con il mio zaino e i “buen camino” pronunciati sottovoce. I successivi tre giorni sono stati differenti e meno intrisi di spiritualità, ricchi di incontri e di pioggia – la prima in un mese – ricchi di esperienze nuove. Il mio arrivo vero è stato quello: l’acqua che si apre sotto di me, i miei piedi nudi che toccano la sabbia e la conchiglia perfetta tra le mie mani. Ho avuto tutto da questo percorso, tutto ciò di cui avevo bisogno per essere me stessa. Pensavo che i regali e gli insegnamenti sarebbero finiti lì, ma come tutti i pellegrini sanno, il ritorno è una nuova sfida con se stessi e gli altri. Ci sia ama di più, ci si accontenta di meno, si sente nostalgia per quella semplicità e quel gesto così naturale e potente: camminare. Non ci si sottrae alla sensazione di essere diversi. Ogni giorno, oggi come allora, le mie azioni sono guidate da quella “magia”: cerco la mia freccia gialla, per seguirla e abbandonarmi a lei.

In copertina, foto di Eleonora Viganò

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