Tutto un cammino dentro a una Moleskine

Scritto da in data Gennaio 30, 2020

Gli ultimi due giorni, quelli nei quali in realtà non ho nemmeno camminato: godendomi Finisterre e uno scalo a Madrid, sono racchiusi nel mio diario. Parlo dell’arrivo definitivo, l’Oceano. Racconto di altri incontri, altre storie: tante, fatte di piccoli, microscopici o immensi stravolgimenti. Esprimo la mia voglia di tornare a casa per mettere in pratica il cambiamento, per osservarmi nel mondo dopo questa esperienza.

Dal mio diario, con poche correzioni.
29 Agosto

La fine del mondo

Ieri non ho scritto: non ero stanca come a Burgos, ero solo impegnata a godermi Finisterre. Ero impegnata ad assaporare ogni secondo del mio arrivo. La fine. La fine del mondo, la fine del mio Cammino, la fine della strada poiché – alla fine – si apre l’Oceano. Quando lo vedi, dall’alto di Cee, ti si aprono cuore e mente e ti senti onnipotente. Ti senti immortale, invincibile. L’hai fatto. L’hai fatto, con le tue gambe e i tuoi piedi. Hai percorso più di 800 chilometri, quasi 900, e sei passato dai Pirenei all’Oceano.
A quel punto, a Cee intendo, le gambe scalpitano, fremono, senti la tensione dei muscoli che non vedono l’ora di fare gli ultimi 15 chilometri per abbracciarlo, quell’Oceano. Non volevo farmi troppe aspettative sull’arrivo, dopo la delusione di Santiago – bloccata dai poliziotti per via della Merkel in visita. Nessun film mentale. Quello che accade, accade. Eppure, seppur sprovvista di fantasie e pensieri, non vedevo l’ora di arrivare. Era una voglia di camminare godendo della fatica e del sudore rinnovato, della bellezza dell’azione di mettere un piede davanti all’altro perché – ripenso a quell’aforisma – un viaggio di mille miglia inizia con un solo passo.
Ero sola, dall’inizio alla fine della tappa, per la prima volta. Ero felice pur sapendo che si stava avvicinando la fine, con la sua tipica malinconia. Eppure, no. C’era qualcosa di differente. Insieme a quella tristezza si stava mischiando anche la lieve gioia del rientro. Niente più zaino che puzza, scarpe a brandelli, sacchetto di plastica utilizzato come beauty, ma ormai puzzolente e senza alcuna idea di che cosa fosse a renderlo tale. Felice di tornare alla mia vita con il Buen Camino dentro al cuore.

La forma della perfezione

Quando sono arrivata ho deciso di imitare una coppia davanti a me: ho tolto le scarpe, le calze e ho inforcato la via della spiaggia, facendo l’ultimo pezzo del mio cammino con i piedi nell’Oceano. La perfezione – se esiste (ma sappiamo che non è così) – ha questa forma: sporca, sudata, a piedi nudi nell’Oceano sotto la foschia, sotto una pioggia fine, con lo zaino in spalla. Con la mia casa per un mese sulle spalle. Ero in pace. Non felice. In pace. Senza passato, senza futuro. Con un oceano di presente davanti ai miei occhi tutto da godere. E Dio era lì. La spiritualità di questa parte di percorso è molto più attenuata, certo, ma è stato un arrivo vero – né cristiano né ateo – solo vero, nella conformazione più perfetta data dalla natura. Non una Cattedrale, non l’uomo.
La sera prima avevo conosciuto M., una donna di 29 anni che si trovava nel mio stesso albergue a Olveiroa. Una sportiva che camminava molto velocemente. Ci siamo scambiate il contatto per fare il bagno insieme al nostro arrivo a Finisterre. Non sono rimasta da sola, quindi, quella sera. Mi avrebbe fatto paura un arrivo in totale solitudine. Sono arrivata sola, ma poi ci siamo trovate per il faro, il bagno, la paella e il tinto de verano…

30 Agosto

Paella e tinto de verano

Riprendo da dove mi sono interrotta ieri. L’arrivo a Finisterre senza il peso della solitudine mi ha alleggerito i pensieri. Mi ha permesso forse di sentirmi più libera, quando in realtà avrei dovuto sentirmi più legata. M. era già arrivata, ho cercato il mio albergue scelto a caso e – nel caso – la scelta si è rivelata perfetta. Mar de Fora. Isolata, fuori dal centro, ma vicino a una spiaggia mozzafiato con una hospitalera – Silvia – gentile come nella miglior tradizione del Cammino. L’Oceano, l’assenza di attese e la presenza di M. hanno reso il 28 agosto un giorno speciale, un giorno di festa. Siamo andate al faro, abbiamo provato due spiagge, curiosato nelle Chiese e parlato tanto. Lei ha fatto il Cammino inglese, andando spedita e veloce. È una donna ansiosa che si perde nei mille programmi possibili, come me, prima del Cammino. Abbiamo cenato a base di paella e tinto de verano: ero felice, in vacanza. Cercavo ancora “occhi azzurri”. Ho visto vecchi pellegrini ovunque, ne ho incontrati di nuovo alcuni conosciuti in tappe precedenti. Una coppia, persa subito a Roncisvalle, è rispuntata a Santiago ieri. Di lui nemmeno l’ombra e ora che sono a Madrid credo che rimarrà solo un bel ricordo.

Gli italiani

In albergue ho trovato altri due italiani: uno di un paesino proprio accanto al mio. L’altro, V., è stato molto propenso a raccontarmi di sé. Ha trovato la fidanzata, con la quale percepisce di avere un rapporto differente rispetto a quello avuto con altre donne. Quando torna vuole licenziarsi e seguire il suo sogno. Vuole aprire un ristorante all’estero, in Canada o in Irlanda. Prima del Cammino aveva già affrontato un percorso sul “senso della vita”, aveva partecipato a un corso come life coach: aveva preso un anno sabbatico, regalando tutti i mobili e chiudendo casa per vivere di nuovo, dopo otto anni, con i suoi genitori, anche per aiutarli ad affrontare il diabete in modo corretto. Mi ha detto che aveva sette cose da fare, da realizzare. Ne aveva fatte quattro e contava di finirle tutte e sette entro novembre. Quando torna si trasferirà a Reggio Emilia, con lei. Lei ha il mal di rientro e ho come la sensazione che entrambi abbiano voglia di trasferirsi in Spagna, accomunati dalla passione per la cucina. L’altro sembrava me dopo l’Asia: «ritorno alla mia vita di merda» mi ha detto. Purtroppo, comprendo la sensazione e capisco che per lui sarà dura. Sono felice di viverla diversamente, di essere solida e di voler continuare la mia vita, migliorandola. I due mi hanno raccontato di incontri entusiasmanti: hanno conosciuto un fotografo che grazie al Cammino ha potuto realizzarsi nel lavoro e un americano di genitori siciliani che quando la moglie si è ammalata ha venduto tutto per curarla. Alla sua morte, anni fa, ha fatto il Cammino e ha seppellito una scatola con le fedi e altri ricordi. Ora è andato a riprendersela e ha deciso di voler viaggiare e vivere. Questa parte “romanzata” del Cammino mi è mancata, nel senso che per fortuna non l’ho avuta. Sono molto più con i piedi per terra. Per me il Cammino ha avuto effetti più microscopici, interiori, mentali, psicoanalitici – sulla mia ansia, indecisione, autostima soprattutto.

Anna, il russo e il brasiliano

Anna, Dimitri (russo) e un terzo ragazzo brasiliano sono stati tre punti di riferimento che si sono ripetuti spesso nel corso del Cammino. Ci siamo visti la prima volta ad Astorga, quando hanno salutato Ray, e poi di tanto in tanto facevano capolino nelle varie tappe. A Camponaraya ci siamo presentati. Non abbiamo mai parlato, se non per poche necessità di base. Loro sono arrivati a Santiago nella notte tra domenica 24 e lunedì 25, alla 1:00, dopo aver percorso 65 chilometri. Li ho rivisti a Finisterre dove Anna mi ha salutato urlando una frase che mi rimarrà impressa, nella sua semplicità: «goditi la vita, dopo Finisterre», pronunciata il 28 agosto nell’atmosfera del faro. Ieri invece abbiamo deciso di parlarci un po’ di più e salutarci meglio: lei vive a Madrid, nella stessa via in cui ho vissuto io quando ho fatto l’Erasmus. Ha 27 anni, è stanca della sregolatezza, di una città che non dorme mai. La società per cui lavora è in crisi. Se le danno la disoccupazione penserà a viaggiare. Mi ha detto di voler cogliere l’occasione per cambiare, grazie a questo viaggio: nel Cammino vede la parola “cambiamento” e la legge anche nel mio sguardo, la vede come una mia necessità. Ieri dopo la spiaggia, dopo aver trovato la mia conchiglia, dopo il relax e qualche saluto ad altri pellegrini ritrovati, sono tornata a Santiago. Ho incontrato M. – che era andata a Muxia, nel frattempo – per l’ultima folle cena a base di pesce e formaggio, nell’unico posto senza vita, con signore tranquille e attempate. Un luogo privo di turisti e pellegrini. Prima della cena sono riuscita a fare tutto ciò che avevo progettato: ho assistito anche al Botafumeiro, un ennesimo dono del Cammino. Oggi sono a Madrid.

Madrid, l’Erasmus e il rientro

Madrid è una città come un’altra ed è diversa tanto quanto lo sono io dopo 11 anni dal mio Erasmus. Sono stati solo 3 mesi, decisivi nel mio diventare adulta, ma solo tre mesi. Madrid è stata bellissima e speciale per ciò che ho vissuto e con chi l’ho vissuto. Vista oggi con il caldo, la stanchezza, il sonno e la sensazione di dover attendere un aereo – per tutta notte –, Madrid è quello che è: una città enorme, bella, caotica, commerciale e imponente. Dopo tanta natura e contatto umano, questo frastuono mi rimbomba dentro.
Sarà il mal di Cammino che inizia a farsi sentire?

In copertina, foto di Eleonora Viganò

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